Vicini di Pagina 2017. Presentazione del romanzo di Paola Romagnoli, "Le muse di Klimt", 20 gennaio ore 18.30 a Cascina Ovi Segrate


Carissime amiche e carissimi amici del Gruppo di Lettura,
care lettrici e cari lettori del nostro Blog,

ci fa molto piacere invitarvi al primo appuntamento della nuova edizione 2017 (la quarta) di “Vicini di Pagina”, organizzata dalla Biblioteca di Segrate e dall’Associazione D come Donna: vi consigliamo di non perderlo! Questa volta, l’occasione è davvero speciale perché presenteremo il libro della nostra cara amica lettrice, Paola Romagnoli.
 
Venerdì 20 gennaio, ore 18.30
Paola Romagnoli
presenta il suo libro
“LE MUSE DI KLIMT”
(Mondadori Electa)

Centro Civico “Cascina Ovi”
via Olgia 9 - Segrate (MI) - Ingresso libero
 
A dialogare con Paola Romagnoli ci sarà l’Assessore alla Cultura, Gianluca Poldi, e Roberto Spoldi, nostro coordinatore del GdL.

Le letture saranno a cura dell’attrice e regista Noemi Bigarella.

L’incontro sarà arricchito dagli interventi musicali di due giovani musicisti: Guido Pace e Marco Tencati Corino

Sarà poi presente Enrica Melossi, editor di Mondadori Electa, ormai affezionata al nostro Gruppo di Lettura!
Il tutto nella calda e accogliente sala di Cascina Ovi, intitolata alla memoria di Luigi Favalli.

Di Gustav parla tutta Vienna, e non c’è personaggio della buona società che non sia incappato almeno una volta nel suo nome. I suoi ritratti sono molto richiesti e gli giungono sin dall’estero commesse per decorare con il suo tocco sontuoso le pareti e i soffitti di monumenti e grandi palazzi. Sono senza dubbio le donne a ispirarlo. Davanti al
cavalletto ne percepisce la presenza prima ancora che il suo sguardo scivoli lungo le sinuosità dei loro corpi. Le donne sono le sue muse. Gustav è circondato dalle donne: a tratti burbero e sfuggente, è un uomo che attrae. Lo sanno Emilie, stilista e imprenditrice affermata, la compagna di vita che non lo avrà mai solo per sé; Hermine e Clara, le sorelle che condividono la dedizione nei suoi confronti; Marie, che porta in grembo suo figlio, ma sarà una madre sola. Lo sa la giovane Alma, si dice sia la donna più bella di Vienna e l’ha stregato con la sua determinazione e gli abbracci clandestini rubati alle convenzioni. E anche Olga, l’enigmatica donna dai capelli rosso fiamma. Lunghi, molto lunghi. A queste figure si aggiunge, come una sorta di controcanto, una voce femminile, figlia dell’acqua…
Il romanzo di Paola Romagnoli intreccia le vicende biografiche del pittore Gustav Klimt con le voci delle donne che lo hanno accompagnato tra la fine dell’Ottocento e il 1918, anno della sua morte. A cavallo tra finzione e storia, l’autrice evidenzia con straordinaria efficacia il ruolo che l’universo femminile ha avuto nella vita e nell’arte di Klimt, sullo sfondo di una Vienna nobile e sfavillante, dove nascono la Secessione viennese, le sinfonie di Mahler e la psicoanalisi di Freud.
 

Non mancate! Vi aspettiamo ... e al termine un ottimo rinfresco preparato con cura e amore dalle socie di D come Donna!

Al centro Paola Romagnoli, tra Valentina Lindon (a sinistra) e Enrica Melossi (a destra), entrambe editor di Mondadori Electa, durante la prresentazione avvenuta alla libreria "Centofiori" di Milano nel dicembre scorso.

Paola Romagnoli vive a Milano con la famiglia e due gatti. Ha vissuto anche in Olanda, dove ha lasciato un pezzo di cuore. Ha pubblicato i romanzi Ho saltato prima dell’alba- (auto)ritratto di Jeanne Hébuterne (2006) e Agnès che rideva e mangiava amarene (2010), oltre a diversi racconti. Nel 2009 ha vinto l’VIII Concorso Letterario nazionale D Come Donna “Una storia semplice” con il racconto “Fine di un amore”. Giornalista, scrive di arte, viaggi, libri, architettura e design per riviste femminili, quotidiani e testate specializzate. Lettrice prima di tutto, ha un libro sempre con sé, li annusa, sottolinea e fa le orecchie alle pagine senza alcun senso di colpa. C’è sempre una radio nelle sue stanze e senza dubbio
il blu è il suo colore.

http://www.paolaromagnoli.it/paola.html

Guido Pace è un musicista, allievo del M.ro Renato Spadari, frequenta il settimo anno di studi presso la Scuola Civica di Milano “Claudio Abbado”. Segue un corso di perfezionamento con il M.ro A. Franzi. Al suo attivo diverse partecipazioni ad eventi culturali dedicati alla chitarra classica, inclusi otto concorsi di cui è risultato vincitore. Si esibisce in Duo con Marco Tencati Corino. 

Marco Tencati Corino è un giovane musicista, allievo della M.ra Paola Coppi, al settimo anno di studi presso la Scuola Civica di Milano “Claudio Abbado”. Al suo attivo diverse partecipazioni ad eventi culturali dedicati alla chitarra classica, inclusi sette concorsi di cui è risultato vincitore.  Sotto la guida del M.ro A. Franzi, affina alcune tecniche chitarristiche neoclassiche. Si esibisce in Duo con Guido Pace.

Per il 197° incontro del 12 gennaio 2017, il GdL sta leggendo "Picnic a Hanging Rock" di Joan Lindsay

Joan Lindsay
Picnick a Hanging Rock
Sellerio


INIZIO
Furono tutti d'accordo che era proprio la giornata adatta per il picnic a Hanging Rock: una splendida mattina d'estate, calda e quieta, con le cicale che durante tutta la colazione stridevano tra i nespoli davanti alle finestre della sala da pranzo e le api che ronzavano sopra le viole del pensiero lungo il viale. Le dalie fiammeggiavano e chinavano il capo pesante nelle aiuole impeccabili, i prati ineccepibilmente rasati esalavano vapore sotto il sole che si levava. Il giardiniere stava già annaffiando le ortensie, ancora ombreggiate dall'ala delle cucine sul retro dell'edificio. Le educande del collegio per signorine della signora Appleyard erano in piedi dalle sei a scrutare il cielo terso senza una nuvola, e ora svolazzavano nei loro vestiti da festa di mussola come un nugolo di farfalle elettrizzate...

