Il primo libro non si scorda mai

Nasce una nuova rubrica: "Il primo libro non si scorda mai". Quali sono stati i libri che, da bambini o da grandi, ci hanno iniziato alla lettura? Sfogliando oggi quei libri è come riattivare sogni che avevamo dimenticato di aver fatto. Raccontiamoci queste prime letture: può essere un romanzo, un albo illustrato, un fumetto, chissà. Perchè è da quelle pagine che prende avvio la nostra avventura di lettori. Se le raccontiamo forse possiamo contagiare chi, oggi, non considera la lettura una emozione o chi se ne è allontanato. E' poi un modo per consigliarci nuove letture, trovare e ritrovare punti di contatto, è un modo, ancora una volta, per parlare di lettura. Perchè, forse, non è mai abbastanza!
Manda una mail a: gruppodiletturasegrate@yahoo.it magari con una foto del tuo primo libro con qualche riga che racconta questa tua prima esperienza di lettura, oppure scrivendo un commendo al post, qui sotto. Beninteso: non è detto che uno si sia avvicinato alla lettura da piccolo, questo inizio può anche essere cominciato da grandi. Non importa: non c'è età, non c'è età per cominciare a amare la lettura!

Per il 209° incontro del 14 dicembre 2017, il GdL sta leggendo il romanzo di Helen Garner, "La stanza degli opsiti"

Helen Garner
La stanza degli ospiti
Mondadori


Figlia di un ingegnere aeronautico e di una professoressa di Helen è una donna in là con gli anni che vive da sola - il suo matrimonio è naufragato da anni - nella sua casa di Sidney. La sua vita quieta e abitudinaria viene d’improvviso movimentata dall’arrivo della sua amica Nicola, con la quale ha condiviso una spensierata giovinezza in stile hippy. Nicola occupa la stanza degli ospiti ma ha un problema: ha un cancro all’ultimo stadio e per provare a sconfiggerlo ha deciso di sottoporsi a cure di medicina alternativa, a base di vitamina C, ozono e clisteri di caffè, proposte da una clinica non lontana proprio dalla casa di Helen. L’amicizia tra le due viene messa a dura prova dalla ingombrante presenza della malattia: Helen non crede alla efficacia della terapia che l’amica sta seguendo, ma continua con amorevolezza a farle da infermiera di notte e autista di giorno mentre Nicola si affida ciecamente ed egoisticamente alla speranza, un atteggiamento che in fondo nasconde una forte insoddisfazione per il proprio passato. Nonostante sia scettica e non capisca l’ostinato aggrapparsi alla vita dell’amica, Helen accompagnerà Nicola nel suo lungo travagliato e doloroso iter clinico imparando che l’amicizia significa anche saper assecondare i sogni impossibili della sua ospite…
Helen Garner, autrice australiana tornata a scrivere dopo oltre 10 anni, affronta una tematica tragica, quella relativa alla condizione dei malati terminali di cancro, scegliendo un taglio decisamente realistico e senza concessioni al pietismo. Una storia di difficile amicizia femminile che mette a confronto due donne forti e determinate, l’una nello sconfiggere il tumore che la sta distruggendo, l’altra nel non tradire le sue certezze. La malattia allora diventa un tramite, un filo che fa riallacciare il dialogo di Helen e Nicola interrotto molti anni prima - e forse mai del tutto finito. La Garner, però, nel raccontare la discesa nell’inferno del cancro si ferma un attimo prima, quasi a non volere per pudore scavare il dolore fino in fondo e questo suo sottrarsi - pur donando asciuttezza e rigore alla narrazione evitando l’effetto lacrima facile - fa sì che il lettore non venga del tutto coinvolto nella vicenda, rimanendone un semplice ospite.


 La scrittrice australiana Helen Garner

Per il 208° incontro del 9 novembre, il GdL ha letto e commentato "Il professor Unrat" di Heinrich Mann. Ospite Ottavia Zerbi

...E' stato un incontro speciale! Ecco come...
Come ormai tradizione, in autunno, abbiamo avuto il piacere di ospitare la psicoterapeuta Ottavia Zerbi. Partendo dalla lettura comune del romanzo di Heinrich Mann, Ottavia Zerbi ha proposto questo argomento: “L’io morboso e la coppia: da voragini interiori a vette luminose. Illusione o possibilità?”, tematica che è stata sviluppata insieme ai commenti sulla lettura fatta dai componenti del Gruppo.
 
Heinrich Mann
Il professor Unrat


INIZIO
Poiché il suo nome era Raat, tutta la città lo chiamava Unrat, Sporcizia. Veniva così spontaneo, così naturale. Ogni tanto capitava che questo o quel professore cambiasse soprannome; un nuovo scaglione di alunni entrava a far parte della classe, prendeva di mira con voluttà omicida un certo lato comico del profesore che non era stato messo abbastanza in rilievo dai compagni dell'anno prima, e ne sbandierava il nome senza pietà. Unrat, invece, il suo lo portava da molte generazioni, tutta la città ne era al corrente, i suoi colleghi lo usavano fuori dal liceo e anche dentro, non appena lui voltava le spalle. Le persone che ospitavano in casa propria gli scolari e ne sorvegliavano gli studi, parlavano in presenza dei loro pensionati del professor Unrat. E il bell'ingegno che avesse cercato di studiare con occhio nuovo e di battezzare in altro modo l'ordinario della prima liceo non sarebbe riuscito a spuntarla. se non altro perché l'appellativo suscitava ancora nel vecchio insegnante la stessa reazione di ventisei anni prima. Bastava che nel cortile della scuola, non appena lo vedeva venire, uno gridasse:
«Non sentite odor di sporcizia?»
Oppure:
«Ehi, che odore di sporcizia!»
E subito il vecchio scrollava convulsamente la spalla, sempre la destra, che era più alta, e da dietro gli occhiali lanciava di sbieco un'occhiata piena di bile che gli studenti definivano perfida, e che era invece pavida e vendicativa: l'occhiata di un tiranno dalla coscienza poco tranquilla, che cerca di scoprire i pugnali tra le pieghe dei mantelli. Il suo mento spigoloso, a cui si attaccava una barbetta tra il giallo e il grigio, tremava con violenza. Contro l'alunno che aveva urlato la frase «non aveva prove» e non gli restava che tirar di lungo sulle gambe magre dalle ginocchia curve sotto il suo bisunto cappellaccio da muratore.
[Heinrich Mann, L'angelo azzurro (Professor Unrat), traduzione di Bianca Cetti Marinoni, Garzanti, Milano 1966]

