Per il 196° incontro del 15 dicembre 2016, il GdL sta leggendo "Ernesto" di Umberto Saba

Umberto Saba
Ernesto
Einaudi


INIZIO
- Cossa el ga? El xe stanco?
- No. Son rabiado.
- Con chi?
- Col Paron: Con quel strozin. Un fiorin e mezo per caricar e scaricar due cari.
- El ga ragion lei.
Questo dialogo....

UMBERTO SABA 


Pseudonimo del poeta Umberto Poli, Umberto Saba nacque a Trieste nel 1883. Di famiglia ebraica dal lato materno, fu avviato agli studî commerciali, e fu per lunghi anni direttore e proprietario di una libreria antiquaria a Trieste. I suoi primi versi risalgono al 1900 ma il primo libro, Poesie, è del 1911; seguirono: Coi miei occhi (1912), Cose leggere e vaganti (1920), Il Canzoniere (1921; ed. crit. a cura di G. Castellani, 1981), Preludio e canzonette (1922), Figure e canti (1926), Preludio e fughe (1928), Tre composizioni (1933), Parole (1934), Ultime cose (1944), poi tutti raccolti nell'ediz. definitiva del Canzoniere (1945); e quindi Mediterranee (1947), Uccelli - Quasi un racconto (1951). Scrisse anche alcune prose fra narrative e liriche: Scorciatoie e raccontini (1946), Ricordi-racconti (1956) e Storia e cronistoria del Canzoniere (1948), contributo alla critica di sé stesso; postumo (1975; nuova ed. 1995) è stato pubblicato un romanzo incompiuto, Ernesto, scritto nel 1953. Alla contemplazione delle cose ultime, pervasa da un pessimismo, da un senso atavico e quasi espiatorio del dolore, si congiungono, in S., una trepida inclinazione per la donna e per l'amore, un alacre interesse per le cose e le creature più umili, per gli aspetti più minuti della vita e della sua Trieste. E la sua poesia, autobiografica proprio nel senso di intimo diario e confessione, è di un tono medio, fra il cantato e il parlato, fra l'aulico e il popolaresco, fra l'alta lirica (dai vaghi echi leopardiani) e la canzonetta: conforme al suo gusto, educato sui classici (i quali, per lui, nato in una terra all'incrocio di più culture e non ancora unita all'Italia, costituirono anche l'unico riferimento sicuro in fatto di lingua) ma arricchito dai lieviti del romanticismo germanico e slavo, scaltrito dalla lezione della poesia dialettale veneta (e di quella realistico-borghese di V. Betteloni), e insieme sensibile alle suggestioni della psicanalisi. E se la conciliazione di queste varie componenti, e dei diversi modi, non avviene senza dissonanze, e la tendenza di S. a tradurre quella confessione o introversione in "racconto" dà luogo a frequenti cadenze prosastiche (temperate peraltro, nelle ultime poesie, da una certa concisione epigrammatica), è anche vero che, per la profonda umanità del suo impegno e per la schiettezza della vena lirica, la sua opera si colloca tra le maggiori della poesia contemporanea. Dell'importante epistolario di S., oltre al carteggio con P. A. Quarantotti Gambini (Il vecchio e il giovane, 1965) e a singoli gruppi di lettere pubblicati sparsamente, si può leggere l'ed. a cura di A. Marcovecchio, La spada d'amore. Lettere scelte 1902-1957 (1983). Moriì a Gorizia nel 1957.

(notizie tratte da Treccani.it)

Un caffè con... Antonietta Pastore

Caffè o tè?
Caffè espresso, mi piace forte e con poco zucchero.

Cosa sta leggendo?
L’altrui mestiere di Primo Levi. Vi si ritrovano cose attualissime, un libro che non avevo ancora letto e che consiglio, interessante e toccante.

Carta o ebook?
Preferisco la carta, ma leggo anche gli e-book, si risparmia, si ottengono in breve tempo, soprattutto i titoli stranieri, e sono pratici in caso di consultazione. Oltre al fatto che a un certo punto i libri cartacei in casa non ci stanno in più. Il problema con gli e-book è che sembra di leggere sempre lo stesso libro. Certo la carta è un’altra cosa...

Ha un luogo del cuore?
Il mio studio, la mia scrivania. Anni fa durante un viaggio in Kenya mi è capitato di trovarmi in una situazione un po’ pericolosa e mi sono scoperta a pensare: chissà se rivedrò mai il mio studio e la mia scrivania. Il mio ubi consistam.

“Che fine aveva fatto quella ragazza esuberante?” si legge nelle prime pagine del suo nuovo romanzo Mia amata Yuriko. Sulle orme di una donna per tratteggiare anche la Storia di un Paese?
Il ‘la’ per questo libro me lo da dato quel che ho saputo dopo il terremoto di Fukushima. Senza anticipare nulla, sono venuta a conoscenza di situazioni che mi hanno molto colpita e che poi ho tratteggiato intorno alla figura di Yuriko. La condizione della donna in Giappone è diversa che da noi, c’è una grande differenza tra prima e dopo il matrimonio. Se una donna sceglie di sposarsi e fare dei figli è soggetta a un ridimensionamento della propria vita, direi uno schiacciamento dell’esuberanza, della speranza. Anche se ha studiato ed è preparata per una carriera. Sono molte le donne che lasciano il lavoro per seguire i figli ed è una scelta forzata, dovuta al fatto che gli aiuti alla maternità là sono addirittura peggiori di quelli che abbiamo qui. Se una donna vuole fare carriera deve sacrificare tutto, a meno che non abbia alle spalle madri disposte a fare le nonne a tempo pieno. Ne avevo parlato nel mio libro Nel Giappone delle donne. La gestione della casa e della famiglia è ancora nelle mani esclusive delle donne; gli uomini sono dedicati al lavoro e comunque tornano a casa molto tardi alla sera.

Nel suo Leggero il passo sui tatami mette a fuoco le contraddizioni della cultura e dello stile di vita giapponese; cosa le manca di più oggi del Giappone?
Mi manca il senso di responsabilità della gente, un senso di rispetto per gli altri capace di andare oltre l’interesse personale, la consapevolezza che se si pensa solo a sé si mettono in difficoltà gli altri. Puntualità e onore alla parola data sono punti fermi in Giappone, è tutto molto preciso e l’affidabilità totale. Per fare un esempio semplice, là sarebbero inconcepibili i pagamenti a 60 giorni che qui da noi sono la consuetudine; casomai ti pagano addirittura prima.

Lei che ha vissuto così a lungo in un Paese lontano dalla sua terra d’origine, vuole dirci qualcosa sull’intreccio tra luogo e identità?
Direi che c’è il rischio di una perdita di identità. Ma se ci si difende per conservarla intatta si va a scapito di una propria evoluzione. Se si vuole assimilare un’altra cultura bisogna aprirsi. Allo stesso tempo non si deve sbilanciarsi troppo per farsi accettare o benvolere per forza, altrimenti poi ritrovare l’equilibrio è complicato. Credo sia un percorso lungo, ci vuole molta umiltà e la capacità di guardare a sé anche da una certa distanza.

