Per il 212° incontro del 22 febbraio 2018, il GdL sta leggendo "Il grande futuro" di Giuseppe Catozzella

Giuseppe Catozzella
Il grande futuro
Feltrinelli


Amal nasce su un’isola in cui è guerra tra Esercito Regolare e Neri, soldati che in una mano impugnano il fucile e nell’altra il libro sacro. Amal è l’ultimo, servo figlio di servi pescatori e migliore amico di Ahmed, figlio del signore del villaggio. Da piccolo, una mina lo sventra in petto e ora Amal, che in arabo significa speranza, porta un cuore non suo. Amal e Ahmed si promettono imperitura amicizia, si perdono con i loro sogni in mezzo al mare, fanno progetti e dividono le attenzioni della affezionata Karima. Vivono un’atmosfera sospesa, quasi fiabesca, che si rompe quando le tensioni che pesano sul villaggio dividono le loro strade. In questo nuovo clima di conflitti e di morte anche Hassim, il padre di Amal, lascia il villaggio, portando con sé un segreto inconfessabile. Rimasto solo, Amal chiede ancora una volta il conforto e la saggezza del mare e il mare gli dice che deve raggiungere l’imam della Grande Moschea del Deserto, riempire il vuoto con un’educazione religiosa. Amal diventa preghiera, puro Islam, e resiste alla pressione dei reclutamenti. Resiste finché un’ombra misteriosa e derelitta riapre in lui una ferita profonda che lo strappa all’isolamento. Allora si lascia arruolare: la religione si colma di azione. Ma è proprio questo l’unico destino consentito? Qual è il bene promesso? L’avventura di vivere finisce davvero con la strage del nemico?

Giuseppe Catozzella scrive su numerose testate e ha pubblicato il libro in versi La scimmia scrive e i romanzi Espianti (Transeuropa, 2008), Alveare (Rizzoli, 2011; Feltrinelli, 2014), da cui sono stati tratti molti spettacoli teatrali e un film, Non dirmi che hai paura (Feltrinelli, 2014; vincitore del premio Strega Giovani 2014; finalista al premio Strega 2014; vincitore del premio Carlo Levi 2015), tradotto in tutto il mondo e da cui è in lavorazione un film, e Il grande futuro (Feltrinelli, 2016). Giuseppe Catozzella è Goodwill Ambassador Onu.

Per il 211° incontro del 1° febbraio 2018, il GdL ha letto e commentato "Ragione e sentimento" di Jane Austen


Il GdL continua nella scelta di romanzi senza seguire filoni o generi letterari. Questa volta la scelta è caduta su uno dei grandi classici di una delle più importanti scrittrici inglesi. L'appuntamento per parlarne è per giovedì 1° febbraio verso le 21 in Biblioteca a Segrate (via XXV Aprile, Centro Civico Verdi). Chiunque può partecipare. In un clima di amicizia e simpatia, i partecipanti possono parlare di ciò che hanno provato durante la lettura, condividere emozioni, scambiarsi opinioni. Nessuno ha la verità in tasca. non c'è ragione o torto. Solamente uno scambio di idee senza essere giudicati e nel più completo rispetto delle oipinioni altrui. E se non hai letto il libro? Nessun problema. E' bello anche partecipare ascoltando gli altri, non c'è alcun obbligo di parlare, non c'è nessun compito a casa da svolgere! C'è anche il diritto del lettoredi interrompere la lettura se non è piaciuta. Magari, poi, ascoltando altri pareri, in un coro di voci, riuniti in un abbraccio, il bello è anche cambiare opinione! Condividere la lettura fa bene, è piacevole! Vi aspettiamo!

Qui sotto alcune immagini della serata


 Anche Aida partecipa ai nostri incontri!








La conversazione è stata vivace, il libro è complessivamente piaciuto
Qualcuno ha trovato la lettura scorrevole ma pochi contenuti.
Su questo punto, però, non tutti sono d’accordo; un altro partecipante dice che il modo di scrivere dell'autrice fa immergere il lettore in un’atmosfera quasi magica.
Interviene un altro lettore, dicendo che la lettura è stata lunga, tuttavia piacevole per la scrittura elegante e raffinata.
Sembra scritto fuori dal tempo - dice un altro partecipante - l’autrice non considera il periodo storico e non accenna alla situazione socio economica del periodo, i personaggi sembrano vivere solo delle loro storie personali.
Per un altro lettore, la Austen descrive un mondo omogeneo, i personaggi appartengono all’alta borghesia inglese, la loro vita è scandita dai ritrovi in società, non lavorano ma amministrano le rendite, i personaggi non stanno mai da soli e parlano continuamente delle loro vicende. La natura fa da sfondo e dona serenità, l’autrice descrive le loro passeggiate tra le dolci colline Inglesi. La natura è un luogo dove ci si ritempra, quasi una compagna di vita.
Qui di seguito, altri commenti:
 
- Il denaro non è guadagnato ma ottenuto in eredità ed è il grande motore del racconto: le vedove possidenti decidono a tavolino a quali patrimoni possono avere accesso i propri figli combinando i loro matrimoni, la promessa in punto di morte del figlio al padre di non far mancare nulla alle sorellastre viene ridimensionata con discorsi dove l’avidità supera di gran lunga la generosità. Il valore economico primeggia sul sentimento.
 
- Le due sorelle l’una la ragione e l’altra il sentimento, possono anche essere viste come la personificazione dell’animo umano che le racchiude entrambe.

- La lettura di questo libro accompagna il lettore in un mondo orami perduto e caratterizzato da ritmi diversi dalla frenesia del quotidiano. Le donne apparentemente sembrano delle belle statuine mentre non lo sono affatto ma cercano di autodeterminarsi. Anche quando sono cattive o meschine dimostrano di avere il coraggio delle proprie azioni, mentre non è possibile dire lo stesso dei personaggi maschili che spesso sono inetti o dominati dalle proprie madri alle quale non riescono ad opporsi. 
 