HEINRICH MANN 


Fratello maggiore di Thomas Mann, Heinrich fu uno strenuo sostenitore della necessità di una letteratura sociale e dell’avvento della democrazia. Heinrich Mann nacque a Lubecca nel 1871 – lo stesso anno in cui la Germania venne unificata a seguito della guerra franco-prussiana. Suo padre era un commerciante all’ingrosso e una delle personalità più di spicco della piccola, ma ancora fiorente, cittadina anseatica di Lubecca.
Primo di cinque fratelli, Heinrich capì ben presto che la sua vocazione non era quella di seguire le orme paterne ma quella di dare espressione alla sua vena artistica, ereditata dalla madre, Julia da Silva-Bruhns, una donna di origine sudamericana con una grande passione per la musica e la letteratura. Si trasferì prima a Berlino dove iniziò un tirocinio presso l’editore Fisher e dove respirò per la prima volta l’aria di una grande città e di una capitale della cultura. Frequentò corsi all’Università, e divenne ben presto un assiduo cliente dei caffè berlinesi dove si incontravano gli artisti più importanti. Si diede però anche a una vita sempre più dissoluta. Spese, infatti, tutti i suoi soldi e si indebitò per frequentare bordelli. All’amico Ludwig Ewers confessò in una lettera che questo suo comportamento lo faceva vergognare e gli causava fortissimi sensi di colpa, ma che contemporaneamente non riusciva a sottrarsi.
In seguito si spostò in Italia e nel 1896 a Palestrina, nella campagna romana, lo raggiunse il fratello Thomas. Gli anni di Palestrina sono un periodo molto produttivo per i due fratelli, che addirittura pianificano di scrivere a due mani un libro di fiabe. L’idea però non andò mai oltre lo stadio dei primi schizzi. Heinrich lavorò ad alcune novelle e scrisse articoli che cercò di far pubblicare su varie riviste, mentre Thomas iniziò I Buddenbrook: decadenza di una famiglia. Mentre Heinrich mostrò di sentirsi sempre più a suo agio nella campagna romana, Thomas mostrò una certa insofferenza e una certa nostalgia di casa. Le strade dei due fratelli perciò, nel 1898, si divisero. Thomas ritornò a Monaco, mentre Heinrich continuò la sua vita di girovago.
In questo periodo si fidanzò con Inés Schmied, la figlia di una coppia tedesca emigrata in Sudamerica. L’ingresso di Inés nella vita di Heinrich rappresentò la fine del periodo niciano-decadente. Nel 1905 pubblicò Professor Unrat, da cui trent’anni più tardi verrà tratto il film L’angelo azzurro, che lancerà Marlene Dietrich.
Gli anni venti del XX secolo rappresentarono per Heinrich Mann un periodo artisticamente e politicamente molto denso. Si oppose fino all’ultimo e con tutte le sue forze al regime nazista. Quando, nel 1940,  neanche la Francia meridionale fu più un rifugio sicuro per lui, scelse nuovamente la via dell’esilio. Con un viaggio avventuroso e pericoloso, assieme alla moglie Nelly Kröger e al nipote Klaus, riesce a raggiungere la Spagna, valicando a piedi i Pirenei. Da qui giunse poi in Portogallo, per raggiungere gli Stati Uniti.
L’esilio negli Stati Uniti rappresentò per Heinrich Mann un’esperienza durissima. Restò sempre un autore sconosciuto, non apprezzato e non capito. L’ombra del fratello Thomas, che nel frattempo la propaganda americana aveva contribuito a far diventare la voce per eccellenza dell’emigrazione tedesca nel cosiddetto “mondo libero”, fu sempre più difficile da sopportare. Un contratto offertogli da uno degli Studios di Hollywood per scrivere soggetti cinematografici venne presto revocato. La sua situazione economica peggiorò rapidamente. Il suo stile si fece sempre più ermetico, i suoi ultimi libri sempre più difficili.
Nel 1944 la moglie Nelly Kröger, da tempo vittima di una forte depressione, si suicidò. Il vecchio Heinrich, legato da un profondo sentimento alla donna, non si riprese più da questo colpo e si chiuse sempre più in sé stesso, trascorrendo le proprie giornate scrivendo e ascoltando musica.
A guerra terminata, frattanto, si moltiplicarono i tentativi di riportare il vecchio oppositore di Hitler in Germania e di farne una delle figure di riferimento del paese da ricostruire. L’Università di Berlino gli conferì il titolo di dottore honoris causa, ma per difficoltà burocratiche, accentuate dalla guerra fredda non riuscì a partecipare alla cerimonia. Dopo una lunga opera di mediazione da parte di Thomas, che riuscì infine a convincere il fratello a tornare in Germania, Heinrich morì a Santa Monica nel 1950, mentre aspettava il visto per potersi imbarcare e poter ritornare in Europa.
Le sue spoglie vennero traslate nel 1961 nel Dorotheenstädtischer Friedhof nella Chausseestraße a Berlino Est.