Oltre che autrice lei è anche traduttrice dal giapponese all’italiano da molti anni; come si trova il punto d’incontro tra una lingua così densa di simboli dal significato complesso e l’italiano? Come si può rispettare e mantenere la ‘musica’ delle pagine?
Quel che faccio spesso prima di tradurre un testo è rileggere le Lezioni americane di Calvino, dove parla della leggerezza soprattutto, e cerco di inquadrare il lavoro in quest’ottica.
Per quanto riguarda il ritmo, nell’ultimo libro di Murakami che ho tradotto e che contiene suoi saggi sulla scrittura è lui stesso ad affermare di scrivere come se suonasse uno strumento. Picchia sulla tastiera del computer come se fossero i tasti del pianoforte. La scrittura per lui è ritmo, da amante del jazz, un ritmo sincopato e trascinante; è difficile che le sue frasi siano lunghe o troppo complesse e pesanti, ed è un ritmo molto personale che è anche divertente da rendere. Ci sono poi scrittori diversi, naturalmente, come Nakagami Kenji che invece utilizza un periodare proustiano, complesso, con subordinate di diverso grado e la frase reggente messa all’ultimo. In questo caso mi aiuta l’amare molto Proust.

Ci consiglia un autore/autrice giapponese, anche meno conosciuto, che secondo lei andrebbe letto, magari con il nostro Gruppo di Lettura?
Ho appena tradotto Il fiume senza ponti di Sumii Sue per Atmosphere Libri. E’ un romanzo che tratta un argomento scabroso, la storia degli ex fuori casta, gli ‘eta’. E questa autrice che è stata una femminista e ha molto operato in difesa delle minoranze, sceglie qui di romanzare la vita del fondatore del Movimento di liberazione degli eta. E’ un libro dove si trova una bellissima rappresentazione della vita nelle campagne giapponesi.
Un'altra autrice, completamente differente, è Kawakami Hiromi, anch’essa pubblicata da Einaudi con i romanzi La cartella del professore e Le donne del signor Nakano.

Per concludere, vuole provare a dirci cos’è per lei la Lettura?
La Lettura per me è come le vacanze. Mi sento in vacanza quando posso leggere, è proprio gioia, piacere, e se mi capita una giornata intera (cosa rara) da poter dedicare alla lettura allora sì...
 


Antonietta Pastore è nata a Torino, dove abita, e ha vissuto a lungo in Giappone. Traduttrice dal giapponese all’italiano di autori quali Murakami Haruki, Natsume Soseki e Kawakami Hiromi, è inoltre autrice. Il suo ultimo romanzo, pubblicato quest’anno, è Mia amata Yuriko (Einaudi 2016), preceduto da Leggero il passo sui tatami (Einaudi 2010, appena ristampato) e Nel Giappone delle donne (Einaudi, 2004).

Intervista di
Paola Romagnoli






Per la nostra rubrica dei saggi n. 35 - Luigi Zingales: “Manifesto capitalista” Rizzoli 2012

Luigi Zingales
Manifesto capitalista
Rizzoli 2012


di Enrico Sciarini

Nella sua prefazione l’Autore scrive che i suo libro è “un resoconto impietoso dei problemi dell’attuale sistema economico e un’appassionante richiesta di cambiamento”. Dichiara anche che il “libero mercato” rimane il migliore dei sistemi possibili che, pur con tutti i suoi difetti, offre sempre il maggior numero di opportunità al maggior numero di persone. Ed è proprio per tale maggioranza di persone che Zingales dice di aver scritto il suo libro. Le Sue proposte si basano sulla forza della competitività estesa non solo al mercato, ma anche alla politica, alla cultura e all’informazione. Dichiara poi che il suo capitalismo, per essere accettato dalla maggioranza dei cittadini non deve comportare troppe differenze di reddito. Illustra con chiarezza le nefaste conseguenze del nepotismo e del clientelismo aggiungendo che quando un’impresa riesce a monopolizzare il mercato con l’appoggio governativo, essa diventa talmente colossale da essere considerata uno Stato nello Stato così che nessuno può permettersi di farla fallire. Più avanti spiega quanto sia importante quello che Lui chiama “valore civico”, vale a dire l’insieme delle aspettative e dei valori che favoriscono la cooperazione. Inevitabilmente affronta quindi i problemi etici concernenti l’economia: Per Zingales il profitto non dovrebbe essere l’unico criterio per misurare il successo di un’azienda e nemmeno quello di uno studente. E’ molto critico anche con le “lobby” che sarebbero per Lui “una distorsione del mercato che fa trionfare il capitalismo clientelare”. Per coloro che non intendessero leggere le 359 pagine del libro, è raccomandabile almeno la lettura della postfazione, tutta dedicata all’Italia e alla sua “peggiocrazia”; in sole 16 pagine ne mette a nudo gli aspetti più deleteri che fanno dell’Italia una nazione non più in grado di reggere il confronto con quelle più progredite. Ne indica le cause, la maggiore delle quali è la mancanza di fiducia nei confronti dei governanti. Confida in una difficile ripresa affidata ai giovani, alle donne e agli immigrati. Luigi Zingales è un economista che insegna imprenditorialità e finanza all’Università di Chicago. 

Per il 195° incontro del 10 novembre 2016, il GdL ha letto e commentato "La moglie dell'uomo che viaggiava nel tempo" di Audrey Niffeneger. Ospite la psicologa e psicoterapeuta Ottavia Zerbi

Come ormai consuetudine del mese di novembre, il gruppo di lettura converserà attorno a un romanzo ("La moglie dell'uomo che viaggiava nel tempo" di Audrey Niffenegera) a partire da alcuni spunti di riflessione su un tema di carattere psicologico che fornirà Ottavia Zerbi, psicologa e psicoterapeuta.


Quando Henry incontra Clare, lui ha ventott'anni e lei venti. Lui non ha mai visto lei, lei conosce lui da quando ha sei anni... Potrebbe iniziare così questo libro, racconto di un'intensa storia d'amore, raccontata da due voci che si alternano e si confrontano. Si costruisce così sotto gli occhi del lettore la vita di una coppia e poi di una famiglia cosparsa di gioie e di tragedie, sempre sotto la minaccia di qualcosa che nessuno dei due può prevenire o controllare. Artista, professore all'Interdisciplinary Book Arts MFA di Chicago, Audrey Niffenegger firma con questo libro il suo primo romanzo.



Audrey Niffenegger
Artista e scrittrice statunitense (South Haven 1963). Docente presso il Center for book and paper arts del Columbia college Chicago, ha affiancato all’attività di artista visuale la scrittura di finzione. Del 2003 è il romanzo The time traveler’s wife (trad. it. 2005) cui sono seguiti nel 2009 Her Fearful Symmetry (trad. it. 2009) e nel 2013 Raven Girl. Ha pubblicato anche tre graphic novel: The three incestous sister (2005), The Adventuress (2006) e The Night Bookmobile (2008).


Ecco qui sotto alcuni momenti della bella serata:









 

Il GdL ha festeggiato i suoi 14 anni (194° incontro), giovedì 20 ottobre al centro Verdi a Segrate

... E lo ha fatto ospitando Enrica Melossi e Caterina Giavotto (entrambe editor di Mondadori Electa) con un incontro dal titolo: Storie di copertine, figure e molto altro.
Enrica e Caterina hanno raccontato aneddoti, curiosità e piccole storie che stanno dietro le copertine dei libri svelando aspetti inediti e sorprendenti.
 Il calore del gruppo, da 14 anni riunito in un abbraccio, è stato intenso, un collante che ci ha uniti in una serata indimenticabile! Grazi ancora a Enrica e a Caterina!