- L’autrice utilizza una scrittura introspettiva e dimostra di conoscere l’animo umano, i dialoghi sembrano monologhi. Le due sorelle pur tanto diverse dimostrano di amare allo stesso modo, con purezza e disinteresse rispetto alla situazione economica degli amati, differenziandosi così dal resto dei personaggi.

- Qualcuno ha avvicinato il racconto al dipinto La Lettrice di Jean- Honorè Fragonard del 1776, per l’atmosfera sognante nella quale fa immergere il lettore, caratterizzata dalle passeggiate nella natura, il tempietto e il rito del te.

- Qualcuno ha notato che il libro è prevalentemente composto da dialoghi, quasi l’antesignano dei fumetti.

- L’autrice spesso usa l’ironia quella anglosassone, pungente ma bonaria. Talvolta risulta critica, sembra che si prenda gioco dei suoi personaggi.

La serata, come sempre, è terminata con un piccolo rinfresco e un brindisi. Ancora qualche commento sul libro, l'amicizia tra i partecipanti, tanta convivialità, e relax.
 

Il primo libro non si scorda mai

Nasce una nuova rubrica: "Il primo libro non si scorda mai". Quali sono stati i libri che, da bambini o da grandi, ci hanno iniziato alla lettura? Sfogliando oggi quei libri è come riattivare sogni che avevamo dimenticato di aver fatto. Raccontiamoci queste prime letture: può essere un romanzo, un albo illustrato, un fumetto, chissà. Perchè è da quelle pagine che prende avvio la nostra avventura di lettori. Se le raccontiamo forse possiamo contagiare chi, oggi, non considera la lettura una emozione o chi se ne è allontanato. E' poi un modo per consigliarci nuove letture, trovare e ritrovare punti di contatto, è un modo, ancora una volta, per parlare di lettura. Perchè, forse, non è mai abbastanza!
Manda una mail a: gruppodiletturasegrate@yahoo.it magari con una foto del tuo primo libro con qualche riga che racconta questa tua prima esperienza di lettura, oppure scrivendo un commendo al post, qui sotto. Beninteso: non è detto che uno si sia avvicinato alla lettura da piccolo, questo inizio può anche essere cominciato da grandi. Non importa: non c'è età, non c'è età per cominciare a amare la lettura!
 
Il primo libro di... Annamaria B.
Alexandre Dumas, I tre moschettieri

Tempo di guerra...la mia famiglia era sfollata presso contadini, nella campagna brianzola. Mio padre, per motivi di lavoro, era rimasto a Milano e, in bibicletta, ci raggiungeva nei fine settimana. Arrivò un sabato sera e subito mi consegnò un pacchetto regalo. Nell'affidarmelo, la sua faccia assunse un'espressione seria, come se il gesto potesse preludere ad una raccomandazione.
Il pacchetto conteneva un libro ricco di illustrazioni: "I tre moschettieri", e poichè ero molto piccola mio padre, un po' alla volta, lo lesse per me ad alta voce.
Non seppi mai se la mia passione per i libri era stata sollecitata dal contenuto dell'opera o (ricordo indelebile!) dalla lettura  da parte di mio padre "solo per me".
Annamaria Borghi


Il primo libro di... Roberto S.
David Leavitt, La lingua perduta delle gru


Avevo vent'anni, e stavo cercando delle risposte. La lettura non era mai stato il mio forte, solo con l'esame di maturità avevo capito che per scrivere occorreva leggere. Poi ho compreso che la lettura poteva aiutare anche nel trovare una strada, una direzione. Mi ricordo che girando tra gli scaffali della libreria Mondadori a Milano - era la metà degli anni '90 - vidi questo libro, "La lingua perduta delle gru", e me ne innamorai a prima vista. Leggendo il retro di copertina sembrava che qualcuno avesse scritto la mia storia. Non solo fu un amico e un consigliere straordinario, ma quel romanzo mi apriì le porte al piacere della lettura. I libri, sì, ti possono cambiare la vita. In meglio. 

I primi libri di Marianne...
Contes des pays de neige 
Darbois Et Mazière, Patrana le petit indien 






Queste sono alcune foto di un libro magico e bellissimo della mia infanzia, letto e riletto e che rileggerei ancora oggi: "Contes des pays de neige". Ero completamente immersa in quei racconti di vari autori e in quelle illustrazioni splendide di Adrienne Ségur. Un mondo di sogni, con buoni e cattivi.
Poi l'ultima foto riguarda un libro sugli Indios dell'Amazonia, e sognavo di vivere là con loro, in un paradiso naturale.
Come vedete, viaggi dal freddo al caldo.
Un saluto.
Marianne


Il primo libro di... Marino C.
Henryk Sienkiewicz, I cavalieri della Croce


Nei miei primi ricordi il tempo per dar sfogo alla mia immaginazione aveva bisogno di pioggia o di neve. Tutti al riparo in casa, con la bottiglia sul tavolo, o attorno al fuoco, a tentar di riscaldare di sè almeno un lato.
Ad ammazzare le ore, i racconti: esperienze, vecchi tempi, lontananze, servizio militare, lavoro altrove. E pettegolezzi, che accompagnavano la ricostruzione di intricati e sorprendenti alberi genealogici.
Io mi lasciavo prendere, come in un sogno, viaggiando non nel racconto, ma in parallelo ad esso, per luoghi e persone disegnate da me solo, attraverso le emozioni che percepivo dal tono delle voci, più che dalle scarne descrizioni o dai nomi che a me non dicevano nulla.
Ma i racconti, consunti dalle ripetizioni, divennero ben presto insipidi.
E provai a prendere un libro in mano.
Pinocchio, curioso. Giamburrasca divertente. I personaggi di De Amicis tragici o noiosamente retorici.
Libri? Mah. Meglio una partita a calcio!
In una di queste mi feci male a un ginocchio e rimasi tre giorni disteso.
Mi capitò tra le mani un romanzo epico: Sienkiewicz, I cavalieri della croce.
Per la prima volta una storia mi prese e ne provai emozioni intense.
Mi innamorai della coraggiosa e generosa Danusia; soffrii con lei torture e pazzia; mi si riempi il cuore di odio per i nemici aguzzini e gustai appieno la dovuta vendetta finale. Come fossi Zbysko io stesso.