Ed ecco qui sotto alcune immagini della serata:





 

Per la nostra rubrica dei saggi n. 42 - Alfredo Macchiati: “Perchè l’Italia cresce poco”, Il Mulino 2016


Alfredo Macchiati
Perchè l’Italia cresce poco
Il mulino 2016 


di Enrico Sciarini

La crescita economica di una nazione dipende dalle buone istituzioni. Ma cosa sono le istituzioni? In ordine decrescente di importanza l’Autore ne elenca le seguenti: 1 – Le regole costituzionali. 2 – I poteri dello Stato e i vincoli di chi li esercita. 3 – Le regole elettorali. 4 – i poteri degli organismi non elettivi (la banca centrale, le amministrazioni pubbliche, i tribunali, ecc.). Fissati questi punti Macchiati passa a trattare, capitolo per capitolo, quali sono le ragioni per le quali le istituzioni non funzionanti sono la causa della mancata crescita nazionale. Inizia dalla poca affidabilità della politica e quindi dei governanti. Seguono: la lentezza della giustizia, la corruzione, la criminalità economica, un fisco squilibrato, un sistema bancario che invece di essere motore dello sviluppo ne è il freno, le riforme mal concepite e/o mal attuate. Ogni voce di tale elenco è analizzata e documentata, purtroppo in modo fin troppo tecnico e certamente non divulgativo, con una sequela di termini inglesi che non facilitano la lettura. Ci sono però affermazioni molto chiare come quella che concerne l’Amministrazione Pubblica per la quale Macchiati scrive che, sin tanto che i dipendenti pubblici non avranno la profonda convinzione che il loro datore di lavoro non è il governo, ma sono tutti i cittadini italiani, non sarà possibile alcuna vera riforma, sia della Amministrazione Pubblica stessa, sia dell’intera Nazione. Purtroppo Macchiati non fa distinzione tra politica e partiti, infatti a pagina 148 scrive che c’è un’ingerenza della politica nella gestione delle banche. A mio avviso l’ingerenza non è tanto della politica ma è dei partiti, infatti sono i partiti che, invece di pensare al bene comune, pensano prevalentemente al bene della propria parte. Dopo la spietata analisi dei motivi che impediscono la crescita Macchiati azzarda alcune ipotesi per rilanciarla, ma senza ottimismo e con poche speranze di successo.
Alfredo Macchiati insegna politica economica all’Università Luiss Guido Carli di Roma.

Giovedì 26 ottobre, il GdL ha festeggiato 15 anni con "Sirene a due voci" a cura di Enrica Melossi e Noemi Bigarella (letture)


GIOVEDÌ 26 OTTOBRE
Nel suo 207° incontro
IL GRUPPO DI LETTURA HA FESTEGGIATO 15 ANNI! 

con il progetto
Sirene a due voci
di Enrica Melossi, editor di Mondadori Electa, e con letture di Noemi Bigarella, attrice.


Le Sirene, storia di mito e bellezza pericolosa nel costume, nella cultura e nelle Arti visive. Un viaggio di immagini,testi e parole di/su creature fantastiche.


Ecco alcuni momenti della serata, partecipatissima, da parte del GdL e di tanti suoi amici!








Per la nostra rubrica dei saggi n. 41 - Marco Revelli, "Populismo 2.0”, Einaudi, 2017

Marco Revelli
Populismo 2.0
Einaudi, 2017

  
di Enrico Sciarini

Il populismo è “la malattia senile della democrazia” che si manifesta quando un popolo, o parte di esso, non si sente più rappresentato nelle istituzioni dello Stato. Malattia “senile” perché la democrazia è vecchia; per di più ci sono diversi “populismi” che aggrediscono una democrazia vecchia e malata, debilitata dall’impoverimento della classe media, dal moltiplicarsi delle disuguaglianze e dalla dissoluzione dei partiti di massa. Al di là delle definizioni, per Revelli il populismo è il disagio della società imbavagliata dalla globalizzazione e dalla finanza. Quello che i populismi hanno in comune sono tre cose: 1- il passaggio dalla dialettica “orizzontale” della politica, che metteva tutti gli interlocutori sullo stesso piano, ad una dialettica “verticale” nella quale prevale la logica dell’alto-basso e chi sta in basso si contrappone a chi sta in alto. 2- La contrapposizione “morale” tra i giusti e gli ingiusti, gli onesti e i corrotti. 3- Il desiderio di rimuovere un’oligarchia usurpatrice per ridare forza alla sovranità popolare in modi e forme diverse, ma che abbiano in comune un “leader” in grado di fare il bene del popolo. Sta di fatto che per Revelli il populismo è presente in tutte le democrazie; negli USA come nel Regno Unito, in Francia e in Germania. In Italia l’Autore individua il populismo berlusconiano, quello grillino e quello renziano. Inspiegabilmente cita quello leghista solo per definirlo “etnopopulismo” conglobandolo in quello berlusconiano. Si sofferma invece su quello grillino il cui successo è ottenuto mettendo insieme il più moderno dei mezzi comunicazione, il web, con il più antico, i comizi di piazza. Il populismo renziano lo considera calato dall’alto e quindi meno accettato da chi ha sempre sostenuto un populismo creato dal basso. Quello che più preoccupa dalla lettura di “Populismo 2.0” sono le conclusioni cui giunge l’Autore. Egli lascia intravvedere un populismo governato dal “finanzial-capitalismo”, vale a dire da pochi superricchi che utilizzano il populismo per vanificare qualsiasi battaglia per l’uguaglianza e l’equa distribuzione della ricchezza. A questa pessimistica ipotesi aggiungo che verrebbe da pensare che dovrebbe essere lo stesso populismo a farsi critico si sé stesso affrontando i problemi non più in modo superficiale, caratteristica di ogni populismo, ma studiandoli nelle loro complessità con strumenti moderni. Per far questo ci sarebbe bisogno di in salto di qualità del popolo, tale da elevarlo ad un livello superiore di cultura e conoscenza. Ciò richiederebbe uno sforzo pari a quello che nell’ottocento è riuscito a far uscire il popolo dall’analfabetismo; si tratterebbe quindi di farlo uscire dall’illusione che il benessere sia raggiungibile da tutti in modo gratuito. Ma questo Revelli non l’ha scritto. 