Caterina Giavotto
Editor di cucina per professione, cuoca per passione, buddista per vocazione. Nel tempo libero suona il pianoforte, prepara dolci di ogni tipo e accudisce gerbilli. Viaggia di preferenza nei deserti del mondo e non si perde mai.


Enrica Melossi
Intrepida e senza fissa dimora, è passata spericolatamente dall'iconografia alla gastronomia. Si sposta in metropolitana e in treno, spesso non giungendo a destinazione, ma trova sempre il modo di allestire cene improvvisate per gli amici. 

Ecco alcuni momenti dei 14 anni!


Il GdL ... al completo!
 
 Caterina Giavotto mentre racconta un "dietro le quinte" di una copertina. Seduti, dietro di lei, Enrica Melossi e Roberto Spoldi


 
  

Per il 193° incontro del 15 settembre 2016, il GdL ha letto e commentato "Casalinghitudine" di Clara Sereni

Clara Sereni
Casalinghitudine



INIZIO

Farine Bruscate
farine integrali di almeno 3 cereali diversi

Metto le farine in una padella fino a riempirla a metà; su fuoco medio la faccio rosolare, mescolandola con un cucchiaio di legno finché non si scurisca senza bruciarsi. Quando è pronta, in casa aleggia un odore di noccioline tostate. La conservo in barattoli di vetro per non più di una settimana, usandola per le diverse preparazioni.

(...)

CLARA SERENI



Figlia di Emilio e di Xenia Silberberg (la Marina Sereni de I giorni della nostra vita), si è sposata a Roma, città nella quale rimarrà fino al 1991, anno del suo trasferimento a Perugia dove tuttora risiede. Si è imposta all'attenzione della critica e del pubblico con il libro d'esordio: Sigma Epsilon (1974), una rivisitazione in chiave autobiografica del frenetico impegno politico che aveva caratterizzato la sua generazione. La sua seconda opera, Casalinghitudine, scritta tredici anni più tardi, è una specie di ricettario in cui ogni piatto è legato a un momento particolare del proprio passato, a un ricordo incancellabile. La sua fama si è accresciuta con i racconti di Manicomio primavera (1989) e con il romanzo Il gioco dei regni (1993). Il suo impegno è rivolto non solo alla letteratura, ma anche al sociale e nel campo politico. Nel capoluogo umbro ha rivestito la carica di vicesindaco, con delega alle politiche sociali dal 1995 al 1997. Nel 1998, a seguito di una vicenda familiare (il figlio Matteo è psicotico dalla nascita), ha promosso la Fondazione Città del sole – Onlus (di cui ha rivestito fino al 2009 il ruolo di presidente) che si impegna a favore prevalentemente di disabili psichici e mentali gravi e medio-gravi. È editorialista per i quotidiani l'Unità e il manifesto e ha tradotto e curato opere di Balzac, Stendhal, Madame de La Fayette. Tra i libri da lei curati, Si può (E/O edizioni), nel quale cinque tra giornalisti e giornaliste (Lucia Annunziata, Gad Lerner, Barbara Palombelli, Oreste Pivetta e Gianni Riotta) raccontano una storia positiva di integrazione di malati mentali nella società. Nel 2004 ha partecipato al film documentario girato dal marito Stefano Rulli, dal titolo Un silenzio particolare, sull'esperienza di vita col loro figlio Matteo, anche lui protagonista del film. Ha curato l'antologia di racconti Amore caro (Milano, Cairo, 2009), scritti, tra gli altri, dalla stessa Sereni e da Franco Amurri, Oliviero Beha, Paola Cortellesi, Pulsatilla, Barbara Garlaschelli.


Per la nostra rubrica dei saggi n. 34 - Craig Venter: “Il disegno della vita”, Rizzoli 2014

Craig Venter
Il disegno della vita
Rizzoli 201


di Enrico Sciarini

Craig Venter è il biologo americano che nel 2000 ha realizzato il sequenziamento del genoma umano. Dopo sedici anni è probabile che ancora più della metà degli oltre sette miliardi di persone che popolano la terra non sappiano cos’è il genoma. Il libro di Venter non dà la definizione di genoma perché lo tratta ad un livello più avanzato per riprodurlo artificialmente e per dare un significato più chiaro della parola Vita. (La miglior definizione di “genoma” che ho trovato recita: “Il Genoma è l’insieme di tutte le informazioni genetiche contenute nell’acido desossiribonucleide (DNA) composto da quattro molecole, adenina, citosina, guanina, timina, (ACGT) che risiedono in ogni cellula del corpo umano e in qualsiasi altra forma di vita.) Per decifrare il genoma Venter ha utilizzato le grandi opportunità della tecnica digitale unite a quelle della biologia. Venter si dice convinto che il DNA sia il “software” (programma) della vita, cambiandolo si può cambiare “l’hardware” (materia) della cellula. Ne deduce che la vita è un sistema informatico. Aggiunge però che “affermazioni straordinarie vanno sostenute con prove straordinarie”. Per questo ha dedicato anni di lavoro sperimentale in laboratorio. Questo lavoro lo ha descritto nel suo libro e chi lo legge scopre che Venter e il suo gruppo di ricercatori hanno creato una cellula sintetica. L’Autore usa proprio il verbo “creare”, anche se lo alterna con “realizzare”. E’ però lui stesso a convenire con chi ritiene improprio usare “creare”, dato che per riprodurre sinteticamente una nuova cellula viva ha utilizzato un genoma già esistente. Ammette quindi che l’origine delle prime cellule rimane un mistero aggiungendo che: “dove c’è un mistero c’è l’opportunità di far prosperare opinioni e religioni contrarie alla scienza”. Secondo Venter in futuro la scienza sarà definita dalla capacità di creare cellule sintetiche; prevede inoltre che di poter esplorare il confine tra animato e inanimato. Ma ritiene che in futuro la cosa più importante sarà “L’esplorazione sistematica delle potenzialità della biologia …. E le nostre conoscenze della biologia si espanderanno a velocità migliaia di volte superiori a quelle di oggi.” La conseguenza sarà quella di avere la possibilità di creare nuove forme di vita, sollevando così enormi questioni di carattere etico. Il problema etico Venter lo sta affrontando in collaborazione sia con i responsabili politici, sia con quelli religiosi. Di fatto ha già proposto che: “La vita sintetica non deve recare danno all’Umanità.” Ritiene sia importantissimo divulgare la ricerca scientifica anche tra i non esperti in modo da coinvolgerli nel dibattito su questioni così rilevanti. Più discutibile è invece l’affermazione di Venter che “abbandonare la tecnologia vuol dire abbandonare la possibilità di migliorare la vita umana.” Quando poi si dà a congetture sul futuro, intravede la possibilità di creare antivirus ad uso terapeutico e di teletrasmettere alla velocità della luce nuove forme di vita in ogni parte del mondo. L’ultimo capitolo del libro ha proprio come titolo: “La vita alla velocità della luce” che è anche il titolo originale del libro. Il sequenziamento del genoma effettuato da Venter è già stato trasmesso nello spazio sotto forma di onde elettromagnetiche. Il nostro DNA ha quindi varcato i confini terrestri, ma non sappiamo ancora dove approderà.
 