I primi libri (o meglio, la prima frase) di... Enrico S.
Tra le cianfrusaglie raccolte nell’armadio a muro della grande cucina dove vissi la mia infanzia c’era un libro del quale ricordo solo la frase iniziale: “Lesse Bianca e i bimbi la stettero ad ascoltare”. Avevo appena incominciato a tenere in mano la penna, quella con il pennino da intingere nell’inchiostro, e qualche parola avevo imparato a leggerla. Ma quel passato remoto del verbo iniziale posta davanti a un nome di donna per me rimase un mistero durato mesi. Fu però anche quello che suscitò la mia curiosità e il desiderio di capire le cose. Poi scoprii in soffitta una cassa contenente una serie di fascicoli titolati: “I tre boy scout”  e “Le avventure di Buffalo Bill” che mi portarono in un mondo di avventure. In seguito mi venne regalata “La piccola enciclopedia italiana” e da lì partì la mia vera scoperta del mondo.

I primi libri di... Laura O.


Ecco la mia esperienza di lettura:
"Piccole donne": mi era antipatico fin dal titolo.
"Piccole donne crescono" : manco a parlarne!
"Cuore" : che strazio quei brani letti in classe alle elementari.
E poi... e poi alle medie scopro "Il paradiso può attendere".
Con questo romanzo ho sognato, ho vissuto una vita non mia, ho amato i personaggi e ho rivendicato il diritto del lettore di leggere quello che veramente ha voglia di leggere!
Nell' estate tra la terza media e la prima superiore, senza alcun obbligo scolastico, sdraiata su una riva del lago di Como ho letto e amato "I promessi sposi" in un edizione vecchissima trovata in casa. 
Il vero piacere della lettura non è mai imposto.
Buone letture a tutti
I primi libri di Ornella P.




La mia era una famiglia modesta, non si navigava nell’oro e io sono del ’46; sono tra quelli chiamati "i figli della pace".
Mia mamma lavorava e non aveva molto tempo da dedicarmi e posso dire che mia sorella Fernanda, di 10 anni piu grande, fu la mia vicemadre. Direi che lei, in particolare, ha seguito ta mia educazione e mi ha regalato i miei primi libri; e mi ha infuso il desiderio di sapere, conoscere, almemo e quello che io sento.
Quanta commozione per "Pattini d’Argento" e per "Il Lampionaio" !!!!!!
Poi ricordo che a 9 anni a scuola ho ricevuto un  libro come premio Catechistico "FADETTE"
di G. Sand  che mi ha fatto conoscere un altro mondo, societa’ e la realta’ dei primi innocenti interessi degli adolescenti.
Posso dire che non ho letto molto perche ho subito iniziato a lavorare a 15 anni, con relativa Scuola serale ed esperienza “au pair “in In ghilterra per un anno.
Da quando sono andata in pensione ho ripreso e ora faccio parte del Gruppo di Lettura della Biblioteca di Segrate.
Evviva !!!!  
 
I primi libri di... Anna P.
 
 
Avevo sei anni e, terminata la prima elementare, per la prima volta sono partita per un soggiorno estivo al mare senza famiglia con altri bambini. Da quella esperienza mi sono portata a casa due ricordi: il bacio della buona notte che nella grande camerata comune una quindicenne dava la sera a me che ero la più piccola e forse la più spaurita e un libro: "Le favole di Esopo”. Con la mancia che papà mi aveva lasciato da spendere qualcuno mi chiese che cosa desiderassi e tra tanti giochi scelsi invece quel libro, attirata forse dall’illustrazione della cicogna che faticosamente con il becco cercava di mangiare nel piatto piano, mentre la volpe se la rideva. L’ho letto e riletto divertita e così è iniziata la mia passione per i libri. 
La lettura mi ha accompagnato per tutta la vita: c’è stato il periodo dei romanzi russi (“Le anime morte” di Gogol era il mio preferito) in adolescenza, quando vivevo in un piccolo paese di campagna senza troppi amici e distrazioni. Dei tempi del liceo ricordo “l’Orlando Furioso” che preferivo ai “Promessi Sposi” letti e riletti sino alla noia. Mi divertiva quel mondo fantasioso pieno di ironia, quel giocare dell’Ariosto con la serietà della vita, perché mi sembrava il modo giusto di superare i dolori. Mi piaceva tanto anche“il Mulino del Po”di Bacchelli, perché in quel libro ci sono la mia terra, la mia campagna con la gioia e la forza di vivere. Più tardi i miei interessi si sono orientati verso letture scientifiche, ma l’animo umano nella sua complessità mi ha sempre affascinato per un profondo bisogno di capire me stessa e il mondo. Le mie esperienze di vita e la condivisione con gli altri del reale ed dell’immaginario attraverso i libri mi hanno dato forse qualche risposta ed ora nella terza età ancora non sono stanca di cercare, non ho perso la curiosità e la passione di leggere.