Per il 206° incontro del 5 ottobre 2017, il GdL ha letto e commentato il romanzo di Margaret Atwood, "La donna che rubava i mariti"

Margaret Atwood
La donna che rubava i mariti


Toronto, primi anni Novanta. Tony, Roz e Charis si conoscono dai tempi dell'università e sono tre tipi completamente diversi tra loro. Ciò che le accomuna, ed è alla base della loro amicizia, è Zenia, entrata nella vita di ciascuna di loro portandosi via i loro uomini; data per, morta ora riappare più splendida e conturbante che mai. Cercando di scoprire il mistero, le tre amiche percorrono la loro storia personale, con le ferite d'infanzia che le hanno segnate.

In attesa di inserire il resoconto della serata, ecco qui alcuni momenti del gruppo:






Per il 205° incontro del 14 settembre 2017, il GdL ha letto "L'estate senza uomini" di Siri Hustvedt

Siri Hustvedt
L'estate senza uomini 



Alla prevedibilità del marito Boris, che sceglie un'amante giovane (e in piú francese!), Mia oppone la sua imprevedibilità di donna. Parte per il Minnesota, dove vive l'anziana madre, e trascorre un'estate senza uomini. Circondata dalle amiche della madre, ottuagenarie piene di risorse, dalle allieve adolescenti di un corso di poesia, tormentate e perfide, Mia ritrova la propria indipendenza, e subito dopo l'empatia verso le storie degli altri, e subito dopo il desiderio d'amare e di essere amata.

Boris, insigne neuroscienziato newyorkese, si è concesso una «pausa», vale a dire un'amante piú giovane, e la moglie Mia, poetessa e filosofa, l'ha presa male ed è finita in ospedale con una diagnosi di «psicosi reattiva breve». Uscita dall'ospedale, Mia non se la sente di tornare nella casa disertata dal marito, e decide cosí di allontanarsi per qualche tempo da New York per andare a trovare la madre, che abita in una struttura residenziale per anziani a Bonden, Minnesota, la cittadina dove Mia è nata e cresciuta.
Comincia cosí questa inconsueta storia di una convalescenza, la convalescenza di una donna che, sperimentando un'estate senza uomini, riscopre in una realtà provinciale apparentemente squallida e monotona un mondo di relazioni umane ancora piú ricco e coinvolgente di quello a cui era abituata nella sua sofisticata vita di intellettuale metropolitana. Non si pensi però a un'ingenua riscoperta delle radici, perché lo sguardo posato da Siri Hustvedt sulla provincia americana non ha nulla di idilliaco: le tenere adolescenti che studiano poesia sottopongono le compagne a raffinate torture psicologiche, le arzille vecchiette ricoverate in ospizio coltivano lubrichi «divertimenti segreti », e le simpatiche famigliole nelle loro villette suburbane sono lacerate da violenti diverbi.
In questo mondo apparentemente mansueto ma intimamente turbolento, Mia irrompe come una sorta di deus ex machina, suscitando confidenze, svelando intrighi e risolvendo conflitti, e da questo mondo in cambio riceve una nuova consapevolezza di sé: abituata a considerarsi bella e intelligente, Mia si scopre anche umana e autonoma, e soprattutto degna di essere amata.
L'estate senza uomini finisce cosí per rivelarsi un sorprendente romanzo d'amore, un'intensa e raffinata meditazione narrativa sulla piú irrazionale, incoerente, profonda e persistente delle forme di convivenza umana: il matrimonio.


 
Siri Hustvedt è nata è nata nel 1955 in Minnesota e ha studiato alla Columbia University. Figlia di un professore universitario, dopo aver conseguito un PhD. in letteratura inglese, ha abbandonato la carriera accademica per dedicarsi alla scrittura. Con Einaudi ha pubblicato: Quello che ho amato, Elegia per un americano, La donna che trema, L'estate senza uomini, Vivere, pensare, guardare e Il mondo sfolgorante. Nel 2012 ha vinto l'International Gabarron Prize per il Pensiero e le Scienze Umane. 