JOAN LINDSAY
Australiana di Melbourne, ha scritto (oltre a Picnic a Hanging Rock, 1967, da cui il regista australiano Peter Weir ha tratto un celebre, omonimo e fedele film) il libro di memorie Time Without Clocks (1962).

Per la nostra rubrica dei saggi n. 36 - Norberto Bobbio: “Elementi di politica. Antologia", Einaudi


di Enrico Sciarini

Se le opere di coloro che hanno lasciato un segno positivo nella Storia meritano di essere divulgate,  ra di esse dovrebbe avere un posto preminente la piccola antologia di Norberto Bobbio curata da Pietro Polito dal titolo: Elementi di Politica. Forse un titolo più appropriato sarebbe stato: Elogio della Politica, perché da grande insegnante di filosofia politica Bobbio inizia il suo libro scrivendo che la politica è l’attività che serve per rendere civile la convivenza tra le persone. Aggiunge poi che quando si fa parte di una comunità, volenti o nolenti si svolge un’azione politica anche disinteressandosi della politica stessa. Dato che l’attività politica implica l’esercizio di un potere, esso si può esercitare indifferentemente all’interno di una piccola famiglia o di una grande nazione. Bobbio identifica tre modi di esercitare il potere politico: - la funzione che svolge; - i mezzi di cui si serve; - il fine che si propone; li esamina a fondo concludendo che: “Il fine migliore che la politica dovrebbe prefiggersi è il bene comune”. Però determinare il bene comune di una Nazione non è semplice; in uno Stato democratico Bobbio considera “bene comune” ciò che è approvato dalla maggioranza dei cittadini. Ne consegue che la democrazia diventa la gestione del potere politico da parte della maggioranza dei cittadini di uno Stato. Inizia poi a trattare del rapporto politica-morale e lo fa per oltre quaranta pagine le quali, sintetizzate al massimo, affermano che: L’etica politica non deve derivare dal potere, ma dal bene comune. Raramente la politica è superiore alla morale, per esserlo deve conseguire un fine universale. Il fine giustifica i mezzi solo se il fine stesso è giustificato dalla morale. La seconda parte del libro chiarisce le due forme di democrazia: quella diretta e quella rappresentativa. Per Bobbio nessuna delle due forme ha mantenuto le promesse iniziali che il mondo si aspettava. Le ragioni individuate sono: l’avvento della tecnocrazia; l’aumento dell’apparato burocratico; l’aumentato numero delle aspettative. Mette inoltre in guardia dall’eccesso di partecipazione che può portare all’aumento dell’apatia elettorale. Proietta poi in un futuro ancora da realizzare l’idea che sia molto importante stabilire dove si vota e scrive: “Sino a che l’impresa e l’apparato amministrativo non vengono intaccati dal processo democratico, il processo di democratizzazione non può dirsi compiuto”. I temi trattati da Bobbio in questa antologia comprendono anche quello della pace e pacifismo, del diritto e del dovere, della pena di morte e della tolleranza. Pur non considerando la pace un bene assoluto, Bobbio attribuisce alla pace un valore superiore alla guerra e quindi da perseguire senza alcuna paura. Quando tratta dei diritti e doveri, Bobbio li considera entrambi elementi fondamentali per la democrazia. Precisa che per  il singolo cittadino vengono prima i diritti, per lo Stato vengono prima i doveri. La democrazia ha però per fondamento il riconoscimento dei diritti sia individuali che sociali. Tra i diritti sociali mette: il diritto al lavoro, allo studio, alla salute. Il diritto al lavoro è iniziato verso la fine del ‘700 con la prima rivoluzione industriale; Bobbio è morto nel 2004, non ha quindi vissuto gli anni della crisi economica e finanziaria iniziata nel 2008. Si è però reso conto di vivere in un mondo post industriale nel quale il mantenimento del diritto al lavoro diventa sempre più difficile. Ciò nonostante ha denunciato che dei diritti sociali si parli sempre meno; li ritiene compatibili con quelli individuali tanto da scrivere: “Il riconoscimento di alcuni diritti sociali sono il presupposto per l’esercizio dei diritti di libertà”. (p 243). Infatti afferma che l’individuo istruito è più libero di quello incolto, quello con un lavoro più di uno senza e uno sano più di un ammalato. Cose evidenti delle quali troppo spesso non se ne tiene conto.                             

Auguri dal Gruppo di Lettura!

Care amiche e cari amici del Gruppo di Lettura,
e carissimi lettori del Blog,

 le feste di Natale stanno per cominciare. Calore, gioia, simpatia, leggerezza: ingredienti per un buon umore che auguriamo a voi tutti. Il sapore vero rimane comunque la lettura, questa grande e splendida passione che ci accomuna e che ci unisce. In un caldo, profumato abbraccio. In allegato vi inviamo una foto davvero natalizia e un piccolo, lieve racconto della scrittrice Monique Pistolato che, ogni anno, si ricorda di noi e ci augura il meglio.

Quindi tanti auguri come stelle comete e... ci rivedremo con il nuovo anno...
...Giovedì 12 Gennaio, come sempre alle 21: vedremo il film Picnic a Hanging Rock tratto dall’omonimo romanzo di Joan Lindsay in lettura. In Auditorium - Centro Culturale G. Verdi, via XXV Aprile a Segrate.

Enza, Emanuela e Roberto
Gruppo di Lettura Segrate



Per il 196° incontro del 15 dicembre 2016, il GdL ha letto "Ernesto" di Umberto Saba

Umberto Saba
Ernesto
Einaudi


INIZIO
- Cossa el ga? El xe stanco?
- No. Son rabiado.
- Con chi?
- Col Paron: Con quel strozin. Un fiorin e mezo per caricar e scaricar due cari.
- El ga ragion lei.
Questo dialogo....