Per il 192° incontro del 28 luglio 2016, il GdL ha letto e commentato "Auto da fé" di Elias Canetti

Elias Canetti
Auto da fé
Adelphi / Garzanti


INIZIO

“Che fai qui, bambino?”
“Niente”.
“E allora perché ci stai?”
“Così…”.
“Sai già leggere?”
“Oh si”.
“Quanti anni hai?”
“Nove compiuti”.
“Cosa ti piace di più: una tavoletta di cioccolato o un libro?”
“Un libro”.


Auto da fé (1935), primo libro di Elias Canetti e suo unico romanzo, è un’opera solitaria ed estrema, segnata dalla intransigente felicità degli inizi. Qui tutto si svolge nella tensione fra due esseri cresciuti ai capi opposti nelle immense fronde dell’albero della vita: il sinologo Kien e la sua governante Therese. Kien è un grande studioso che disprezza i professori, ritiene superflui e sgradevoli i contatti col mondo, ama in fondo una cosa sola: i libri. E i libri lo circondano e lo proteggono, schierati come guerrieri sulle pareti della sua casa senza finestre. Esperto nell’arte del dubbio, Kien cela una fede incrollabile: per lui, «Dio è il passato» – e tutta la vita anela al «giorno in cui gli uomini sostituiranno ai propri sensi il ricordo e al tempo il passato». Fino a quel giorno, però, Kien, appena esce per strada, è perso nell’ignoto, diventa inerme e grottesco: di tutti i suoi tesori gli rimane soltanto l’illusoria corazza di un «carattere». Ma un «carattere» è anche la sua governante Therese. Maestosa nella sua lunga sottana blu inamidata, Therese raccoglie in sé le più raffinate essenze della meschinità umana. Anche lei è un essere autosufficiente, che diffida del mondo: la sua bassezza è rigorosa, conscia della propria dignità. Nella mente di Therese turbinano frasi sulle patate che sono sempre più care e sui giovani che sono sempre più screanzati. In quella di Kien rintoccano sentenze di Confucio. Ma qualcosa li accomuna nel profondo: una certa spaventosa coazione, il rifiuto di ammettere qualcos’altro nel loro mondo. Auto da fé racconta l’incrociarsi di queste due remote traiettorie e ciò che ne consegue – la minuziosa, feroce vendetta della vita su Kien, che aveva voluto eluderla con la stessa acribia con cui analizzava un testo antico. Una volta che Kien, perseguitato da Therese, ha messo piede nel regno proibito dei fatti, questi proliferano con fecondità demenziale e lo trascinano tra fetide bettole, il monte dei pegni e la guardiola di un portiere. Questo romanzo aspro, spigoloso, è traversato da una lacerante comicità, unica lingua franca in cui possa comunicarsi questa storia, prima di culminare nel riso di Kien mentre viene avvolto dalle fiamme, nel rogo della sua biblioteca.

Per il 191° incontro del 16 giugno 2016 il GdL ha letto e commentato "I fiumi profondi" di José M. Arguedas

 

Incipit

Infondeva rispetto nonostante l’aspetto antiquato e sporco. I notabili di Cuzco lo salutavano con deferenza. Portava sempre un bastone con l’impugnatura d’oro; il cappello, con la tesa stretta, gli faceva un po’ d’ombra sulla fronte. Era imbarazzante uscire con lui, perché s’inginocchiava davanti a tutte le chiese e cappelle e si toglieva il cappello in modo vistoso quando salutava i frati.
Mio padre lo odiava. Aveva lavorato come scrivano nelle tenute del Vecchio. «Dall’alto, con voce da dannato, grida perché i suoi indios sappiano che lui è dappertutto. Mette la frutta degli orti nei magazzini e la lascia marcire; pensa che non vale abbastanza per portarla a vendere a Cuzco o ad Abancay e che costa troppo per lasciarla ai colonos.  Andrà all’inferno», diceva di lui mio padre.


José María Arguedas nacque nel 1911 a Andahuaylas, sull'altopiano andino. Rimasto orfano all'età di due anni, trascorse l'infanzia in una comunità india dove apprese il quechua, sua lingua madre. Nel 1929 giunse a Lima, dove si iscrisse all'Università. Incarcerato nel 1937 per le sue idee di sinistra, nel 1957 ottenne la cattedra di etnologia. Morí suicida a Lima nel 1969. Scrisse, oltre ai romanzi noti in tutto il mondo, articoli scientifici, saggi di etnologia e di antropologia, raccolte di letteratura quechua, poesie e racconti. Delle sue opere Einaudi ha pubblicato: Tutte le stirpi (1974), Festa di sangue (1976), Il Sexto (1980), Arte popolare, religione e cultura degli indios andini (1983), La volpe di sopra. La volpe di sotto (1990), Musica, danze e riti degli indios del Perú (1991) e I fiumi profondi (2011). 
(dal sito Einaudi)

Per il 190° incontro del 27 maggio 2016, il GdL ha letto "84, Charing Cross Road" di Helene Hanff

Helene Hanff
84, Charing Cross Road
Archinto


INIZIO


Marks & Co.
84, Charing Cross Road
London, W.C.2
England


Gentili Signori,
leggo dalla vostra inserzione sul «Saturday Review of Literature» che siete specializzati in libri fuori stampa. L'intestazione «librai antiquari» mi spaventa un poco, perché per me «antico» equivale a dispendioso. Sono una scrittrice senza soldi che ama i libri d'antiquariato, ma da queste parti è impossibile reperire le opere che desidererei avere se non in edizioni molto costose e rare, o in copie scolastiche, sudicie e scribacchiate, della libreria Barnes & Noble.
Allego un elenco delle mie necessità più pressanti. Se aveste qualche copia usata decente di uno qualsiasi dei libri in elenco, a non più di $5.00 l'uno, vi prego di considerare questa mia un ordine d'acquisto e di inviarmeli.
Con i più cordiali saluti
HELENE HANFF
 Obbligata a lasciare gli studi universitari per motivi economici, Helene Hanff (nata a Filadelfia nel 1916), appena ventunenne vince un concorso di scrittura teatrale e si trasferisce a New York, città nella quale resterà per tutta la vita. Assunta prima come lettrice di manoscritti per la Paramount Pictures, nel 1952 inizia la sua carriera di sceneggiatrice televisiva: scrive polizieschi per la trasmissione The Adventures of Ellery Queen e qualche anno più tardi si aggiudica una borsa di studio per l'ideazione di sceneggiature d'argomentazione storica per il programma The Hallmark Hall of Fame. Oltre a realizzare alcuni libri per bambini, nel 1961 pubblica Underfoot in Show Business, racconto autobiografico dai toni ironici in cui mette a nudo le sue illusioni di fare fortuna come autrice teatrale. Per necessità economiche scrive vari saggi che toccano temi politici e sociali e collabora con alcune riviste.

Nel 1970 esce 84, Charing Cross Road, il libro che la fa conoscere al grande pubblico. Si tratta della raccolta delle lettere frutto della sua lunga corrispondenza (1949 - 1969) con Frank Doel e gli altri impiegati della libreria antiquaria Marks & Co. di Londra, a cui la Hanff si rivolge per l'acquisto di libri di letteratura e saggistica inglese del Settecento. Col tempo il carattere della corrispondenza si fa sempre più personale e cresce in lei il desiderio di recarsi a Londra per visitare la libreria e riuscire finalmente a incontrarne di persona i dipendenti, ma Frank Doel scompare prematuramente e nel 1970 il negozio chiude i battenti. Riuscirà a recarsi all'84 di Charing Cross Road soltanto in seguito alla pubblicazione dell'edizione inglese del suo libro e questa esperienza le offrirà lo spunto per un nuovo romanzo autobiografico (The Duchess of Bloomsbury Street, 1973).