RESOCONTO DELL'INCONTRO

Nel complesso il Gruppo ha dimostrato di non gradire molto la lettura di questo romanzo.
A qualcuno non è proprio piaciuto, l’ha trovato un libro femminista che vuole mettere troppa carne al fuoco in modo però superficiale, e pieno di clichè quali la competitività tra le ragazzine, le donne di mezza età che rimangono imprigionate dalle situazioni drammatiche, le donne anziane che ormai conciliate con se stesse sanno farsi compagnia. Gli uomini invece sembrano sempre un po’ bambini.
Secondo altri l’autrice scrive in modo distaccato e non narra una storia, il romanzo rimane a metà tra il saggio e il racconto, anche gli inserti rivolti al lettore sono come buttati là senza accuratezza e il risultato finale è un po’ pretenzioso. Troppo denso, troppi avvenimenti poco legati tra loro che rendono la narrazione faticosa e irreale.
Per qualcuno tutto rimane un po’ sospeso, l’autrice che nel libro sottolinea l’importanza della collaborazione tra lettori e scrittori dimostra una certa indifferenza nei confronti dei suoi personaggi.
Qualcuno ha apprezzato l’idea della protagonista di far mettere insieme dalle ragazzine lo psicodramma per affrontare le loro problematiche.
Chi ha fatto fatica a leggerlo si dichiara delusa, l’ha trovato banale e pretenzioso, anche le citazioni filosofiche sono uno sfoggio di erudizione per mostrare la propria cultura.
Pretenzioso anche dal punto di vista psicologico, l’autrice parla come se fosse una psicologa senza esserlo.
Qualcuno ha letto in modo discontinuo saltando alcune parti perché non è mai stato davvero coinvolto dalla storia.
Qualcuno ha trovato interessante la descrizione del gruppo di lettura delle anziane signore e il modo come viene descritto.
Delicatezza ironia e tenerezza hanno caratterizzato la lettura di questo romanzo che però solo da pochi è stato apprezzato perché molto originale sia nella parte in cui l’autrice interloquisce con i suoi lettori, sia quando aggiunge interessanti riflessioni filosofiche e spunti letterari alla narrazione che non procede mai per ordine cronologico ma fa dei grandi salti in avanti e indietro rendendo avvincente e coinvolgente la storia.
Altri dimostrano apprezzamento per le numerose citazioni filosofiche e letterarie anche se sfiorando grandi temi ha dimostrato di mancare di coraggio e peccare di presunzione.
Alla fine la protagonista si relaziona solo con altre donne, interessante la parte in cui la figlia tiene d’occhio il padre e con il suo intervento lo induce a tornare sui suoi passi.





Qui sotto alcuni momenti della serata (Thanks per le foto e resoconto a Emanuela Zanini)
 









Per la nostra rubrica dei saggi n. 40 - Preghiera di Chief Joseph capo delle tribù pellerossa dei “Nez perce”


Preghiera di Chief Joseph capo delle tribù pellerossa dei “Nez perce” (Nasi bucati)
Tutte le persone sono state create dallo stesso Grande Spirito. Tutti sono fratelli.
La Terra è la madre di tutti i popoli e tutti i popoli devono avere gli stessi diritti su di essa.
A nessuna persona può essere negata la libertà di scegliersi il luogo sulla Terra ove vivere.
E’ più facile che i fiumi scorrano a rovescio che non una persona nata in libertà accetti la costrizione.
Come non ci si può aspettare che un cavallo cresca sano e robusto tenendolo legato a un palo, così un Pellerossa non potrà crescere e prosperare tenendolo relegato su un fazzoletto di terra.
Ho chiesto a qualcuno dei Grandi Governanti Bianchi da chi avessero ricevuto l’autorità di imporre a un Pellerossa di vivere contro la sua volontà in un determinato posto, vedendo i Bianchi spostarsi a vivere dove a loro più gradiva. Non ho mai avuto risposta.
Ho solo chiesto ai Governanti di essere trattati come tutte le altre persone.
Se non mi lasciate tornare alla mia terra, datemi almeno un posto dove il mio popolo non muoia così in fretta.
Quando i bianchi tratteranno i Pellerossa come trattano loro stessi, allora non ci saranno più guerre.
Dobbiamo essere tutti uguali come fratelli, figli di uno stesso Padre e di una stessa madre con un cielo sopra di noi e un’unica Terra che ci circonda e un solo Governo per tutti.
Allora il Grande Spirito che ci domina sorriderà a questa Terra e manderà la pioggia purificatrice a lavare le macchie di sangue fatte da mani fratricide sulla faccia della Terra.
La razza Pellerossa prega e aspetta che tutto ciò si compia.

Questa è la preghiera che Joseph, capo della tribù dei “Nez perce” ha incluso nel documento “An Indian’s view of Indian affairs” pubblicato da “North American Rewiew” nell’aprile del 1879 e riproposta su “I will fight no more forewer” di Merrill D. Beal. Ballentine books NY quindicesima edizione 1991 pp 323/4. La traduzione è mia.
La tribù Pellerossa dei “Nez perce” (nasi bucati) viveva pacificamente nella parte nord occidentale degli Stati Uniti, all’incirca nell’attuale Stato dell’Idaho. La rottura degli accordi stipulati nel 1855 per mantenerli su tale territorio è stata originata dalla scoperta di giacimenti auriferi e consequenziale occupazione da parte di coloni europei. Ne seguirono battaglie iniziate nel giugno 1877 e terminate nell’ottobre dello stesso anno. Durante questi mesi i Nez Perce tennero testa all’esercito degli Stati Uniti. La loro fu una lunga ritirata (circa 1900 chilometri) verso il confine con il Canada, dove speravano di trovare accoglienza. A soli sessanta chilometri dal confine subirono gravi perdite e dovettero arrendersi. I sopravvissuti vennero “deportati” in zone paludose del Kansas, dove molti morirono di malaria. Solo nel 1885 a Joseph e a 268 sopravvissuti venne concesso di tornare al nord nello Stato di Washington nella riserva di Colville. All’inizio dell’800  la tribù era costituita da circa 12.000 persone ora nella riserva ne vivono circa 3.200. (Wikipedia: Nez perce people). Chief Joseph morì nel 1904 all’età di 64 anni.
 

Enrico Sciarini     

C'era una volta...

Con grande piacere, riportiamo qui sotto una storia estiva che ci ha voluto raccontare una nostra storica partecipante del Gruppo di Lettura. Grazie, Ornella!

C’era una volta un paesino di 162 anime, chiamato Duno,  situato nella ridente e verde Valcuvia – 530 mt slm

In estate il paesino si ripopolava con tanti villeggianti,  meno di prima, ma ricordo che in passato c’erano lunghe fille in attesa davanti alle cabine telefoniche .