Per il 210° incontro dell'11 gennaio 2018, il GdL ha letto e commentato il romanzo di Margherita Oggero, "L'ora di pietra"

Margherita Oggero
L'ora di pietra


I suoi primi tredici anni Immacolata, per tutti Imma, li ha vissuti dove è nata, in un paese del profondo Sud, non lontano da Napoli, dove la legge è quella dettata dal boss locale e le donne sono costrette a chinare il capo di fronte al volere - o al rifiuto - dei loro uomini. Già segnata da un grande dolore durante l'infanzia e testimone, non vista, di un terribile delitto, Imma cresce cercando di dominare la propria indole selvatica e indipendente: ma quando, in seguito a un suo gesto di coraggiosa ribellione, la famiglia decide di mandarla al Nord, nascondendola a casa di una zia che lei quasi non conosce, Imma si trova all'improvviso a fare i conti con se stessa. Le lunghe ore solitarie tra le mura dell'appartamento della "zia scaduta" diventano per Imma la sfida più grande. Ferma dietro la finestra che è il suo solo contatto col mondo, aspetta la magica "ora di pietra", in cui per la strada non passa nessuno, le foglie degli alberi sono immobili e nessuna scia solca il cielo. Ma la vita reale non si ferma mai, e solo violando la prigione che le è stata imposta Imma potrà conoscere il giovane venditore di libri usati che le offrirà la più meravigliosa delle evasioni: seguendo con trepidazione le vicende di Anna Frank, quelle di Michele Amitrano - protagonista di "Io non ho paura" - o di Oliver Twist, Imma supererà la nostalgia delle sue campagne assolate e assassine e troverà ancora una volta il coraggio per uno slancio di libertà. 



MARGHERITA OGGERO
Vive a Torino e ha insegnato in quasi tutti i tipi di scuola. Ha pubblicato il suo primo romanzo, La collega tatuata, con Mondadori nel 2002.
Da quest'opera Luciana Littizzetto ha tratto il fortunato film Se devo essere sincera.
Nel 2003, sempre con Mondadori, è uscito Una piccola bestia ferita che ha ispirato la serie televisiva Provaci ancora, prof! con Veronica Pivetti.
In seguito pubblica L'amica americana (2005), Qualcosa da tenere per sé (2007), Orgoglio di classe (2008), Risveglio a Parigi (2009), L'ora di pietra (2011), Un colpo all'altezza del cuore (2012), La ragazza di fronte (2015, vincitore del Premio Bancarella 2016), e i racconti Il rosso attira lo sguardo (2008), tutti editi da Mondadori. Per Einaudi ha pubblicato nel 2006 Così parlò il nano da giardino, nel 2009 Il compito di un gatto di strada e nel 2017 Non fa niente.




(foto tratta dal sito: http://www.lapaginachenoncera.it/edizioni-precedenti/iv-edizione/autori/margherita-oggero/)

RESOCONTO DELL'INCONTRO

La scrittura è asciutta e incalza il lettore come in un giallo.
La ragazzina è una protagonista che è costretta a crescere in fretta, dimostra maturità, equilibrio e forza. Per qualcuno è stata una lettura piacevole e veloce. La protagonista è un personaggio che trova sempre il lato positivo delle cose e anche chi si accompagna a lei viene toccato dalla sua grazia.
La figura della zia Rosaria sorprende, la zia scaduta ma chissà perché questo appellativo? Qualcuno suggerisce perché ha fatto fallire il suo matrimonio.
Qualcuno ha provato un nervosismo iniziale per via dello stile giallesco, ma quando ha deciso di lasciarsi trasportare dalla storia senza voler capire subito, tutto è diventato molto scorrevole. Il garbo è l’aggettivo che accompagna tutta la narrazione. Nonostante la drammaticità del racconto molti personaggi sono positivi, come il medico e il notaio.
Qualcuno lo definisce un romanzo di formazione, colpisce il continuo passaggio dalla prima alla terza persona.
La scrittura segue un metodo particolare: accenna e poi riprende in questa continua tensione che fa procedere il ragionamento e al tempo stesso dona vivezza. Colpiscono tante descrizioni argute e vere. L’autrice inserisce molti spunti culturali nel racconto e li fa vivere attraverso la vita dei personaggi. L’autrice riesce a comunicare molti messaggi che apparentemente sembrano senza importanza invece stimolano la tensione intellettuale.
Alcuni vocaboli sono lasciati in dialetto, la storia pur scorrevole sembra però costruita a tavolino e alla fine, come in un puzzle, ogni pezzo fa allargare la visuale e trova la sua giusta collocazione.
Molto interessante la descrizione dell’ora di pietra quel momento sospeso dove ogni cosa sembra fermarsi.
L’autrice descrive molto bene il mondo femminile sembra voler spronare le donne a prendere consapevolezza di sé.
A qualcuno non è piaciuto l’ha trovato troppo didascalico, a tratti irritante. Anche l’idea finale per cui tutto va a posto se ti rivolgi alla legge è troppo irreale, le è sembra un libro per adolescenti. Sembra in alcuni punti che voglia indirizzare il lettore verso alcuni dogmi, inoltre la narrazione risulta così dettagliata e piena da non lasciare spazio all’immaginazione.
 

Per la nostra rubrica dei saggi n. 44 - Carlo Rovelli: Lezioni di fisica buddista (da: “Lettura” del 10 dicembre 2017)