Nel 1987 esce per la regia di David Hugh Jones il film 84 Charing Cross Road, intensa trasposizione cinematografica dell'omonimo romanzo, che vede attori del calibro di Anne Bancroft e Anthony Hopkins vestire i panni dei protagonisti della vicenda.

Apple of My Eye (1977), una guida sui generis della città di New York e l'autobiografico Qs' Legacy (1985) sono i suoi ultimi lavori. Inoltre Letter from New York: BBC Woman's Hour Broadcasts, edito nel 1992, raccoglie una selezione degli interventi che la Hanff fece tra il 1978 e il 1984 per il programma della BBC BBC Woman's Hour Broadcasts.
 

Per la nostra rubrica dei saggi n. 33 - Maurizio Pallante: “I monasteri del terzo millennio”, Lindau 2013

Maurizio Pallante
I monasteri del terzo millennio
Lindau 2013


di Enrico Sciarini

Maurizio Pallante è il fondatore del movimento per la decrescita felice. Evidentemente ritiene che la vita nei monasteri sia stata una vita felice o, quanto meno, più felice di quella che si vive all’inizio del XXI secolo. Nelle prime pagine del libro afferma che la dimensione materialistica ha preso il sopravvento su quella spirituale e che la fede in Dio è stata sostituita dalla fede nella scienza. Ritiene inoltre che si confonda il ben-essere con il possesso di beni e si usa il valore venale degli oggetti prodotti come indicatore di prosperità. Pallante scrive che la conseguenza più negativa della crescita abnorme dell’economia di mercato sia stata quella della contemporanea crescita della popolazione nelle aree urbane, tanto da far prevedere che nel 2050 il 75% dell’umanità vivrà nelle grandi metropoli. Insiste nell’evidenziare che l’industrializzazione ha sì offerto abbondanza materiale e libertà individuale, ma ha frantumato la comunità basata sulla solidarietà reciproca. E’ ora difficile ricostruire quello che si è frantumato. Esclude che coloro che governano l’economia mondiale possano capire la necessità di sbloccare la situazione paradossale unicamente tesa alla crescita infinita. Alla domanda “cosa si può fare?” Pallante risponde: Occorre aiutare aziende, professionisti e lavoratori a realizzare attività produttive che utilizzino minor energia e riutilizzino le materie prime. Però il punto di maggior interesse del libro lo si trova verso la fine quando l’Autore indica che l’obiettivo da raggiungere sia quello dell’impronta ecologica uguale a 1. L’impronta ecologica è un indicatore utilizzato per valutare il consumo di risorse naturali rispetto alla capacità del nostro pianeta di rigenerarle. Furono lo svizzero Mathis Wackernagel e il canadese William Rees a coniare il termine “impronta ecologica” come titolo del loro libro uscito nel 1996. Utilizzando diversi parametri l’impronta può essere calcolata a livello globale, territoriale o individuale. Detto in breve, quando l’indicatore è 1 significa che c’è un equilibrio tra le risorse rigenerabili e quelle consumate. Nel 2013, quando Pallante ha pubblicato il suo libro, il valore globale dell’indicatore era 1,5; questo vuol dire che, giunti a metà anno si erano già consumate tutte le risorse naturali rigenerabili. Oggi la situazione è ulteriormente peggiorata.  Il rischio di non avere più risorse indispensabili come l’acqua potabile lo avevano evidenziato tanti ambientalisti alcuni decenni fa, ma le loro voci sono rimaste per lo più inascoltate. Non è il caso di fare inutili catastrofismi, è solo urgente essere tutti un po’ più consapevoli dalla situazione. Per esserlo basterebbe entrare nel sito www.wwf.ch e calcolare la propria impronta ecologica. La mia è risultata essere 1,4; non sarà facile, ma la dovrei ridurre.

Per il 189°incontro del 28 aprile, il GdL ha letto e commentato "Cari mostri" di Stefano Benni

Stefano Benni
Cari mostri
Feltrinelli


INIZIO

Ho sempre amato con paura quel quartiere della città vecchia che si chiama Alp. Mi sono spesso avventurato nelle sue strade strette e senza sole, nelle penombre delle botteghe antiche, tra guglie di chiese tetre, spiato da grifi e mostri di pietra che folli architetti si sono divertiti a nascondere nei muri. Ho ascoltato il rumore del fiume melmoso e infestato da topi, che attraversava i vicoli in parte mormorando sotterraneo, in parte apparendo col suo colore di fiele tra ponticelli e attracchi marciti. Ho visto i volti degli abitanti alle finestre, volti che non assomigliano a quelli della nostra città, ho udito leggende, ho visto scoppiare risse nelle bettole, ho visto ubriachi stesi nelle pozzanghere, e prostitute miserande lanciarmi sguardi dagli androni.
(...)

STEFANO BENNI
Scrittore e giornalista italiano, ha maturato attraverso la satira una sensibilità particolare per  la comprensione della realtà contemporanea, sulla quale ha costruito storie che si distinguono per capacità affabulatoria. Tra le opere si ricordano racconti: Bar sport (1976), Il bar sotto il mare (1987), L'ultima lacrima (1994), Bar sport duemila (1997), La grammatica di Dio (2007), Le Beatrici (2011); raccolte di versi: Prima o poi l'amore arriva (1981), Ballate (1991); romanzi: Terra! (1983), Comici spaventati guerrieri (1986), Baol. Una tranquilla notte di regime (1990), La compagnia dei Celestini (1992), Elianto (1996), Achille pie' veloce (2003), Margherita Dolcevita (2005), Pane e tempesta (2009), La traccia dell'angelo (2011); la graphic novel Fen il Fenomeno (2011), tratta da uno dei racconti pubblicati in Pane e tempesta e curata da B. in collaborazione con il disegnatore L. Ralli; Di tutte le ricchezze (2012); Pantera (2014); Cari mostri (2015). Nel 2012 lo scrittore ha debuttato nella regia teatrale con Le Beatrici, liberamente tratto dal suo testo e presentato al Festival di Spoleto, mentre l'anno successivo ha diretto e interpretato Il poeta e Mary, racconto per musica e parole sul valore sociale dell'arte.
(fonte: Treccani online)

RESOCONTO DEL GRUPPO DI LETTURA DEL 27.4.2016
BENNI CARI MOSTRI
 

Salutiamo due persone nuove che sono venute per la prima volta: Pinuccia e Barbara.
Enrico Sciarini parla del saggio “ Monasteri del terzo millennio” di Pallante Maurizio e propone un aforisma di Edgar Allan Poe: “Dichiarare la propria viltà può essere un atto di coraggio”

Inizia la conversazione attorno al libro di Stefano Benni, Cari mostri.

- E’ un libro strano non è un romanzo e non sono veri e propri racconti. Avrebbe voluto approfondire alcuni argomenti che sono solo accennati ma l’ha comunque trovato molto interessante.


- E' un libro che non avrebbe mai pensato di leggere invece l’ha interessata molto. Le sono piaciuti i vari episodi e pensa che leggerà ancora qualcosa dell’autore.