Dunque, questo paese aveva una biblioteca ma, causa mancanza di personale e problemi vari, era stata  chiusa e con il tempo  e diventata inagibile.

A questo punto una cara e bella signora di nome Anna,ha raccolto i volumi della biblioteca di una nota societa della zona, che si era trasferita, ha aggiunto libri suoi, quelli di amici e dei figli ed ha aperto una biblioteca chiamata SALOTTO LETTERARIO in locali di sua proprieta e, con sorrisi e consigli , accoglieva i visitatori  indicando i libri che potevano interessare.

Tutto era fatto come volontariato con aiuto di altre residenti e l’iniziativa era  molto apprezzata e lo e tuttora.

Sembra una favola ma e cosi.

Mi sono sentita di indicare questa iniziativa che mi sembra molto simpatica e utile e ho voluto raccontarvela anche perche la “location” e singolare : appartamento piano terra, stanzino , scala e camino  + tavoli , scaffali e ……….libri.


Buone vacanze e buona estate! Ci rivediamo a settembre e intanto... qualche consiglio di lettura!

Tom Darling
D'estate
Fandango

 
Grace e Billy Hopper sono appena arrivati. L'auto che li ha condotti alla casa colonica si è fermata giusto il tempo per scaricare i bagagli e ripartire nell'afa di mezzogiorno. Il campo di grano che si distende davanti ai loro occhi ha una luce che acceca, e la fattoria, un po' in lontananza, possiede il fascino misterioso di un vecchio fortino che schiude, all'interno, indicibili segreti. La tenuta è di proprietà del nonno, un uomo schivo che nessuno dei due ragazzi ha mai visto prima. Lynn, la mamma, doveva aver deciso, un giorno, che non avrebbe rimesso più piede nella casa del padre, e così era stato, almeno fino a quel momento. L'incidente, avvenuto all'inizio di quel mese caldissimo, ha scombinato i suoi piani, e ora i due figli, rimasti orfani, non hanno altro posto in cui stare che quello, tra i chicchi d'orzo scoppiettanti e il crescione d'acqua che fiorisce al limitare del fiume. Nell'aria immota dell'assolata campagna inglese, i legami di sangue riprenderanno colore, e la sofferenza cederà il posto alla scoperta. Poi quel fortino si aprirà, e i fantasmi del passato torneranno. Tom Darling ci racconta di un'estate straordinaria trascorsa in un luogo isolato, lontano dal resto del mondo. 

Peter Schneider
Gli amori di mia madre
L'orma

 
Per decenni lo scrittore Peter Schneider si è portato dietro una scatola di scarpe contenente le lettere di sua madre, morta poco dopo la Seconda guerra mondiale quando l'autore aveva otto anni. Le lettere, vergate in una complessa grafia ormai in disuso, sono sempre state illeggibili, fino al giorno in cui Schneider; spinto da un amore sorretto solo da pochi e vaghi ricordi, non decide di chiedere a un'amica di aiutarlo a decifrarle. Il romanzo accompagna il figlio nella lettura meravigliata e commossa dell'epistolario materno. Ed ecco che il cliché della donna sacrificatasi per la famiglia e in eterna attesa del marito lontano (direttore d'orchestra di successo, forse compromesso col nazismo) va in frantumi lasciando spazio all'immagine di una donna anticonformista e passionale capace di vivere una vita amorosa libera e intensissima anche nel pieno della guerra. La narrazione autobiografica di Schneider ci restituisce, con una soavità che non rinuncia ad affermazioni provocatone e profonde, anche una sorprendente scrittrice mancata la cui penna si alimenta della tumultuosa intelligenza del suo cuore. La testimonianza di un destino di donna nella burrasca della Storia, e di una sete di felicità assoluta che spesso raggiunge picchi di spontanea e stupefacente bellezza.  

Annie Ernaux
Memoria di ragazza
L'orma


Memoria di ragazza, potentissima riflessione sulla scrittura e su un’epoca cruciale dell’esistenza, è il romanzo, proibito e inconfessabile, che l’autrice ha inseguito per tutta la vita.

Estate 1958. Per la prima volta lontana dalla famiglia, educatrice in una colonia di vacanze, una diciottenne scopre se stessa: l'amore, il sesso, il giudizio degli altri, la fatica di essere giovani, la sete di libertà. Tra la luce delle foto di quel tempo e il buio dei ricordi rifiutati, Annie Ernaux rivive l'età di passaggio che la trasformò in donna e in scrittrice, interrogandosi sui pensieri, le aspettative, le ritrosie (senza tralasciare i disturbi alimentari e le angosce della fertilità) della «ragazza del '58». In pagine piene di inquietudini e dolori segreti, traboccanti di slanci e di canzoni - l'«esperanto dell'amore» -, è la vergogna del passato a generare la memoria, rivelandosi inaspettato dono, irrinunciabile arma in quella «colluttazione con il reale» che è al cuore dell'impresa letteraria di Ernaux. "Memoria di ragazza", potentissima riflessione sulla scrittura e su un'epoca cruciale dell'esistenza, è il romanzo, proibito e inconfessabile, che l'autrice ha inseguito per tutta la vita.  