UMBERTO SABA 


Pseudonimo del poeta Umberto Poli, Umberto Saba nacque a Trieste nel 1883. Di famiglia ebraica dal lato materno, fu avviato agli studî commerciali, e fu per lunghi anni direttore e proprietario di una libreria antiquaria a Trieste. I suoi primi versi risalgono al 1900 ma il primo libro, Poesie, è del 1911; seguirono: Coi miei occhi (1912), Cose leggere e vaganti (1920), Il Canzoniere (1921; ed. crit. a cura di G. Castellani, 1981), Preludio e canzonette (1922), Figure e canti (1926), Preludio e fughe (1928), Tre composizioni (1933), Parole (1934), Ultime cose (1944), poi tutti raccolti nell'ediz. definitiva del Canzoniere (1945); e quindi Mediterranee (1947), Uccelli - Quasi un racconto (1951). Scrisse anche alcune prose fra narrative e liriche: Scorciatoie e raccontini (1946), Ricordi-racconti (1956) e Storia e cronistoria del Canzoniere (1948), contributo alla critica di sé stesso; postumo (1975; nuova ed. 1995) è stato pubblicato un romanzo incompiuto, Ernesto, scritto nel 1953. Alla contemplazione delle cose ultime, pervasa da un pessimismo, da un senso atavico e quasi espiatorio del dolore, si congiungono, in S., una trepida inclinazione per la donna e per l'amore, un alacre interesse per le cose e le creature più umili, per gli aspetti più minuti della vita e della sua Trieste. E la sua poesia, autobiografica proprio nel senso di intimo diario e confessione, è di un tono medio, fra il cantato e il parlato, fra l'aulico e il popolaresco, fra l'alta lirica (dai vaghi echi leopardiani) e la canzonetta: conforme al suo gusto, educato sui classici (i quali, per lui, nato in una terra all'incrocio di più culture e non ancora unita all'Italia, costituirono anche l'unico riferimento sicuro in fatto di lingua) ma arricchito dai lieviti del romanticismo germanico e slavo, scaltrito dalla lezione della poesia dialettale veneta (e di quella realistico-borghese di V. Betteloni), e insieme sensibile alle suggestioni della psicanalisi. E se la conciliazione di queste varie componenti, e dei diversi modi, non avviene senza dissonanze, e la tendenza di S. a tradurre quella confessione o introversione in "racconto" dà luogo a frequenti cadenze prosastiche (temperate peraltro, nelle ultime poesie, da una certa concisione epigrammatica), è anche vero che, per la profonda umanità del suo impegno e per la schiettezza della vena lirica, la sua opera si colloca tra le maggiori della poesia contemporanea. Dell'importante epistolario di S., oltre al carteggio con P. A. Quarantotti Gambini (Il vecchio e il giovane, 1965) e a singoli gruppi di lettere pubblicati sparsamente, si può leggere l'ed. a cura di A. Marcovecchio, La spada d'amore. Lettere scelte 1902-1957 (1983). Moriì a Gorizia nel 1957.

(notizie tratte da Treccani.it)

La serata del 15 dicembre è stato anche un momento durante il quale il Gruppo di lettura si è scambiato gli auguri per le festività natalizie. Come tradizione, i partecipanti del gruppi hanno portato alcuni lorom oggetti realizzati a mano (le socie di d come donna hanno preparato dei bellissimi e utili portaocchiali, altri hanno realizzato alcuni messaggi), e hanno ricevuto dei libri in dono. Un brindisi finale e una fetta di panettone hanno ancora di più rafforzato la magica armonia del gruppo...
Qui sotto alcuni momenti della serata...




La piccola Aida che passa tranquilla davanti al gruppo! 


Un caffè con... Antonietta Pastore

Caffè o tè?
Caffè espresso, mi piace forte e con poco zucchero.

Cosa sta leggendo?
L’altrui mestiere di Primo Levi. Vi si ritrovano cose attualissime, un libro che non avevo ancora letto e che consiglio, interessante e toccante.

Carta o ebook?
Preferisco la carta, ma leggo anche gli e-book, si risparmia, si ottengono in breve tempo, soprattutto i titoli stranieri, e sono pratici in caso di consultazione. Oltre al fatto che a un certo punto i libri cartacei in casa non ci stanno in più. Il problema con gli e-book è che sembra di leggere sempre lo stesso libro. Certo la carta è un’altra cosa...

Ha un luogo del cuore?
Il mio studio, la mia scrivania. Anni fa durante un viaggio in Kenya mi è capitato di trovarmi in una situazione un po’ pericolosa e mi sono scoperta a pensare: chissà se rivedrò mai il mio studio e la mia scrivania. Il mio ubi consistam.

“Che fine aveva fatto quella ragazza esuberante?” si legge nelle prime pagine del suo nuovo romanzo Mia amata Yuriko. Sulle orme di una donna per tratteggiare anche la Storia di un Paese?
Il ‘la’ per questo libro me lo da dato quel che ho saputo dopo il terremoto di Fukushima. Senza anticipare nulla, sono venuta a conoscenza di situazioni che mi hanno molto colpita e che poi ho tratteggiato intorno alla figura di Yuriko. La condizione della donna in Giappone è diversa che da noi, c’è una grande differenza tra prima e dopo il matrimonio. Se una donna sceglie di sposarsi e fare dei figli è soggetta a un ridimensionamento della propria vita, direi uno schiacciamento dell’esuberanza, della speranza. Anche se ha studiato ed è preparata per una carriera. Sono molte le donne che lasciano il lavoro per seguire i figli ed è una scelta forzata, dovuta al fatto che gli aiuti alla maternità là sono addirittura peggiori di quelli che abbiamo qui. Se una donna vuole fare carriera deve sacrificare tutto, a meno che non abbia alle spalle madri disposte a fare le nonne a tempo pieno. Ne avevo parlato nel mio libro Nel Giappone delle donne. La gestione della casa e della famiglia è ancora nelle mani esclusive delle donne; gli uomini sono dedicati al lavoro e comunque tornano a casa molto tardi alla sera.

Nel suo Leggero il passo sui tatami mette a fuoco le contraddizioni della cultura e dello stile di vita giapponese; cosa le manca di più oggi del Giappone?
Mi manca il senso di responsabilità della gente, un senso di rispetto per gli altri capace di andare oltre l’interesse personale, la consapevolezza che se si pensa solo a sé si mettono in difficoltà gli altri. Puntualità e onore alla parola data sono punti fermi in Giappone, è tutto molto preciso e l’affidabilità totale. Per fare un esempio semplice, là sarebbero inconcepibili i pagamenti a 60 giorni che qui da noi sono la consuetudine; casomai ti pagano addirittura prima.

Lei che ha vissuto così a lungo in un Paese lontano dalla sua terra d’origine, vuole dirci qualcosa sull’intreccio tra luogo e identità?
Direi che c’è il rischio di una perdita di identità. Ma se ci si difende per conservarla intatta si va a scapito di una propria evoluzione. Se si vuole assimilare un’altra cultura bisogna aprirsi. Allo stesso tempo non si deve sbilanciarsi troppo per farsi accettare o benvolere per forza, altrimenti poi ritrovare l’equilibrio è complicato. Credo sia un percorso lungo, ci vuole molta umiltà e la capacità di guardare a sé anche da una certa distanza.