immagine tratta da Architetti.com

di Enrico Sciarini

Per scrivere questa paginetta mi sono avvalso di quattro diversi mezzi di informazione: radio, giornale, internet e libro. Dalla radio sono venuto a conoscenza che il fisico Carlo Rovelli aveva scritto un articolo che metteva in collegamento la moderna fisica quantistica con il pensiero filosofico del monaco buddista Nagarjuma vissuto nel secondo secolo d.C. Dopo aver letto le “Lezioni di fisica buddista: le cose sono solo relazioni” scritte dal Rovelli mi sono reso conto che per capire un po’ meglio l’argomento avrei dovuto approfondire la conoscenza del monaco buddista. Cosa che ho fatto utilizzando internet. Approfondire gli scritti di Nagarjuma non è stata cosa facile, però, con l’aiuto dell’articolo di Rovelli ho capito che per Nagarjuma tutte le cose esistono solo perché tra di esse esistono delle relazioni che si annullano vicendevolmente dando luogo ad una realtà che è semplicemente vuota. Ad esempio, se si vede una cosa è perché c’è la vista e c’è uno che vede (veggente). Non ci sarebbe veggente senza la vista e neppure cosa vista. Per Nagarjuma quello che rimane è il “vuoto”. Rovelli usa un altro esempio e scrive: “La velocità di un oggetto non esiste in sé, esiste solo in relazione ad un altro oggetto.” Lo studio delle particelle subatomiche e della meccanica quantistica hanno indotto Rovelli a mettere in relazione la filosofia di Nagarjuma con quello che avviene sia nel mondo dell’infinitamente piccolo che in quello cosmico dell’infinitamente grande. E di questo me ne sono reso conto leggendo il libretto: “Sette brevi lezioni di fisica” che Rovelli ha scritto nel 2014. Una lettura entusiasmante. Ci sono descritti in forma semplice i grandi progressi scientifici dell’ultimo secolo, dalla teoria della relatività generale di Einstein alla meccanica quantistica di Max Plank che hanno cambiato la nostra vita permettendoci, ad esempio, di comunicare istantaneamente con tutti in tutto il mondo, di cuocere i cibi nel forno microonde o di essere guidati da un navigatore satellitare. Tutto questo è possibile perché avvengono dei fenomeni fisici dei quali non si conosce ancora l’esatta natura; ci sono però studiosi che sperano di trovarla anche con l’aiuto della vecchia filosofia del monaco buddista.

Per il 209° incontro del 14 dicembre 2017, il GdL ha letto e commentato il romanzo di Helen Garner, "La stanza degli opsiti"

Helen Garner
La stanza degli ospiti
Mondadori


Figlia di un ingegnere aeronautico e di una professoressa di Helen è una donna in là con gli anni che vive da sola - il suo matrimonio è naufragato da anni - nella sua casa di Sidney. La sua vita quieta e abitudinaria viene d’improvviso movimentata dall’arrivo della sua amica Nicola, con la quale ha condiviso una spensierata giovinezza in stile hippy. Nicola occupa la stanza degli ospiti ma ha un problema: ha un cancro all’ultimo stadio e per provare a sconfiggerlo ha deciso di sottoporsi a cure di medicina alternativa, a base di vitamina C, ozono e clisteri di caffè, proposte da una clinica non lontana proprio dalla casa di Helen. L’amicizia tra le due viene messa a dura prova dalla ingombrante presenza della malattia: Helen non crede alla efficacia della terapia che l’amica sta seguendo, ma continua con amorevolezza a farle da infermiera di notte e autista di giorno mentre Nicola si affida ciecamente ed egoisticamente alla speranza, un atteggiamento che in fondo nasconde una forte insoddisfazione per il proprio passato. Nonostante sia scettica e non capisca l’ostinato aggrapparsi alla vita dell’amica, Helen accompagnerà Nicola nel suo lungo travagliato e doloroso iter clinico imparando che l’amicizia significa anche saper assecondare i sogni impossibili della sua ospite…
Helen Garner, autrice australiana tornata a scrivere dopo oltre 10 anni, affronta una tematica tragica, quella relativa alla condizione dei malati terminali di cancro, scegliendo un taglio decisamente realistico e senza concessioni al pietismo. Una storia di difficile amicizia femminile che mette a confronto due donne forti e determinate, l’una nello sconfiggere il tumore che la sta distruggendo, l’altra nel non tradire le sue certezze. La malattia allora diventa un tramite, un filo che fa riallacciare il dialogo di Helen e Nicola interrotto molti anni prima - e forse mai del tutto finito. La Garner, però, nel raccontare la discesa nell’inferno del cancro si ferma un attimo prima, quasi a non volere per pudore scavare il dolore fino in fondo e questo suo sottrarsi - pur donando asciuttezza e rigore alla narrazione evitando l’effetto lacrima facile - fa sì che il lettore non venga del tutto coinvolto nella vicenda, rimanendone un semplice ospite.


 La scrittrice australiana Helen Garner

RESOCONTO DELLA SERATA

L’argomento non è allegro ma l’autrice è riuscita a trattare il tema con leggerezza. Ha trattato anche temi molto profondi come l’amicizia, la morte, la malattia con grande sensibilità e intelligenza.
Qualcuno più che un romanzo lo definisce un diario che tratta con delicatezza tematiche angoscianti. Inoltre, descrive bene cosa significa assistere un malato terminale e mette in guardia dai ciarlatani che speculando sulla sofferenza propongono cure alternative spesso inefficaci.
A qualcuno è molto piaciuto il rapporto di amicizia tra le due protagoniste, l’amica che accudisce dimostra spesso segni di insofferenza e questo è molto umano.
Esiste un grande contrasto tra il tema trattato e la leggerezza con la quale l’autrice decide di affrontarlo.
Raggiunge il punto più drammatico quando l’amica comunica all’ammalata che sta per morire e che forse quelle cure non hanno l’effetto sperato. La mette di fronte alla morte e aiuta l’amica ad accettare la sua realtà senza farsi sostenere da inutili illusioni.
Qualcuno, di contro, l’ha trovato violento e angosciante. L’amica è totalmente al servizio dell’ammalata e si fa carico di un impegno troppo gravoso da gestire da sola.
Qualcuno sottolinea che la leggerezza nel racconto è resa dall’aspetto corale, dalla nipotina che ogni tanto fa capolino portando una nota di allegria e tanti particolari descritti con ironia.
I ciarlatani esistono e prosperano perché le persone gravemente ammalate preferiscono non guardare in faccia la realtà.
L’amicizia è fatta di sentimenti di varia natura e come fanno tutti sentimenti, ti mette di fronte ai propri limiti e lascia salire in superficie tutte le umane debolezze.
Sicuramente tra poco tempo la trama del racconto sarà dimenticata ma quello che rimarrà saranno le riflessioni fatte sull’amicizia e sull’importanza di conoscere ed accettare i limiti che ognuno ha.
L’amicizia è un sentimento che ti mette alla prova, ti forgia e ti aiuta a conoscerti meglio.
E al termine dell'incontro, i partecipanti si sono scambiati gli auguri di buone feste in un clima di amicizia e felicità!


