Paul Harding
Enon dopo l'estate
Einaudi


A Enon, vicino a Boston, Charlie Crosby conduce una vita tranquilla. Dipinge lo steccato, cammina nei boschi con la figlia Kate, contempla la bellezza della moglie Susan. Un giorno però irrompe, crudele, insensata, terribile, la tragedia. In un piovoso pomeriggio di settembre che annuncia la fine dell'estate, mentre sta rientrando in auto dopo una passeggiata nei boschi, Charlie riceve una telefonata di Susan. Con la voce spezzata dal dolore, la moglie gli dice che un automobilista ha travolto Kate mentre tornava in bici dalla spiaggia, e che tutto è stato così rapido, inevitabile e assurdo che i soccorsi si sono rivelati inutili. La fine della ragazza lascia macigni pesanti sul cuore di Charlie. Susan cerca di reagire, di non soccombere alla sofferenza, ma Charlie cede di schianto. Sembrerebbe tutto perduto per l'ultimo dei Crosby, tutto precipitato nell'abisso della disperazione. Tuttavia, da qualche parte è ancora all'opera la semplicità salvifica della natura e del mondo.  

Remco Campert
Festa d'estate
Elliot



In una giornata d'estate i due amici Mees e Boelie, con la sedicenne Panda, sono tutti impegnati nell'inseguire l'amore e godersi la vita, cosa comune del resto nel loro mondo di aspiranti artisti. Tra corteggiamenti andati a vuoto, feste, passeggiate senza scopo e un crescendo di situazioni bizzarre, c'è tempo anche per una rapina ai danni di un povero vecchio messa a segno nel parco dalla più giovane e "innocente" del trio, che però condurrà a un doppio lieto fine: il vecchio ritroverà un'antica amicizia che interrompe la sua solitudine, mentre gli altri con il bottino organizzeranno una grande festa all'insegna di un assoluto carpe diem. Pubblicato per la prima volta in Olanda nel 1961 e ora nuovamente ristampato, questo piccolo classico conserva ancora intatta tutta la sua freschezza, tratteggiando con umorismo, invenzioni linguistiche e acume psicologico un quadro sociale articolato, in cui si colgono le prime avvisaglie di una ancora latente contestazione giovanile alla famiglia e al modo di vivere borghese e la critica alla vacuità di un ambiente fatto di artisti o presunti tali che passano da una festa all'altra e da una moda all'altra. E non importa quando e dove sia ambientata la storia: il lettore non tarderà a ritrovare coordinate a lui familiari, a prescindere dal decennio in cui è, o è stato, giovane, o addirittura a riconoscersi suo malgrado nell'indecisione, nella superficialità e a volte nel cinismo dei protagonisti.


Lisa-Maria Seydlitz
Figlie dell'estate

Keller


In tutte le famiglie ci sono dei segreti, storie che vengono taciute, fatti nascosti dietro alle porte, sotto i tappeti o in una casa di pescatori a millequattrocento chilometri di distanza da dove si è cresciuti. All'inizio di una torrida estate Juno riceve una lettera anonima grazie alla quale scopre che il padre le ha lasciato in eredità una casa in Bretagna. Chiede spiegazioni alla madre, ma in cambio riceve solo silenzi e un mazzo di chiavi. Allora prende una decisione: carica poche cose in macchina e parte. La casa è già abitata da Julie, una ragazza di Marsiglia che lavora al Bar du Matin e che accoglie con circospezione e semplicità la nuova arrivata. Prende vita così un viaggio alla scoperta di un passato che riemerge un po' alla volta, doloroso, ma finalmente libero di essere guardato in faccia, di essere capito, di essere curato. Con un linguaggio scarno, attento e già maturo Lisa-Maria Seydlitz ci regala una bella riflessione sulla famiglia, sulla perdita, sulla solitudine, ma soprattutto sulla vita che continua e ci riserva sempre nuove sorprese.


Racconti di mezza estate
Elliot


Giovani amori, giardini profumati, avventure comiche, conquiste e delusioni sono al centro di questa originale raccolta di racconti sull'estate scritti da alcuni grandi autori americani come Francis Scott Fitzgerald, O. Henry e Hamlin Garland. C'è la ragazza in vacanza dagli zii alla ricerca di un fidanzato che prende lezioni sull'arte della seduzione dalla cugina, fino a quando quest'ultima diventa gelosa e le cose si complicano. Poi c'è un uomo che sembra odiare le ferie, e si rifugia nella torrida New York boicottando le gite fuori città, che nasconde in realtà un tenero segreto. Jack Wilton passa le vacanze a Marois Bay, e per attirare l'attenzione della piccola comunità di mare inventa un passato tragico, di cui poi sarà difficile liberarsi. E giugno, il giovane Lincoln lavora nei campi di grano sotto un sole feroce, quando l'amico Milton gli propone di partire per un campeggio al lago Clear. Tante storie sul periodo più atteso e imprevedibile dell'anno.


 

Per la nostra rubrica dei saggi n. 39 - Ta-Nehisi Coates: “Un conto ancora aperto” Codice editore, 2016



di Enrico Sciarini
 

Dopo che nel febbraio di quest’anno ho letto il saggio di Toni Morrison “Giochi al Buio” che per tredici anni avevo lasciato dimentico, ora posso confrontarlo con quello di Coates; entrambi sono afroamericani: La Morrison nel suo saggio mette in evidenza come, nella letteratura statunitense, i personaggi afroamericani hanno sempre un ruolo sottomesso ai bianchi. Coates non tratta la situazione di personaggi ma di persone, di un’intera popolazione lasciata , prima in schiavitù conclamata, poi in quello di schiavitù occultata da falsa libertà. Già la Morrison aveva fatto risalire al ‘700 la supremazia bianca nei confronti dei popoli di colore, Coates più schiettamente scrive che: “Non ammettere che gli USA sono stati costruiti su fondamenti di supremazia bianca …. equivale a ricoprire il peccato di un saccheggio nazionale con quello di una menzogna nazionale.” (p78) In precedenza, a pag 53 si trova scritto: “Nel ventesimo secolo la violenza politica si abbatte senza pietà sui neri.” Coates continua chiedendo che le vessazioni e i danni economici subiti dagli afroamericani vengano risarciti. Il costo per le finanze degli USA sarebbe inaffrontabile, ma Coates ritiene che: “… discutere pubblicamente questi temi abbia un valore paragonabile, se non addirittura superiore alle soluzione specifiche che si potrebbero trovare.” Quello che Coates mette maggiormente i rilievo sono le speculazioni messe in atto dalle immobiliari per costringere la popolazione di colore a risiedere in veri e propri quartieri ghetto. Addirittura fa risalire a queste speculazioni gran parte delle colpe che hanno causato la crisi finanziaria del 2008.  Coates è giovane, è nato nel 1975, il suo primo libro “Tra me e il mondo” è stato un successo editoriale che gli è valso numerosi premi. Di lui se ne sentirà parlare anche in futuro.