Oltre che autrice lei è anche traduttrice dal giapponese all’italiano da molti anni; come si trova il punto d’incontro tra una lingua così densa di simboli dal significato complesso e l’italiano? Come si può rispettare e mantenere la ‘musica’ delle pagine?
Quel che faccio spesso prima di tradurre un testo è rileggere le Lezioni americane di Calvino, dove parla della leggerezza soprattutto, e cerco di inquadrare il lavoro in quest’ottica.
Per quanto riguarda il ritmo, nell’ultimo libro di Murakami che ho tradotto e che contiene suoi saggi sulla scrittura è lui stesso ad affermare di scrivere come se suonasse uno strumento. Picchia sulla tastiera del computer come se fossero i tasti del pianoforte. La scrittura per lui è ritmo, da amante del jazz, un ritmo sincopato e trascinante; è difficile che le sue frasi siano lunghe o troppo complesse e pesanti, ed è un ritmo molto personale che è anche divertente da rendere. Ci sono poi scrittori diversi, naturalmente, come Nakagami Kenji che invece utilizza un periodare proustiano, complesso, con subordinate di diverso grado e la frase reggente messa all’ultimo. In questo caso mi aiuta l’amare molto Proust.

Ci consiglia un autore/autrice giapponese, anche meno conosciuto, che secondo lei andrebbe letto, magari con il nostro Gruppo di Lettura?
Ho appena tradotto Il fiume senza ponti di Sumii Sue per Atmosphere Libri. E’ un romanzo che tratta un argomento scabroso, la storia degli ex fuori casta, gli ‘eta’. E questa autrice che è stata una femminista e ha molto operato in difesa delle minoranze, sceglie qui di romanzare la vita del fondatore del Movimento di liberazione degli eta. E’ un libro dove si trova una bellissima rappresentazione della vita nelle campagne giapponesi.
Un'altra autrice, completamente differente, è Kawakami Hiromi, anch’essa pubblicata da Einaudi con i romanzi La cartella del professore e Le donne del signor Nakano.

Per concludere, vuole provare a dirci cos’è per lei la Lettura?
La Lettura per me è come le vacanze. Mi sento in vacanza quando posso leggere, è proprio gioia, piacere, e se mi capita una giornata intera (cosa rara) da poter dedicare alla lettura allora sì...
 


Antonietta Pastore è nata a Torino, dove abita, e ha vissuto a lungo in Giappone. Traduttrice dal giapponese all’italiano di autori quali Murakami Haruki, Natsume Soseki e Kawakami Hiromi, è inoltre autrice. Il suo ultimo romanzo, pubblicato quest’anno, è Mia amata Yuriko (Einaudi 2016), preceduto da Leggero il passo sui tatami (Einaudi 2010, appena ristampato) e Nel Giappone delle donne (Einaudi, 2004).

Intervista di
Paola Romagnoli






Per la nostra rubrica dei saggi n. 35 - Luigi Zingales: “Manifesto capitalista” Rizzoli 2012

Luigi Zingales
Manifesto capitalista
Rizzoli 2012


di Enrico Sciarini

Nella sua prefazione l’Autore scrive che i suo libro è “un resoconto impietoso dei problemi dell’attuale sistema economico e un’appassionante richiesta di cambiamento”. Dichiara anche che il “libero mercato” rimane il migliore dei sistemi possibili che, pur con tutti i suoi difetti, offre sempre il maggior numero di opportunità al maggior numero di persone. Ed è proprio per tale maggioranza di persone che Zingales dice di aver scritto il suo libro. Le Sue proposte si basano sulla forza della competitività estesa non solo al mercato, ma anche alla politica, alla cultura e all’informazione. Dichiara poi che il suo capitalismo, per essere accettato dalla maggioranza dei cittadini non deve comportare troppe differenze di reddito. Illustra con chiarezza le nefaste conseguenze del nepotismo e del clientelismo aggiungendo che quando un’impresa riesce a monopolizzare il mercato con l’appoggio governativo, essa diventa talmente colossale da essere considerata uno Stato nello Stato così che nessuno può permettersi di farla fallire. Più avanti spiega quanto sia importante quello che Lui chiama “valore civico”, vale a dire l’insieme delle aspettative e dei valori che favoriscono la cooperazione. Inevitabilmente affronta quindi i problemi etici concernenti l’economia: Per Zingales il profitto non dovrebbe essere l’unico criterio per misurare il successo di un’azienda e nemmeno quello di uno studente. E’ molto critico anche con le “lobby” che sarebbero per Lui “una distorsione del mercato che fa trionfare il capitalismo clientelare”. Per coloro che non intendessero leggere le 359 pagine del libro, è raccomandabile almeno la lettura della postfazione, tutta dedicata all’Italia e alla sua “peggiocrazia”; in sole 16 pagine ne mette a nudo gli aspetti più deleteri che fanno dell’Italia una nazione non più in grado di reggere il confronto con quelle più progredite. Ne indica le cause, la maggiore delle quali è la mancanza di fiducia nei confronti dei governanti. Confida in una difficile ripresa affidata ai giovani, alle donne e agli immigrati. Luigi Zingales è un economista che insegna imprenditorialità e finanza all’Università di Chicago. 

Per il 195° incontro del 10 novembre 2016, il GdL ha letto e commentato "La moglie dell'uomo che viaggiava nel tempo" di Audrey Niffeneger. Ospite la psicologa e psicoterapeuta Ottavia Zerbi

Come ormai consuetudine del mese di novembre, il gruppo di lettura converserà attorno a un romanzo ("La moglie dell'uomo che viaggiava nel tempo" di Audrey Niffenegera) a partire da alcuni spunti di riflessione su un tema di carattere psicologico che fornirà Ottavia Zerbi, psicologa e psicoterapeuta.


Quando Henry incontra Clare, lui ha ventott'anni e lei venti. Lui non ha mai visto lei, lei conosce lui da quando ha sei anni... Potrebbe iniziare così questo libro, racconto di un'intensa storia d'amore, raccontata da due voci che si alternano e si confrontano. Si costruisce così sotto gli occhi del lettore la vita di una coppia e poi di una famiglia cosparsa di gioie e di tragedie, sempre sotto la minaccia di qualcosa che nessuno dei due può prevenire o controllare. Artista, professore all'Interdisciplinary Book Arts MFA di Chicago, Audrey Niffenegger firma con questo libro il suo primo romanzo.