- Lo conosceva e amava come scrittore dai tempi de La Compagnia dei Celestini. Racconti che parlano delle nostre paure e delle nostre ossessioni. Quello che le è piaciuto di più è stato”Povero nos” nel quale anche il vampiro soccombe di fronte alla burocrazia.


- Anche se non ama molto i racconti, ha trovato questo libro molto interessante anche dal punto di vista psicoanalitico, infatti,  parla dei mostri che albergano dentro ognuno di noi.
L'autore ha saputo trasformare con grande ironia una situazione reale rendendola fantastica. La sua profondità consiste nel essere riuscito a mettere in evidenza tutti i mostri che ci abitano. Il mostro che è dentro di noi alla fine ci diventa caro. 


- Ama i racconti e di questo libro ha preferito “Verso casa” per come l'autore narra di sentimenti che tutti abbiamo provato. L’autore ha dimostrato di riuscire ad interpretare sentimenti che abbiamo provato tutti almeno una volta nella vita.


- Preferisce il racconto perché in modo sintetico fornisce spunti di ragionamento e riflessione che ti permettono di rivivere interiormente. Ha fatto emergere bene la vacuità che caratterizza i rapporti umani al giorno d'oggi dove si preferisce la tecnologia al contatto diretto con gli individui. Le ha ricordato alcuni racconti di Buzzati che, per certi versi, trasmettono lo stesso messaggio. Ha preferito il racconto di Hansel e Gretel trasformata in termini moderni.


- Lettura piacevole, scanzonata, irriverente e provocatoria. Alcuni racconti si richiamano a favole che sono però rivisitate in chiave moderna e fanno emergere le così dette paure 2.0 tipo perdere le password ed è così che l'autore mette in scena le frenesie e le paure del mondo moderno. Racconta di mostri che fanno simpatia e che fanno parte del tuo io.


- Ha trovato un Poe in versione moderna. Alcuni racconti erano divertenti altri esasperati che l’hanno quasi infastidita come la roulette russa e la prostituta virtuale, troppo eccessivi. Ha apprezzato molto “Valigie”. Il bello dei racconti è che puoi scegliere quali amare e quali non apprezzare.


- Ha trovato alcuni racconti troppo lunghi ed eccessivi. Benni ha parlato oltre che di mostri interiori anche di mostri collettivi quali le armi e i computer.


- L’ha letto superficialmente e ora lo leggerà con più attenzione.


- Lettura molto gradita. Nel libro si descrivono mostri interiori e mostri sociali. In particolare ne “Il Gigante” si parla di un magnate russo, anche se il personaggio ha tratti esasperati è però lo specchio di quanto da qualche anno accade in Italia dove proprietà antiche vengono vendute a personaggi molto facoltosi ma poco attenti al valore delle cose. Nel racconto “ Verso casa” emergono le intime paure che ognuno ha provato almeno una volta. Ha trovato davvero divertente a tratti esilarante “ Compagni di banco.”


E qui di seguito un po' di immagini della serata!







Per il 188° incontro del 31 marzo 2016, il GdL ha letto "I consolatori" di Muriel Spark

Muriel Spark
I consolatori
Adelphi


Quando, nel 1956, l’editore londinese Macmillan comprò il primo romanzo di una giovane autrice sconosciuta, I consolatori, si rese subito conto di aver fatto una scelta molto ardita. Così, temendo che fosse «troppo difficile» per il pubblico del tempo, esitò un anno prima di darlo alle stampe. Muriel Spark non si stupì particolarmente del ritardo: forse, dentro di sé, sapeva già di essere, secondo le parole di John Updike, «uno dei pochi scrittori che abbiano abbastanza risorse, coraggio e grinta da modificare la macchina della narrativa». Oggi qualunque lettore, avvezzo o meno ai suoi romanzi più celebri, non potrà che soccombere allo charme che si sprigiona dalla sublime eccentricità dei consolatori (o persecutori?) che popolano queste pagine: una nonna contrabbandiera, un libraio satanista, un giovane cronista con la vocazione del detective, e un’eroina che ha il sommo cruccio di sapersi personaggio di un romanzo. Li seguiremo, avvinti ed esilarati, fra storie d’amore, ricatti e terribili vendette in un intreccio prodigo di suspense e sortilegi. Un intreccio che dovette colpire anche Evelyn Waugh, se si risolse a scrivere a un’amica: «Mi sono state mandate le bozze del geniale romanzo di una signora che si chiama Muriel Spark. La protagonista è una scrittrice cattolica che soffre di allucinazioni. Il libro uscirà presto e sono sicuro che tutti penseranno che l’abbia scritto io. Vi prego di smentire».


Muriel Spark


Nata Muriel Sarah Camberg, a Edimburgo, da padre ebreo e madre cristiana, frequentò la scuola superiore femminile James Gillespie (James Gillespie's High School for Girls). Nel 1934-1935 si diplomò al corso di "corrispondenza commerciale e scrittura riassuntiva" al Heriot-Watt College. Insegnò brevemente inglese e successivamente lavorò come segretaria in un grande magazzino.

Nel 1937, sposò Sidney Oswald Spark, e lo seguì in Rhodesia (ora Zimbabwe), dove nacque l'unico figlio. Il matrimonio naufragò in breve. Muriel Spark tornò in Gran Bretagna nel 1944 e durante la seconda guerra mondiale lavorò per i servizi segreti.

La sua carriera letteraria ebbe inizio solo dopo la guerra, quando iniziò a scrivere, utilizzando il cognome da sposata, poesie e pezzi di critica letteraria. Nel 1947 divenne redattrice del Poetry Review. Nel 1954, decise di convertirsi al cattolicesimo: successivamente parlò della conversione come di un elemento fondamentale nel suo divenire una scrittrice di romanzi. Penelope Fitzgerald, contemporanea di Muriel Spark e anche lei romanziera, osservò come la Spark "aveva fatto notare che non aveva scritto romanzi prima della conversione ... questa le aveva permesso di guardare all'esistenza umana nel suo insieme, cosa necessaria per una romanziera" [1]. In un'intervista con John Tusa sulla BBC Radio 4, Muriel Spark, parlando della sua conversione e dell'effetto che aveva avuto sul suo modo di scrivere, disse: "Ero appena un po' preoccupata, titubante. Sarà giusto, non sarà giusto? Posso scrivere un romanzo su questo — sarà stupido, non lo sarà? E in qualche modo con la religione — se una cosa non ha niente a che fare con l'altra, non lo so - ma non sembra così, che ho appena preso confidenza...". Graham Greene e Evelyn Waugh la sostennero nella decisione.

Il suo primo romanzo, The Comforters, fu pubblicato nel 1957, ma fu Gli anni fulgenti di Miss Brodie (The Prime of Miss Jean Brodie) (1961) a darle fama, per l'originalità dell'argomento e del modo di scrivere della Spark, che utilizza spesso l'espediente di salto nel tempo, tra passato e futuro, della narrazione. La James Gillespie's High School, dalla scrittrice frequentata in gioventù, fece da modello per la Marcia Blaine School del romanzo. In The Comforters (descritto da Sir Frank Kermode come "un libro di straordinaria originalità") il protagonista sa di far parte di un romanzo, e in The Prime of Miss Jean Brodie le storie dei personaggi vanno dal passato al futuro contemporaneamente. Kermode descrisse il tema ricorrente dei romanzi della Spark come "la domanda è come il diavolo possa esistere in un mondo creato da un Dio buono".