Per il 204° incontro del 27 luglio 2017 il GdL ha letto e commentato "Cosa resta di noi" di Giampaolo Simi

Giampaolo Simi
Cosa resta di noi
Sellerio




Una nevicata senza precedenti, una coppia in crisi, una donna svanita nel nulla. Giornali e social media iniziano a parlare dell’«impiegata quarantenne» scomparsa senza lasciare una riga o un indizio. Un amore dolcissimo che diventa veleno. Un noir che graffia l'anima.
Premio Scerbanenco - La Stampa 2015

Un noir che disturba e sorprende, una tensione che sale piano come la marea. La storia di un amore che lentamente si trasforma in veleno, di un vuoto intimo che trasfigura una ragazza meravigliosa. In questo senso Cosa resta di noi fa pensare ai romanzi di Patricia Highsmith.
Guia, la protagonista, chiama «morte vista al contrario» la sua impossibilità di avere un figlio: «una vita che non solo non inizia ma non riesce nemmeno ad essere concepita». Eppure è una ragazza nata per essere felice, di antica famiglia, scrittrice indirizzata al successo, sposata con un uomo che ama ed è pazzo di lei. Ma è in questa unione di felici che si infiltra il «lutto al contrario» del figlio mancato, come una crepa che si allarga e non si può fermare. Edo, il marito, il Narratore, segue le scene da questo matrimonio che si sta suicidando, nel letargo dorato degli inverni in Versilia, mentre Guia riversa in un prossimo romanzo tutta la sua disperazione e scrive di un tempo diverso da quello che stanno vivendo. Intorno le quiete banalità di coloro che «hanno tempo, soldi ed energie in surplus». Ma ad un tratto lo scenario cambia. Nella vita di Edo appare un’altra donna che però, pochi giorni dopo, svanisce nel nulla inspiegabilmente. La sua scomparsa diventa il caso del momento, segna l’irrompere di una realtà cieca e distruttiva nella crisi che Edo e Guia stanno cercando di affrontare. La lucida follia del circo mediatico divora torbidi risvolti in nome del conformismo e del pettegolezzo più morboso. Finché cosa resta di loro è soltanto l’assenza.
Giampaolo Simi, con la sua prosa capace di svariare dall’ironia alla tensione, riesce a raccontare di una specie di contagio che parte da una mancanza intima, fisica e spirituale, che si espande e diventa una trappola da cui nessuno riesce più a fuggire.


Giampaolo Simi ha pubblicato Il corpo dell’inglese (2004) e Rosa elettrica (2007). I suoi libri hanno ricevuto vari premi e sono stati tradotti in Francia (nella «Série noire» di Gallimard e presso Sonatine) e in Germania (Bertelsmann). Ha collaborato come soggettista e sceneggiatore alle fiction «RIS», «RIS Roma» e «Crimini». Con Sellerio ha pubblicato Cosa resta di noi (Premio Scerbanenco 2015) e La ragazza sbagliata (2017).



RESOCONTO DELL'INCONTRO
Nel complesso il Gruppo ha dimostrato di aver gradito la lettura di questo romanzo.
L’ambientazione è si adatta al periodo estivo e l’autore descrive bene i personaggi.
La scrittura si dimostra spigliata, coinvolgente e l’autore descrive con maestria personaggi e  ambienti.
La storia è ricca e nel corso della narrazione assume risvolti gialleschi.
La figura della moglie del protagonista viene molto criticata dai partecipanti al grupo: è antipatica e molto snob, pretende di comandare a bacchetta il marito e poi sul finale trasforma il suo desiderio di maternità nell’accudimento di un uomo alcolizzato.
Per qualcuno l’autore vuole fare troppo l’intellettuale e alla fine la lettura risulta gradevole ma un po’ costruita.
Si capisce subito che la lettera sarà determinante nel dipanarsi della storia.
Qualcuno che leggendo i gialli risulta spesso insoddisfatto dalla storia in questo romanzo ha trovato invece ben caratterizzati i personaggi e le ambientazioni.
Inoltre si possono altresì trovare ben dosati cinismo e ironia, la storia non è mai banale alla fine l’incastro torna e tutto combacia.
Qualcuno dichiara di aver sottolineato molte parti e fatto tante orecchie alle pagine.
La lettura insomma è stata molto coinvolgente, l’autore sa descrivere e far vedere le situazioni usando solo poche righe. E, tra le righe, parla dell’Italietta e della mediocrità, del potere dei mass media e delle riviste di gossip.
Narra cose terribili ma ahimè molto vere circa l’industria della vacanza in Versilia.
Le relazioni trai vari personaggi sono descritte molto bene.
Meno male che Guia non ha avuto figli!
Dalla narrazione emergono flash di temi di grande attualità come la procreazione assistita e i criteri che guidano le scelte editoriali, ma soprattutto quasi tutti concordano nel dire che è stata una lettura davvero piacevole.