Audrey Niffenegger
Artista e scrittrice statunitense (South Haven 1963). Docente presso il Center for book and paper arts del Columbia college Chicago, ha affiancato all’attività di artista visuale la scrittura di finzione. Del 2003 è il romanzo The time traveler’s wife (trad. it. 2005) cui sono seguiti nel 2009 Her Fearful Symmetry (trad. it. 2009) e nel 2013 Raven Girl. Ha pubblicato anche tre graphic novel: The three incestous sister (2005), The Adventuress (2006) e The Night Bookmobile (2008).


Ecco qui sotto alcuni momenti della bella serata:










Resoconto della serata

Ottavia Zerbi commenta la lettura del romanzo dando un’interpretazione psicologica.
E’ partita dall’idea di avere la sensazione di conoscere qualcuno da sempre.
Per spiegare questa strana sensazione , familiare a tutti però, è possibile ricorrere a ipotesi paranormali, esoteriche per giungere poi a quelle psicologiche e psicoanalitiche.
Si dichiara curiosa e impaziente di conoscere anche le impressioni delle altre partecipanti su questa lettura molto particolare.
Alla fine non ha trovato corrispondenza con ciò che si era immaginata. Il protagonista è un po’ senza scrupoli, pur trovandosi in situazioni molto strane, non si esime dal picchiare o rubare.
Lui non lascia alcuna scelta alla moglie che già da bambina ha a che fare con lui.
Spesso accettiamo anche piccole cattiverie da chi ci ama da sempre perché siamo abituati a pensarci come un noi.

Talvolta capita di incontrare qualcuno che ci sembra di conoscere da sempre:
La teoria  paranormale, ritiene che questa sensazione si dipesa da percezioni extra sensoriali. Non ci arriva attraverso i cinque sensi ma attraverso il così detto sesto senso, cioè la telepatia – chiaroveggenza – precognizione di eventi futuri
Le Teorie che si fondano sulla sulla reincarnazione ritengono che abbiamo la sensazione di conoscere quella persona perché in un’altra vita la conoscevamo davvero.
Le Teorie psicologiche ritengono che la sensazione di conoscere qualcuno da sempre dipenda dal nostro inconscio e cioè da quei processi mentali che non conosciamo del tutto e che non controlliamo fino in fondo. Noi guardiamo tutto con le nostre lenti e quando ci relazioniamo con altri soggetti non siamo mai davvero neutri abbiamo il nostro vissuto che ci condiziona e che usiamo come filtro per conoscere gli altri e il mondo. In particolare secondo la teoria della proiezione, noi proiettiamo sugli altri i nostri desideri e spesso vestiamo l’altro di quello che noi vorremmo. Spesso evidenziamo e idealizziamo le parti migliori dell’altro. La mente cancella le parti che non ci piacciono e le mettiamo in ombra mentre accentuiamo le cose che ci piacciono. Questa sensazione si autoalimenta. Poi nasce l’intimità che costituisce quel terreno di conoscenza che unisce due individui. Il meccanismo è quello di proiettare i propri desideri che si devono agganciare a quelli dell’altro. Lacan, in particolare, ha teorizzato questo meccanismo nella sua teoria dell’Altro. Però finchè non conosciamo a fondo noi stessi non abbiamo gli strumenti per conoscere in verità l’altro. Spesso il rischio dopo tanti anni trascorsi insieme è quello di arrivare al fatidico non ti riconosco più… Anche la teoria del deja vu può dare questa sensazione che spesso caratterizza molto chi soffre di epilessia. Anche la suggestione può indurre in errore. Spesso la madre del figlio che ha avuto un incidente in moto afferma che se lo sentiva, trascurando in fatto che viveva però in ansia tutte le volte che il figlio prendeva la moto. Sono comunque esperienze che entrano nella normalità del nostro cervello anche se non sappiamo ancora del tutto spiegarle. Dati statistici informano che quando si verificano gli ncidenti di treno i passeggeri sono spesso il 10 per cento in meno.


COMMENTI DEL GRUPPO

- Non mi è piaciuto e non ho proprio capito la coesistenza dei due io del protagonista.

– E’ passata attraverso molti stati d’animo: piacere, noia e non vedeva l’ora che finisse. Alla fine le è piaciuto e lo considera una grandissima storia di amore. Ha amato molto anche le figure di contorno gli amici e il dottore.

–  L'ha trovato sconclusionato e per cercare di capirlo più in profondità ha visto anche il film.

–  Ha preso come punto di riferimento il momento dell’incontro reale attorno al quale ruotano tutti gli avvenimenti. L’ha vissuto non come paranormale ma come geniale stratagemma narrativo attorno al quale la storia si dipana. Ha colto molto il maschile e il femminile:  Penelope e Ulisse. La donna ha più le radici nella terra mentre l’uomo tende a svolazzare. Arriva nudo e bisognoso di nutrimento.

–  Per lei la narrazione parla di universi paralleli.

–  L’ha trovata una lettura molto faticosa senza capire dove andava a parare.
 

– Ha fatto fatica all’inizio ma ha trovato molto angoscianti le ultime 100 pagine. Che cosa succede quando sai di avere una scadenza?
 A questo proposito cita Woody Allen vivi tutti i giorni come fosse l’ultimo prima o poi ci azzecchi.

-  La dimensione tempo è descritta in maniera molto originale. Il tempo è nulla l’unica cosa che conta è la relazione. Per lei il piacere è stato quello di immergersi in questa relazione.

–  L’ha letto tanto tempo fa e le era piaciuto tantissimo. Ha escluso completamente la sequenza temporale e si è fatta affascinare dal legame profondo che c’è tra loro. L’ha passato al marito ingegnere che lo ha apprezzato molto e ha trovato delle assonanze matematiche molto precise e ben strutturate.

–  Clare non è libera ama questo uomo che però è l’unico che ha conosciuto.

–  non ha finito il libro ma chiede se conoscere bene se stesso prima di capire l’altro è un concetto generale o è relativo al libro. Ottavia risponde che la conoscenza reciproca richiede una “co-costruzione”.

 – Aveva aspettative diverse, ha trovato le prime pagine le ha trovate molto. Avrebbe voluto più continuità la continua interruzione non ti consente di fluire in modo scorrevole.