Per la nostra rubrica dei saggi n. 43 - Paul Mason: “Postcapitalismo. Una guida al nostro futuro", Il Saggiatore, 2016


di Enrico Sciarini
A predire la fine del capitalismo è il fervente laburista inglese Paul Mason, economista noto in Gran Bretagna per i suoi interventi alla TV, molti dei quali poi riproposti su You Tube. Attribuisce al capitalismo la recessione, il divario sempre maggiore tra i poveri e i ricchi, il riscaldamento globale e tante altre cose negative che affliggono il mondo, compreso il rischio di distruggere la democrazia. Ma, scrive Mason: “una dittatura che offre gas a buon mercato e un lavoro nell’esercito per tuo figlio può apparire migliore di una democrazia che ti lascia al freddo e ti fa morir di fame.” (pag21) Però ad essere trattata nel libro di Mason non è la democrazia, ma il sistema economico. Molte pagine vengono dedicate alla descrizione dei cicli economici cinquantennali iniziati alla fine del 1700 con l’industrializzazione. Ogni ciclo è caratterizzato da un periodo iniziale di alcuni anni di sviluppo e maggior benessere, seguito poi da anni di crisi. L’inizio del XXI secolo è stato anche quello del quinto ciclo la cui fase di sviluppo è stata determinata dalle tecnologie di rete e dalla globalizzazione cui è subito seguita la crisi del 2008. Questo induce Mason a scrivere che il neoliberalismo, iniziato nel 1980, “è stato un esperimento fallito” (pag 102). In un magistrale capitolo dal titolo” I beni dell’informazione cambiano tutto”, viene attribuito all’economista statunitense Paul Romer l’aver portato all’attenzione il problema dell’infocapitalismo. Infatti un bene d’informazione è diverso da qualsiasi merce finora prodotta. Basti pensare a quante persone sono oggi in grado di usare il copia e incolla nella loro attività, quanti leggono o ascoltano  musica, guardano film, si parlano e si vedono da un capo all’altro del mondo a costi irrisori. Tutto questo produce un impatto sconosciuto all’economia tradizionale. La conclusione di Mason la si trova a pag 213 con questa lapidaria sentenza: “Un’economia basata sull’informazione, con la tendenza a generare prodotti a costo zero e diritti di proprietà deboli, non può essere un’economia capitalista.” Poi Mason si chiede cosa ne avverrà della classe operaia e dà la seguente risposta: “Sopravvivrà in una forma diversa e probabilmente sembrerà qualcos’altro.” Poco più avanti, a pag 219 scrive: “Le tecnologie informatiche rendono possibile l’abolizione del lavoro. A impedirlo è soltanto la struttura sociale che conosciamo come capitalismo.” Tutto questo può anche spaventare, e ancora di più spaventano gli aspetti negativi sulle relazioni sociali prodotti dalla rete. Mason non li nasconde, tanto da prevedere che ci sarà un “individualismo reticolare”. Dall’impegnativa lettura del libro di Mason risulta evidente che non rimpiange il regime comunista con i fallimentari piani quinquennali. Non ne nega però l’importanza avuta per quasi tutto il secolo XX. Quello che ipotizza per il postcapitalismo non è un ritorno al passato. Scrive che “ci saranno tensioni in tre settori essenziali della vita economica: mercati finanziari, spesa pubblica, migrazioni” (pag.296). Il suo “Progetto Zero” che andrebbe a sostituire il capitalismo, a mio avviso è basato su una forte componente utopica; basta leggere i titoli di alcuni capitoli conclusivi : “Espandere il lavoro collaborativo. Sopprimere o socializzare i monopoli. Far sparire le forze di mercato. Socializzare il sistema finanziario. Un reddito di cittadinanza per tutti. Liberare il potere della rete”. E non è tutto, si pone anche la domanda: “Ma sta succedendo davvero?” E risponde: “E’ facile scoraggiarsi davanti alla portata di queste proposte, ma il cammino verso la liberazione sta avvenendo.”

Per il 208° incontro del 9 novembre, il GdL ha letto e commentato "Il professor Unrat" di Heinrich Mann. Ospite Ottavia Zerbi

...E' stato un incontro speciale! Ecco come...


Come ormai tradizione, in autunno, abbiamo avuto il piacere di ospitare la psicoterapeuta Ottavia Zerbi. Partendo dalla lettura comune del romanzo di Heinrich Mann, Ottavia Zerbi ha proposto questo argomento: “L’io morboso e la coppia: da voragini interiori a vette luminose. Illusione o possibilità?”, tematica che è stata sviluppata insieme ai commenti sulla lettura fatta dai componenti del Gruppo.
 