Nel 1965 il suo romanzo La porta di Mandelbaum ricevette il James Tait Black Memorial Prize.

Dopo aver vissuto a New York per alcuni anni, Muriel Spark si trasferì a Roma, dove incontrò l'artista e scultrice Penelope Jardine nel 1968. Nei primi anni settanta le due amiche si sistemarono in Toscana e vissero nel paese di Civitella in Val di Chiana, del quale nel 2005 Spark ottenne la cittadinanza onoraria. La relazione riportò alla luce dicerie sulle presunte relazioni saffiche della Spark [1], risalenti al tempo in cui risiedeva a New York, benché sia la Spark sia i suoi amici le smentirono sempre.

Muriel Spark vinse il premio US Ingersoll Foundation TS Eliot Award nel 1992 e il British Literature Prize nel 1997. Fu insignita del titolo di Dama di Commenda dell'Impero Britannico nel 1993, in riconoscimento dei servigi resi al paese con la sua produzione letteraria.


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RESOCONTO DEL188° INCONTRO 

- L'ho letto ma aspetto di sapere da qualcuno che cosa significa questo romanzo.

 - Sono contenta perché è scritto benissimo. La lettura mi ha aiutato a capire come gli altri vedono i cattolici. Scrive molto bene ma non ho provato nessun trasporto per questo libro.

 - L'ho trovato molto divertente. Mi è piaciuto, è molto ironico. Ho visto evidenziati due aspetti che  caratterizzano la figura dello scrittore che allo stesso tempo è colui che sa cogliere aspetti della propria vita ma che sa anche distaccarsene per dar vita alla trama del romanzo. L’artista cioè si sdoppia osserva e inventa.
Ho colto la visione dei protestanti rispetto ai cattolici. I protestanti parlano direttamente con Dio e hanno una morale interiore mentre i cattolici necessitano di un intermediario al quale si confessano.
La nonna è una figura interessante trasgressiva, contrabbanda diamanti e li nasconde nel pane. Nessun personaggio è realistico ogni persona ha dentro di sé un po’ di normalità e di follia.

– Ho trovato l'idea molto originale ma non mi ha dato nulla e non sono riuscita a finirlo. L'ho trovato monotono a parte l'incidente in macchina non succede mai nulla.

 - L'ho letto e mi sono  documentata perché la lettura mi ha lasciata insoddisfatta non ne ho tratto un godimento, un piacere completo. Così ho scoperto che l'autrice ha scritto questo romanzo subito dopo essersi convertita al cristianesimo, ecco perché si trovano riferimenti continui alla religione. Ha osato troppo nel voler presentare la sua figura di scrittrice come un personaggio del racconto
Scritto bene, intreccio interessante ma i personaggi sono troppo estremizzati. Il satanista finisce in manicomio, il ragazzo osserva tutto ma non viene a capo di nulla.

- La scrittrice ha voluto  introdurre se stessa come personaggio del suo libro ma il tentativo non è riuscito, ha creato un aborto. Se non si scrive in prima persona non è possibile essere autore e personaggio. Scritto bene ma il solo stile senza contenuti non regge.

- Solo alla fine capisci che tutti i personaggi sono collegati tra di loro.

- L’ho letto per conoscere la società inglese di quell’epoca, tutta gente ricca snob che si annoia ed è contraddistinta dalla stravaganza, sono tutti eccentrici e pettegoli.

 - Non l’ho finito perché l’ho trovato assurdo. Le coincidenze sono troppe, e poi sono stata delusa perché avendo apprezzato molto della stessa autrice“memento mori” avevo molte aspettative. Ho avuto difficoltà a ricordarsi i nomi.
- Non mi è piaciuto si è creata antipatia con la scrittrice come se lei si stesse divertendo a scrivere cose che in realtà la irritavano.
- Voglio girarla in positivo. Ha preso l’altro romanzo anni fulgenti di miss Brodie. E’ un gran libro e leggerlo mi è servito a rivalutarla. Qui i personaggi sono solo abbozzati e tutto sembra inconcludente. Romanzo snob, bisogna superare l’impulso di lasciarlo lì e dedicarsi ad altro. La moglie che divora i libri non l'ha finito C’è un’interessante galleria di personaggi, ci vuole un po’ di coraggio per finirlo. Lo disturba molto lo snobismo. L’autore si sdoppia e interagisce.
– Ho letto solo cento pagine ma lo trovo scritto bene.
– L’ho finito ma non mi ha dato nulla. Solo la nonna trasgressiva le ha fatto simpatia.
– Penso che come sempre le impressioni di tutti aiutano a comprendere le sfaccettature del romanzo. L’autrice che vuole diventare personaggio è un po’ la giusta chiave di lettura. A me è piaciuta l’ironia e l’aspetto superstizioso della religione. Inoltre ciò che mi ha colpito è l’ipocrisia e la falsità dei personaggi.

Qui sotto alcuni momenti della serata!










Per la nostra rubrica dei saggi n. 32 - Amy Chua: "L'età dell'odio", Carocci, 2004

Amy Chua
L’età dell’odio
Carrocci 2004




di Enrico Sciarini

Come mai il titolo originale inglese “World on fire” (Mondo in fiamme) sia diventato “L’età dell’odio” e il sottotitolo “Esportare democrazia e libero mercato genera conflitti etnici?” che in inglese è affermativo nella traduzione italiana sia diventato interrogativo, è un mistero dell’editoria. Con il suo libro la Chua ha esplicitamente dichiarato che esso si incentra sul fenomeno delle minoranze economicamente dominanti che tendono a stabilire un predominio economico sulle maggioranze etniche, pur precisando che tale predominio non è il solo a generare conflitti e/o violenze. Aggiunge inoltre che nelle nazioni dove c’è una minoranza economicamente dominante possono crearsi forti tensioni sociali.  Descrive le minoranze dominanti partendo dalla Cina che sottopone al suo potere economico una buona parte dell’Estremo Oriente. Potenti minoranze economiche esistono però anche in America Latina e sono costituite dai discendenti dei conquistatori spagnoli e portoghesi. Quasi tutto il continente africano è dominato da minoranze economiche e sono descritte dettagliatamente. Molte pagine sono dedicate all’impatto negativo che le minoranze dominanti producono nel sistema globalizzato. La Chua sostiene la dirompente tesi che: “i mercati globali e la democrazia sono in rotta di collisione” e, secondo l’Autrice, quello che ne deriva è l’odio di massa. Lo confermano le atrocità che vengono compiute in quelle nazioni dove si è posto fine ad una dittatura senza aver creato le premesse per instaurare la democrazia, affidandosi alla falsa illusione che l’incremento del mercato sia in grado di risolvere ogni altro problema. Invece la liberalizzazione del mercato e le elezioni democratiche non producono automaticamente prosperità e libertà politica. Amy Chua prosegue la sua cruda analisi ricordando che nelle nazioni occidentali la tensione tra mercato e democrazia è nota da secoli. La tensione sociale è stata mitigata in vari modi: con l’istituzione dello Stato assistenziale e con una migliore redistribuzione dei redditi, soprattutto nelle nazioni scandinave. La terza parte del libro è dedicata agli Stati Uniti quale espressione di una minoranza dominante nel mondo. Nell’esaminare quale potrà essere il futuro dell’economia liberista Amy Chua indica alcuni presupposti che possono favorire democrazia e sviluppo. Nessuno dei suoi suggerimenti, formulati nel 2003, è mai stato messo in atto, né quello di non affrettare libere elezioni là dove finisce una dittatura e neppure quello di arrestare la proliferazione del fanatismo con la generosità volontaria delle minoranze economicamente dominanti. Nel 2003, tre mesi dopo la pubblicazione del libro di Amy Chua gli Stati Uniti hanno dichiarato guerra all’Iraq. A tredici anni di distanza ne stiamo ancora sopportando le conseguenze. Eppure quelle scritte da Amy Chua sono verità inconfutabili. Aggiungo che le minoranze economicamente dominanti sono oggi le sole che possono essere in grado di risolvere o mitigare il problema delle migrazioni di massa, basterebbe che se ne rendessero conto. Amy Chua, di origine cinese, è nata negli Stati Uniti, è docente di diritto internazionale alla Yale University. Dopo il successo di “L’età dell’odio” la sua notorietà è cresciuta dopo la pubblicazione del suo secondo libro “Il ruggito di mamma tigre”.
Enrico Sciarini           