Il GdL ha festeggiato i suoi 14 anni (194° incontro), giovedì 20 ottobre al centro Verdi a Segrate

... E lo ha fatto ospitando Enrica Melossi e Caterina Giavotto (entrambe editor di Mondadori Electa) con un incontro dal titolo: Storie di copertine, figure e molto altro.
Enrica e Caterina hanno raccontato aneddoti, curiosità e piccole storie che stanno dietro le copertine dei libri svelando aspetti inediti e sorprendenti.
 Il calore del gruppo, da 14 anni riunito in un abbraccio, è stato intenso, un collante che ci ha uniti in una serata indimenticabile! Grazi ancora a Enrica e a Caterina!


Caterina Giavotto
Editor di cucina per professione, cuoca per passione, buddista per vocazione. Nel tempo libero suona il pianoforte, prepara dolci di ogni tipo e accudisce gerbilli. Viaggia di preferenza nei deserti del mondo e non si perde mai.


Enrica Melossi
Intrepida e senza fissa dimora, è passata spericolatamente dall'iconografia alla gastronomia. Si sposta in metropolitana e in treno, spesso non giungendo a destinazione, ma trova sempre il modo di allestire cene improvvisate per gli amici. 

Ecco alcuni momenti dei 14 anni!


Il GdL ... al completo!
 
 Caterina Giavotto mentre racconta un "dietro le quinte" di una copertina. Seduti, dietro di lei, Enrica Melossi e Roberto Spoldi


 
  

Per il 193° incontro del 15 settembre 2016, il GdL ha letto e commentato "Casalinghitudine" di Clara Sereni

Clara Sereni
Casalinghitudine



INIZIO

Farine Bruscate
farine integrali di almeno 3 cereali diversi

Metto le farine in una padella fino a riempirla a metà; su fuoco medio la faccio rosolare, mescolandola con un cucchiaio di legno finché non si scurisca senza bruciarsi. Quando è pronta, in casa aleggia un odore di noccioline tostate. La conservo in barattoli di vetro per non più di una settimana, usandola per le diverse preparazioni.

(...)

CLARA SERENI



Figlia di Emilio e di Xenia Silberberg (la Marina Sereni de I giorni della nostra vita), si è sposata a Roma, città nella quale rimarrà fino al 1991, anno del suo trasferimento a Perugia dove tuttora risiede. Si è imposta all'attenzione della critica e del pubblico con il libro d'esordio: Sigma Epsilon (1974), una rivisitazione in chiave autobiografica del frenetico impegno politico che aveva caratterizzato la sua generazione. La sua seconda opera, Casalinghitudine, scritta tredici anni più tardi, è una specie di ricettario in cui ogni piatto è legato a un momento particolare del proprio passato, a un ricordo incancellabile. La sua fama si è accresciuta con i racconti di Manicomio primavera (1989) e con il romanzo Il gioco dei regni (1993). Il suo impegno è rivolto non solo alla letteratura, ma anche al sociale e nel campo politico. Nel capoluogo umbro ha rivestito la carica di vicesindaco, con delega alle politiche sociali dal 1995 al 1997. Nel 1998, a seguito di una vicenda familiare (il figlio Matteo è psicotico dalla nascita), ha promosso la Fondazione Città del sole – Onlus (di cui ha rivestito fino al 2009 il ruolo di presidente) che si impegna a favore prevalentemente di disabili psichici e mentali gravi e medio-gravi. È editorialista per i quotidiani l'Unità e il manifesto e ha tradotto e curato opere di Balzac, Stendhal, Madame de La Fayette. Tra i libri da lei curati, Si può (E/O edizioni), nel quale cinque tra giornalisti e giornaliste (Lucia Annunziata, Gad Lerner, Barbara Palombelli, Oreste Pivetta e Gianni Riotta) raccontano una storia positiva di integrazione di malati mentali nella società. Nel 2004 ha partecipato al film documentario girato dal marito Stefano Rulli, dal titolo Un silenzio particolare, sull'esperienza di vita col loro figlio Matteo, anche lui protagonista del film. Ha curato l'antologia di racconti Amore caro (Milano, Cairo, 2009), scritti, tra gli altri, dalla stessa Sereni e da Franco Amurri, Oliviero Beha, Paola Cortellesi, Pulsatilla, Barbara Garlaschelli.


Per la nostra rubrica dei saggi n. 34 - Craig Venter: “Il disegno della vita”, Rizzoli 2014

Craig Venter
Il disegno della vita
Rizzoli 201


di Enrico Sciarini

Craig Venter è il biologo americano che nel 2000 ha realizzato il sequenziamento del genoma umano. Dopo sedici anni è probabile che ancora più della metà degli oltre sette miliardi di persone che popolano la terra non sappiano cos’è il genoma. Il libro di Venter non dà la definizione di genoma perché lo tratta ad un livello più avanzato per riprodurlo artificialmente e per dare un significato più chiaro della parola Vita. (La miglior definizione di “genoma” che ho trovato recita: “Il Genoma è l’insieme di tutte le informazioni genetiche contenute nell’acido desossiribonucleide (DNA) composto da quattro molecole, adenina, citosina, guanina, timina, (ACGT) che risiedono in ogni cellula del corpo umano e in qualsiasi altra forma di vita.) Per decifrare il genoma Venter ha utilizzato le grandi opportunità della tecnica digitale unite a quelle della biologia. Venter si dice convinto che il DNA sia il “software” (programma) della vita, cambiandolo si può cambiare “l’hardware” (materia) della cellula. Ne deduce che la vita è un sistema informatico. Aggiunge però che “affermazioni straordinarie vanno sostenute con prove straordinarie”. Per questo ha dedicato anni di lavoro sperimentale in laboratorio. Questo lavoro lo ha descritto nel suo libro e chi lo legge scopre che Venter e il suo gruppo di ricercatori hanno creato una cellula sintetica. L’Autore usa proprio il verbo “creare”, anche se lo alterna con “realizzare”. E’ però lui stesso a convenire con chi ritiene improprio usare “creare”, dato che per riprodurre sinteticamente una nuova cellula viva ha utilizzato un genoma già esistente. Ammette quindi che l’origine delle prime cellule rimane un mistero aggiungendo che: “dove c’è un mistero c’è l’opportunità di far prosperare opinioni e religioni contrarie alla scienza”. Secondo Venter in futuro la scienza sarà definita dalla capacità di creare cellule sintetiche; prevede inoltre che di poter esplorare il confine tra animato e inanimato. Ma ritiene che in futuro la cosa più importante sarà “L’esplorazione sistematica delle potenzialità della biologia …. E le nostre conoscenze della biologia si espanderanno a velocità migliaia di volte superiori a quelle di oggi.” La conseguenza sarà quella di avere la possibilità di creare nuove forme di vita, sollevando così enormi questioni di carattere etico. Il problema etico Venter lo sta affrontando in collaborazione sia con i responsabili politici, sia con quelli religiosi. Di fatto ha già proposto che: “La vita sintetica non deve recare danno all’Umanità.” Ritiene sia importantissimo divulgare la ricerca scientifica anche tra i non esperti in modo da coinvolgerli nel dibattito su questioni così rilevanti. Più discutibile è invece l’affermazione di Venter che “abbandonare la tecnologia vuol dire abbandonare la possibilità di migliorare la vita umana.” Quando poi si dà a congetture sul futuro, intravede la possibilità di creare antivirus ad uso terapeutico e di teletrasmettere alla velocità della luce nuove forme di vita in ogni parte del mondo. L’ultimo capitolo del libro ha proprio come titolo: “La vita alla velocità della luce” che è anche il titolo originale del libro. Il sequenziamento del genoma effettuato da Venter è già stato trasmesso nello spazio sotto forma di onde elettromagnetiche. Il nostro DNA ha quindi varcato i confini terrestri, ma non sappiamo ancora dove approderà.
 