Heinrich Mann
Il professor Unrat


INIZIO
Poiché il suo nome era Raat, tutta la città lo chiamava Unrat, Sporcizia. Veniva così spontaneo, così naturale. Ogni tanto capitava che questo o quel professore cambiasse soprannome; un nuovo scaglione di alunni entrava a far parte della classe, prendeva di mira con voluttà omicida un certo lato comico del profesore che non era stato messo abbastanza in rilievo dai compagni dell'anno prima, e ne sbandierava il nome senza pietà. Unrat, invece, il suo lo portava da molte generazioni, tutta la città ne era al corrente, i suoi colleghi lo usavano fuori dal liceo e anche dentro, non appena lui voltava le spalle. Le persone che ospitavano in casa propria gli scolari e ne sorvegliavano gli studi, parlavano in presenza dei loro pensionati del professor Unrat. E il bell'ingegno che avesse cercato di studiare con occhio nuovo e di battezzare in altro modo l'ordinario della prima liceo non sarebbe riuscito a spuntarla. se non altro perché l'appellativo suscitava ancora nel vecchio insegnante la stessa reazione di ventisei anni prima. Bastava che nel cortile della scuola, non appena lo vedeva venire, uno gridasse:
«Non sentite odor di sporcizia?»
Oppure:
«Ehi, che odore di sporcizia!»
E subito il vecchio scrollava convulsamente la spalla, sempre la destra, che era più alta, e da dietro gli occhiali lanciava di sbieco un'occhiata piena di bile che gli studenti definivano perfida, e che era invece pavida e vendicativa: l'occhiata di un tiranno dalla coscienza poco tranquilla, che cerca di scoprire i pugnali tra le pieghe dei mantelli. Il suo mento spigoloso, a cui si attaccava una barbetta tra il giallo e il grigio, tremava con violenza. Contro l'alunno che aveva urlato la frase «non aveva prove» e non gli restava che tirar di lungo sulle gambe magre dalle ginocchia curve sotto il suo bisunto cappellaccio da muratore.
[Heinrich Mann, L'angelo azzurro (Professor Unrat), traduzione di Bianca Cetti Marinoni, Garzanti, Milano 1966]

HEINRICH MANN 


Fratello maggiore di Thomas Mann, Heinrich fu uno strenuo sostenitore della necessità di una letteratura sociale e dell’avvento della democrazia. Heinrich Mann nacque a Lubecca nel 1871 – lo stesso anno in cui la Germania venne unificata a seguito della guerra franco-prussiana. Suo padre era un commerciante all’ingrosso e una delle personalità più di spicco della piccola, ma ancora fiorente, cittadina anseatica di Lubecca.
Primo di cinque fratelli, Heinrich capì ben presto che la sua vocazione non era quella di seguire le orme paterne ma quella di dare espressione alla sua vena artistica, ereditata dalla madre, Julia da Silva-Bruhns, una donna di origine sudamericana con una grande passione per la musica e la letteratura. Si trasferì prima a Berlino dove iniziò un tirocinio presso l’editore Fisher e dove respirò per la prima volta l’aria di una grande città e di una capitale della cultura. Frequentò corsi all’Università, e divenne ben presto un assiduo cliente dei caffè berlinesi dove si incontravano gli artisti più importanti. Si diede però anche a una vita sempre più dissoluta. Spese, infatti, tutti i suoi soldi e si indebitò per frequentare bordelli. All’amico Ludwig Ewers confessò in una lettera che questo suo comportamento lo faceva vergognare e gli causava fortissimi sensi di colpa, ma che contemporaneamente non riusciva a sottrarsi.
In seguito si spostò in Italia e nel 1896 a Palestrina, nella campagna romana, lo raggiunse il fratello Thomas. Gli anni di Palestrina sono un periodo molto produttivo per i due fratelli, che addirittura pianificano di scrivere a due mani un libro di fiabe. L’idea però non andò mai oltre lo stadio dei primi schizzi. Heinrich lavorò ad alcune novelle e scrisse articoli che cercò di far pubblicare su varie riviste, mentre Thomas iniziò I Buddenbrook: decadenza di una famiglia. Mentre Heinrich mostrò di sentirsi sempre più a suo agio nella campagna romana, Thomas mostrò una certa insofferenza e una certa nostalgia di casa. Le strade dei due fratelli perciò, nel 1898, si divisero. Thomas ritornò a Monaco, mentre Heinrich continuò la sua vita di girovago.
In questo periodo si fidanzò con Inés Schmied, la figlia di una coppia tedesca emigrata in Sudamerica. L’ingresso di Inés nella vita di Heinrich rappresentò la fine del periodo niciano-decadente. Nel 1905 pubblicò Professor Unrat, da cui trent’anni più tardi verrà tratto il film L’angelo azzurro, che lancerà Marlene Dietrich.
Gli anni venti del XX secolo rappresentarono per Heinrich Mann un periodo artisticamente e politicamente molto denso. Si oppose fino all’ultimo e con tutte le sue forze al regime nazista. Quando, nel 1940,  neanche la Francia meridionale fu più un rifugio sicuro per lui, scelse nuovamente la via dell’esilio. Con un viaggio avventuroso e pericoloso, assieme alla moglie Nelly Kröger e al nipote Klaus, riesce a raggiungere la Spagna, valicando a piedi i Pirenei. Da qui giunse poi in Portogallo, per raggiungere gli Stati Uniti.
L’esilio negli Stati Uniti rappresentò per Heinrich Mann un’esperienza durissima. Restò sempre un autore sconosciuto, non apprezzato e non capito. L’ombra del fratello Thomas, che nel frattempo la propaganda americana aveva contribuito a far diventare la voce per eccellenza dell’emigrazione tedesca nel cosiddetto “mondo libero”, fu sempre più difficile da sopportare. Un contratto offertogli da uno degli Studios di Hollywood per scrivere soggetti cinematografici venne presto revocato. La sua situazione economica peggiorò rapidamente. Il suo stile si fece sempre più ermetico, i suoi ultimi libri sempre più difficili.
Nel 1944 la moglie Nelly Kröger, da tempo vittima di una forte depressione, si suicidò. Il vecchio Heinrich, legato da un profondo sentimento alla donna, non si riprese più da questo colpo e si chiuse sempre più in sé stesso, trascorrendo le proprie giornate scrivendo e ascoltando musica.
A guerra terminata, frattanto, si moltiplicarono i tentativi di riportare il vecchio oppositore di Hitler in Germania e di farne una delle figure di riferimento del paese da ricostruire. L’Università di Berlino gli conferì il titolo di dottore honoris causa, ma per difficoltà burocratiche, accentuate dalla guerra fredda non riuscì a partecipare alla cerimonia. Dopo una lunga opera di mediazione da parte di Thomas, che riuscì infine a convincere il fratello a tornare in Germania, Heinrich morì a Santa Monica nel 1950, mentre aspettava il visto per potersi imbarcare e poter ritornare in Europa.
Le sue spoglie vennero traslate nel 1961 nel Dorotheenstädtischer Friedhof nella Chausseestraße a Berlino Est.