Per il 187° incontro del 25 febbraio 2016, il GdL ha letto e commentato "Lolita" di Vladimir Nabokov

Vladimir Nabokov
Lolita



 

INIZIO


Lolita, luce della mia vita, fuoco dei miei lombi. Mio peccato, anima mia. Lo-li-ta: la punta della lingua compie un percorso di tre passi sul palato per battere, al terzo, contro i denti. Lo. Li. Ta.
Era Lo, semplicemente Lo al mattino, ritta nel suo metro e quarantasette con un calzino solo. Era Lola in pantaloni. Era Dolly a scuola. Era Dolores sulla linea tratteggiata dei documenti. Ma tra le mie braccia era sempre Lolita.
Una sua simile l’aveva preceduta? Ah sì, certo che sì! E in verità non ci  sarebbe stata forse nessuna Lolita se un’estate, in un principato sul mare, io non avessi amato una certa iniziale fanciulla. Oh, quando? Tanti anni prima della nascita di Lolita quanti erano quelli che avevo io quell’estate.
Potete sempre contare su un assassino per una prosa ornata. Signori della giuria, il reperto numero uno è ciò che invidiarono i serafini, i male informati, ingenui serafini dalle nobili ali. Guardate questo intrico di spine.



Gruppo di Lettura del 25. 2.2016

Accogliamo con piacere nuovi partecipanti che sono venuti per la prima volta. Luciano, Giovanna, Luigi, Santo e Laura.
Il messaggio in bottiglia è dedicato a Umberto Eco recentemente scomparso.

- Umberto Eco in una sua parodia l’ha definita Nonita. La scrittura del romanzo risulta superata e quindi per lei “Nonita” significa un po’ superata. Leggendolo si è appassionata alla morbosità in crescendo, il protagonista Humber è un patetico amante di questa ninfa stucchevole e viziata che poi diventa vittima.
Quilty è il vero personaggio drammatico, il vero pedofilo. Piacevole lettura.

Lettura faticosa che ha richiesto molta concentrazione e spesso le ha richiesto soste forzate per cercare termini difficili nel vocabolario. Vi ha scorto un umorismo caustico splendido rappresentato ad esempio, dalla spedizione in Canada degli psicologi. L'umore cambia durante la lettura certe volte faceva venire rabbia altre volte provava pena. Non l’aveva mai letto e l’ha un po’ sconvolta.

Ha trovato la scrittura raffinata. Opera divisa in due parti. Anche lui spesso è andato a cercare nel vocabolario. Consiglia di leggere questo romanzo per il solo gusto di farlo facendosi ammansire dalla ricercatezza dello scritto senza esprimere alcun giudizio morale. E' stato colpito dall'affermazione che gli uomini siciliani sono abituati a sposare ragazze giovani.

Ricordiamoci che avere rapporti con dodicenni costituisce un reato. Ha interrotto la lettura perché non è riuscita a proseguire. E' stata però molto colpita dalla lettera di Lolita che è molto tenera e fa contrasto con la morbosità del protagonista.

- Lo considera un interessante romanzo che parla di pedofilia all’inizio sembra una cosa normale e nel procedere aumenta la volgarità. Ha scorto nel protagonista un desiderio di punizione per il suo comportamento. Desiderio inconscio, va verso il disastro in modo irresistibile. Lui è autoironico fa delle battute su se stesso. Rileva che il tema è molto scabroso ma le descrizioni non sono mai esplicite e pornografiche, tutto è sempre scritto con molta grazia. L'autore non è morboso nel raccontare una morbosità.

E' stata molto colpita, l’ha letto due mesi fa e l’ha ripreso di recente. L'ha trovato ironico, inoltre evidenzia che l’ambiente che circonda i protagonisti è sempre molto squallido: i motel, le persone che incontrano sono squallide. La scena intima e raccolta dell’amore giovanile è interrotta dalla volgarità dei bagnanti che li incoraggiano con oscenità. Comunque crede che sia una bellissima storia d’amore. Con le ninfette dimostra la sua passione erotica mentre quando perde Lolita non è più un morboso ma solo un uomo vittima delle sue passioni, è preso da un amore irresistibile e solo a lei promette amore eterno. Quando la incontra nella casa capisce di aver distrutto la vita di questa ragazza e prova un dolore così forte che non può che nascere dall’amore. L’immonda lussuria che hanno vissuto impedirà a Lolita di recuperare ciò che lui le ha tolto.Uccide l’altro che ha sporcato Lolita ma non Lolita. Solo Lolita tocca il cuore di quest’uomo e solo la forza dell’amore lo fa cambiare.
Ha amato la veridicità con cui si mostra. Non ha paura della sua morbosità non la nasconde. Fa vedere le cose da un altro punto di vista. Forse in maniera sbagliata ma dimostra comunque amore per questa persona. C'è molta ironia.
Ha molto gradito la lettura e non ha riscontrato morbosità.
A questo punto nasce un'accesa discussione sul fatto che il libro sia datato rispetto ai nostri tempi che coinvolge molto il gruppo.
Qualcuno reputa un errore critico l'affermare che un'opera letteraria è datata. Ci sono parecchie obiezioni a questa affermazione, ma all'interno del gruppo di lettura ciascuno è libero di esprimere liberamente le proprie opinioni.

Afferma di averlo letto 50 anni fa e lo ritiene datato. Oggi l’ha ripreso in mano e ritiene che 400 pagine di ossessione siano un po' troppe, però reputa lo scrittore bravissimo. Allora fece scandalo e scalpore. I libri non vanno giudicati per la storia ma per come la storia è raccontata. E’ come si racconta la storia che fa la differenza tra un grande scrittore e uno scrittore corrente. Nabokov scrive bene e se ne compiace.

_ Qualcuno obietta che molti lettori valorizzano più la storia che non lo stile.

Ha considerato la lettura piacevole e crede che tutte le ossessioni per le ninfette traggano origine dalla sua passione giovanile che non ha potuto vivere a pieno ma che l’ha travolto con una passione molto grande, l'unica nella quale ha provato il totale coinvolgimento della carne e dello spirito che hanno originato la fusione in un amore totalizzante.
Concorda col fatto che la scrittura non è mai volgare e che lo scrittore ha uno stile ricercato e se ne compiace. Lettura interessante e piacevole scoperta.