Per il 192° incontro del 28 luglio 2016, il GdL ha letto e commentato "Auto da fé" di Elias Canetti

Elias Canetti
Auto da fé
Adelphi / Garzanti


INIZIO

“Che fai qui, bambino?”
“Niente”.
“E allora perché ci stai?”
“Così…”.
“Sai già leggere?”
“Oh si”.
“Quanti anni hai?”
“Nove compiuti”.
“Cosa ti piace di più: una tavoletta di cioccolato o un libro?”
“Un libro”.


Auto da fé (1935), primo libro di Elias Canetti e suo unico romanzo, è un’opera solitaria ed estrema, segnata dalla intransigente felicità degli inizi. Qui tutto si svolge nella tensione fra due esseri cresciuti ai capi opposti nelle immense fronde dell’albero della vita: il sinologo Kien e la sua governante Therese. Kien è un grande studioso che disprezza i professori, ritiene superflui e sgradevoli i contatti col mondo, ama in fondo una cosa sola: i libri. E i libri lo circondano e lo proteggono, schierati come guerrieri sulle pareti della sua casa senza finestre. Esperto nell’arte del dubbio, Kien cela una fede incrollabile: per lui, «Dio è il passato» – e tutta la vita anela al «giorno in cui gli uomini sostituiranno ai propri sensi il ricordo e al tempo il passato». Fino a quel giorno, però, Kien, appena esce per strada, è perso nell’ignoto, diventa inerme e grottesco: di tutti i suoi tesori gli rimane soltanto l’illusoria corazza di un «carattere». Ma un «carattere» è anche la sua governante Therese. Maestosa nella sua lunga sottana blu inamidata, Therese raccoglie in sé le più raffinate essenze della meschinità umana. Anche lei è un essere autosufficiente, che diffida del mondo: la sua bassezza è rigorosa, conscia della propria dignità. Nella mente di Therese turbinano frasi sulle patate che sono sempre più care e sui giovani che sono sempre più screanzati. In quella di Kien rintoccano sentenze di Confucio. Ma qualcosa li accomuna nel profondo: una certa spaventosa coazione, il rifiuto di ammettere qualcos’altro nel loro mondo. Auto da fé racconta l’incrociarsi di queste due remote traiettorie e ciò che ne consegue – la minuziosa, feroce vendetta della vita su Kien, che aveva voluto eluderla con la stessa acribia con cui analizzava un testo antico. Una volta che Kien, perseguitato da Therese, ha messo piede nel regno proibito dei fatti, questi proliferano con fecondità demenziale e lo trascinano tra fetide bettole, il monte dei pegni e la guardiola di un portiere. Questo romanzo aspro, spigoloso, è traversato da una lacerante comicità, unica lingua franca in cui possa comunicarsi questa storia, prima di culminare nel riso di Kien mentre viene avvolto dalle fiamme, nel rogo della sua biblioteca.

Per il 191° incontro del 16 giugno 2016 il GdL ha letto e commentato "I fiumi profondi" di José M. Arguedas

 

Incipit

Infondeva rispetto nonostante l’aspetto antiquato e sporco. I notabili di Cuzco lo salutavano con deferenza. Portava sempre un bastone con l’impugnatura d’oro; il cappello, con la tesa stretta, gli faceva un po’ d’ombra sulla fronte. Era imbarazzante uscire con lui, perché s’inginocchiava davanti a tutte le chiese e cappelle e si toglieva il cappello in modo vistoso quando salutava i frati.
Mio padre lo odiava. Aveva lavorato come scrivano nelle tenute del Vecchio. «Dall’alto, con voce da dannato, grida perché i suoi indios sappiano che lui è dappertutto. Mette la frutta degli orti nei magazzini e la lascia marcire; pensa che non vale abbastanza per portarla a vendere a Cuzco o ad Abancay e che costa troppo per lasciarla ai colonos.  Andrà all’inferno», diceva di lui mio padre.


José María Arguedas nacque nel 1911 a Andahuaylas, sull'altopiano andino. Rimasto orfano all'età di due anni, trascorse l'infanzia in una comunità india dove apprese il quechua, sua lingua madre. Nel 1929 giunse a Lima, dove si iscrisse all'Università. Incarcerato nel 1937 per le sue idee di sinistra, nel 1957 ottenne la cattedra di etnologia. Morí suicida a Lima nel 1969. Scrisse, oltre ai romanzi noti in tutto il mondo, articoli scientifici, saggi di etnologia e di antropologia, raccolte di letteratura quechua, poesie e racconti. Delle sue opere Einaudi ha pubblicato: Tutte le stirpi (1974), Festa di sangue (1976), Il Sexto (1980), Arte popolare, religione e cultura degli indios andini (1983), La volpe di sopra. La volpe di sotto (1990), Musica, danze e riti degli indios del Perú (1991) e I fiumi profondi (2011). 
(dal sito Einaudi)

Per il 190° incontro del 27 maggio 2016, il GdL ha letto "84, Charing Cross Road" di Helene Hanff