Ed ecco qui sotto alcune immagini della serata:






RESOCONTO DELL'INCONTRO
Come ogni anno Ottavia Zerbi ha acconsentito di esaminare sotto un profilo psicologico il libro proposto dal gruppo di lettura. Il romanzo è quello di Heinrich Mann dal titolo l’Angelo Azzurro.
Ottavia ha scelto di intitolare l’incontro: “L’io morboso e la coppia: da voragini interiori a vette luminose. Illusione o possibilità?”
Il suo esame psicologico si è principalmente rivolto al rapporto di coppia instauratosi tra Rosa e il professor Unrat che indiscutibilmente da subito è caratterizzato dalla morbosità. Questa costituirà la parola chiave dell’analisi.
Il dizionario la definisce come quell’esasperazione capace di provocare deformazione o trasformazione dei limiti naturali di un affetto.
Ecco che l’io morboso cercherà sempre un altro io che sostenga la sua morbosità. In psicologia quando la si chiama in causa, sempre ci si riferisce ad uno stato di dipendenza affettiva nella coppia, uno dei due partner dipende completamente dall’altro, non esiste il rapporto paritario ma ognuno ha bisogno dell’altro per sentirsi esistente.
Ottavia Zerbi individua nel romanzo tre personaggi chiave: il professor Unrat, il morboso, Rose che rappresenta la soglia cioè colei che trattiene Unrat dentro al limite e Lohmann lo studente definito il puro per via del fatto che è libero dalla necessità di cadere nella morbosità.
Il professor Unrat, a causa della sua storia personale e delle sue ferite psichiche,  tende a schiacciare e mortificare gli altri, gli studenti in particolare cercando di portarli verso la rovina.
Inizialmente lo fa usando la sua cultura, la sua intelligenza e il suo stato sociale, in un secondo momento si serve, invece, del potere che Rosa esercita attraverso la bellezza e la giovinezza.
Rosa infatti è una donna piacente con tutta la vita davanti a sé.
Il professore proietta il suo Io buono su Rosa. Unrat è talmente marcio che ha bisogno di sentire che c’è una parte buona; la sua è molto schiacciata dalla sua personalità negativa quindi la proietta su Rosa che così idealizzata diventa tutta buona lasciando nell’ombra le sue parti negative.
“Ti amo e ti devo amare e proteggere perché sei buona”, inizialmente l’inconscio del professore lo guida in questo modo ad idealizzare questa donna.
Anche Rosa ha bisogno di sentire che qualcuno le dica che è buona e innocente e che la proteggerà.
L’inizio della lora storia sembra pertanto retta dal patto inconscio: “io ti salverò!”
Avrebbero potuto salvarsi rispecchiandosi nelle loro parti buone, però ciò non accade.
Unrat utilizzerà la ballerina per schiacciare le persone in modo più potente di prima e Rosa si lascia manipolare sintonizzandosi con l’invidia che Unrat sente per gli altri.
Lo studente Lohlman rappresenta la purezza è l’unico a provare insieme pena e simpatia per il professore.
In conclusione Ottavia fornisce anche un’interpretazione della società in generale che è composta da individui che hanno la possibilità di figurarsela buona o cattiva a seconda di quello che ciascuno proietta di sé. Esiste, infatti, un processo continuo di reciproca compenetrazione tra individuo e società.
Un partecipante alla discussione trova invece riduttiva l’interpretazione psicologica della società, talvolta la società schiaccia gli individui. Unrat si consola sentendosi superiore attraverso la cultura, fino all’incontro con Rose è tutta testa poi invece inizia a provare le emozioni, si fa trascinare e diventa più anarchico. Rose per la prima volta nella sua vita sente che qualcuno la tratta come una signora. All’osservazione che Unrat sia tutta testa Ottavia obbietta che la rabbia e l’aggressività che egli manifesta non nascono dalla testa ma dalla pancia del personaggio.
Qualcuno pone l’accento sul periodo storico dal quale non si può prescindere nella descrizione dei personaggi.
Questo tipo di borghesia, infatti, costituirà il serbatoio del nazismo. L’autore evidenzia i vizi di questa società che andrà alla deriva, caratterizzata da tanta rigidità, piena di pregiudizi. I giovani che fanno la posta a Unrat per gridargli spazzatura sono ingabbiati nella rigidità.
Qualcuno aggiunge che la società descritta è imprigionante, e che il personaggio di Unrat per certi versi fa simpatia, utilizza la cultura come strumento per svilire gli altri. Considera Lohmann un codardo che non ha nemmeno il coraggio di pronunciare il nome della donna che ama e durante la lite tra marito e moglie risponde borghesemente con la falsità.
Al contrario, Unrat agisce alla luce del sole il suo male è evidente e dichiarato. La relazione trai due protagonisti è torbida però pur nel male è sbocciata. La svolta si ha quando il professore viene messo di fronte alla realtà che la sua donna è una poco di buono, anche nel male dimostra una forza rivoluzionaria.
L’autore fa una descrizione mostruosa della società dell’epoca pur rivelando in alcuni punti una satira pungente.
Qualcuno del gruppo, invece, ha visto in Unrat solo rabbia distruttiva, entra in contatto con Rosa solo per perseguitare il suo studente, poi diventa il protettore di questa donna e la seconda parte del romanzo è tutta distruttiva non solo la coppia ma anche la società appare marcia e dacadente.