Helene Hanff
84, Charing Cross Road
Archinto


INIZIO


Marks & Co.
84, Charing Cross Road
London, W.C.2
England


Gentili Signori,
leggo dalla vostra inserzione sul «Saturday Review of Literature» che siete specializzati in libri fuori stampa. L'intestazione «librai antiquari» mi spaventa un poco, perché per me «antico» equivale a dispendioso. Sono una scrittrice senza soldi che ama i libri d'antiquariato, ma da queste parti è impossibile reperire le opere che desidererei avere se non in edizioni molto costose e rare, o in copie scolastiche, sudicie e scribacchiate, della libreria Barnes & Noble.
Allego un elenco delle mie necessità più pressanti. Se aveste qualche copia usata decente di uno qualsiasi dei libri in elenco, a non più di $5.00 l'uno, vi prego di considerare questa mia un ordine d'acquisto e di inviarmeli.
Con i più cordiali saluti
HELENE HANFF
 Obbligata a lasciare gli studi universitari per motivi economici, Helene Hanff (nata a Filadelfia nel 1916), appena ventunenne vince un concorso di scrittura teatrale e si trasferisce a New York, città nella quale resterà per tutta la vita. Assunta prima come lettrice di manoscritti per la Paramount Pictures, nel 1952 inizia la sua carriera di sceneggiatrice televisiva: scrive polizieschi per la trasmissione The Adventures of Ellery Queen e qualche anno più tardi si aggiudica una borsa di studio per l'ideazione di sceneggiature d'argomentazione storica per il programma The Hallmark Hall of Fame. Oltre a realizzare alcuni libri per bambini, nel 1961 pubblica Underfoot in Show Business, racconto autobiografico dai toni ironici in cui mette a nudo le sue illusioni di fare fortuna come autrice teatrale. Per necessità economiche scrive vari saggi che toccano temi politici e sociali e collabora con alcune riviste.

Nel 1970 esce 84, Charing Cross Road, il libro che la fa conoscere al grande pubblico. Si tratta della raccolta delle lettere frutto della sua lunga corrispondenza (1949 - 1969) con Frank Doel e gli altri impiegati della libreria antiquaria Marks & Co. di Londra, a cui la Hanff si rivolge per l'acquisto di libri di letteratura e saggistica inglese del Settecento. Col tempo il carattere della corrispondenza si fa sempre più personale e cresce in lei il desiderio di recarsi a Londra per visitare la libreria e riuscire finalmente a incontrarne di persona i dipendenti, ma Frank Doel scompare prematuramente e nel 1970 il negozio chiude i battenti. Riuscirà a recarsi all'84 di Charing Cross Road soltanto in seguito alla pubblicazione dell'edizione inglese del suo libro e questa esperienza le offrirà lo spunto per un nuovo romanzo autobiografico (The Duchess of Bloomsbury Street, 1973).

Nel 1987 esce per la regia di David Hugh Jones il film 84 Charing Cross Road, intensa trasposizione cinematografica dell'omonimo romanzo, che vede attori del calibro di Anne Bancroft e Anthony Hopkins vestire i panni dei protagonisti della vicenda.

Apple of My Eye (1977), una guida sui generis della città di New York e l'autobiografico Qs' Legacy (1985) sono i suoi ultimi lavori. Inoltre Letter from New York: BBC Woman's Hour Broadcasts, edito nel 1992, raccoglie una selezione degli interventi che la Hanff fece tra il 1978 e il 1984 per il programma della BBC BBC Woman's Hour Broadcasts.
 

Per la nostra rubrica dei saggi n. 33 - Maurizio Pallante: “I monasteri del terzo millennio”, Lindau 2013

Maurizio Pallante
I monasteri del terzo millennio
Lindau 2013


di Enrico Sciarini

Maurizio Pallante è il fondatore del movimento per la decrescita felice. Evidentemente ritiene che la vita nei monasteri sia stata una vita felice o, quanto meno, più felice di quella che si vive all’inizio del XXI secolo. Nelle prime pagine del libro afferma che la dimensione materialistica ha preso il sopravvento su quella spirituale e che la fede in Dio è stata sostituita dalla fede nella scienza. Ritiene inoltre che si confonda il ben-essere con il possesso di beni e si usa il valore venale degli oggetti prodotti come indicatore di prosperità. Pallante scrive che la conseguenza più negativa della crescita abnorme dell’economia di mercato sia stata quella della contemporanea crescita della popolazione nelle aree urbane, tanto da far prevedere che nel 2050 il 75% dell’umanità vivrà nelle grandi metropoli. Insiste nell’evidenziare che l’industrializzazione ha sì offerto abbondanza materiale e libertà individuale, ma ha frantumato la comunità basata sulla solidarietà reciproca. E’ ora difficile ricostruire quello che si è frantumato. Esclude che coloro che governano l’economia mondiale possano capire la necessità di sbloccare la situazione paradossale unicamente tesa alla crescita infinita. Alla domanda “cosa si può fare?” Pallante risponde: Occorre aiutare aziende, professionisti e lavoratori a realizzare attività produttive che utilizzino minor energia e riutilizzino le materie prime. Però il punto di maggior interesse del libro lo si trova verso la fine quando l’Autore indica che l’obiettivo da raggiungere sia quello dell’impronta ecologica uguale a 1. L’impronta ecologica è un indicatore utilizzato per valutare il consumo di risorse naturali rispetto alla capacità del nostro pianeta di rigenerarle. Furono lo svizzero Mathis Wackernagel e il canadese William Rees a coniare il termine “impronta ecologica” come titolo del loro libro uscito nel 1996. Utilizzando diversi parametri l’impronta può essere calcolata a livello globale, territoriale o individuale. Detto in breve, quando l’indicatore è 1 significa che c’è un equilibrio tra le risorse rigenerabili e quelle consumate. Nel 2013, quando Pallante ha pubblicato il suo libro, il valore globale dell’indicatore era 1,5; questo vuol dire che, giunti a metà anno si erano già consumate tutte le risorse naturali rigenerabili. Oggi la situazione è ulteriormente peggiorata.  Il rischio di non avere più risorse indispensabili come l’acqua potabile lo avevano evidenziato tanti ambientalisti alcuni decenni fa, ma le loro voci sono rimaste per lo più inascoltate. Non è il caso di fare inutili catastrofismi, è solo urgente essere tutti un po’ più consapevoli dalla situazione. Per esserlo basterebbe entrare nel sito www.wwf.ch e calcolare la propria impronta ecologica. La mia è risultata essere 1,4; non sarà facile, ma la dovrei ridurre.