Archivio "Un caffè con..."

Rubrica di Paola Romagnoli

Un caffè con... Antonietta Pastore


Caffè o tè?
Caffè espresso, mi piace forte e con poco zucchero.

Cosa sta leggendo?
L’altrui mestiere di Primo Levi. Vi si ritrovano cose attualissime, un libro che non avevo ancora letto e che consiglio, interessante e toccante.

Carta o ebook?
Preferisco la carta, ma leggo anche gli e-book, si risparmia, si ottengono in breve tempo, soprattutto i titoli stranieri, e sono pratici in caso di consultazione. Oltre al fatto che a un certo punto i libri cartacei in casa non ci stanno in più. Il problema con gli e-book è che sembra di leggere sempre lo stesso libro. Certo la carta è un’altra cosa...

Ha un luogo del cuore?
Il mio studio, la mia scrivania. Anni fa durante un viaggio in Kenya mi è capitato di trovarmi in una situazione un po’ pericolosa e mi sono scoperta a pensare: chissà se rivedrò mai il mio studio e la mia scrivania. Il mio ubi consistam.

“Che fine aveva fatto quella ragazza esuberante?” si legge nelle prime pagine del suo nuovo romanzo Mia amata Yuriko. Sulle orme di una donna per tratteggiare anche la Storia di un Paese?

 
Il ‘la’ per questo libro me lo da dato quel che ho saputo dopo il terremoto di Fukushima. Senza anticipare nulla, sono venuta a conoscenza di situazioni che mi hanno molto colpita e che poi ho tratteggiato intorno alla figura di Yuriko. La condizione della donna in Giappone è diversa che da noi, c’è una grande differenza tra prima e dopo il matrimonio. Se una donna sceglie di sposarsi e fare dei figli è soggetta a un ridimensionamento della propria vita, direi uno schiacciamento dell’esuberanza, della speranza. Anche se ha studiato ed è preparata per una carriera. Sono molte le donne che lasciano il lavoro per seguire i figli ed è una scelta forzata, dovuta al fatto che gli aiuti alla maternità là sono addirittura peggiori di quelli che abbiamo qui. Se una donna vuole fare carriera deve sacrificare tutto, a meno che non abbia alle spalle madri disposte a fare le nonne a tempo pieno. Ne avevo parlato nel mio libro Nel Giappone delle donne. La gestione della casa e della famiglia è ancora nelle mani esclusive delle donne; gli uomini sono dedicati al lavoro e comunque tornano a casa molto tardi alla sera.

Nel suo Leggero il passo sui tatami mette a fuoco le contraddizioni della cultura e dello stile di vita giapponese; cosa le manca di più oggi del Giappone?
Mi manca il senso di responsabilità della gente, un senso di rispetto per gli altri capace di andare oltre l’interesse personale, la consapevolezza che se si pensa solo a sé si mettono in difficoltà gli altri. Puntualità e onore alla parola data sono punti fermi in Giappone, è tutto molto preciso e l’affidabilità totale. Per fare un esempio semplice, là sarebbero inconcepibili i pagamenti a 60 giorni che qui da noi sono la consuetudine; casomai ti pagano addirittura prima.

Lei che ha vissuto così a lungo in un Paese lontano dalla sua terra d’origine, vuole dirci qualcosa sull’intreccio tra luogo e identità?
Direi che c’è il rischio di una perdita di identità. Ma se ci si difende per conservarla intatta si va a scapito di una propria evoluzione. Se si vuole assimilare un’altra cultura bisogna aprirsi. Allo stesso tempo non si deve sbilanciarsi troppo per farsi accettare o benvolere per forza, altrimenti poi ritrovare l’equilibrio è complicato. Credo sia un percorso lungo, ci vuole molta umiltà e la capacità di guardare a sé anche da una certa distanza.

Oltre che autrice lei è anche traduttrice dal giapponese all’italiano da molti anni; come si trova il punto d’incontro tra una lingua così densa di simboli dal significato complesso e l’italiano? Come si può rispettare e mantenere la ‘musica’ delle pagine?
Quel che faccio spesso prima di tradurre un testo è rileggere le Lezioni americane di Calvino, dove parla della leggerezza soprattutto, e cerco di inquadrare il lavoro in quest’ottica.
Per quanto riguarda il ritmo, nell’ultimo libro di Murakami che ho tradotto e che contiene suoi saggi sulla scrittura è lui stesso ad affermare di scrivere come se suonasse uno strumento. Picchia sulla tastiera del computer come se fossero i tasti del pianoforte. La scrittura per lui è ritmo, da amante del jazz, un ritmo sincopato e trascinante; è difficile che le sue frasi siano lunghe o troppo complesse e pesanti, ed è un ritmo molto personale che è anche divertente da rendere. Ci sono poi scrittori diversi, naturalmente, come Nakagami Kenji che invece utilizza un periodare proustiano, complesso, con subordinate di diverso grado e la frase reggente messa all’ultimo. In questo caso mi aiuta l’amare molto Proust.

Ci consiglia un autore/autrice giapponese, anche meno conosciuto, che secondo lei andrebbe letto, magari con il nostro Gruppo di Lettura?
Ho appena tradotto Il fiume senza ponti di Sumii Sue per Atmosphere Libri. E’ un romanzo che tratta un argomento scabroso, la storia degli ex fuori casta, gli ‘eta’. E questa autrice che è stata una femminista e ha molto operato in difesa delle minoranze, sceglie qui di romanzare la vita del fondatore del Movimento di liberazione degli eta. E’ un libro dove si trova una bellissima rappresentazione della vita nelle campagne giapponesi.
Un'altra autrice, completamente differente, è Kawakami Hiromi, anch’essa pubblicata da Einaudi con i romanzi La cartella del professore e Le donne del signor Nakano.

Per concludere, vuole provare a dirci cos’è per lei la Lettura?
La Lettura per me è come le vacanze. Mi sento in vacanza quando posso leggere, è proprio gioia, piacere, e se mi capita una giornata intera (cosa rara) da poter dedicare alla lettura allora sì...
 
Antonietta Pastore è nata a Torino, dove abita, e ha vissuto a lungo in Giappone. Traduttrice dal giapponese all’italiano di autori quali Murakami Haruki, Natsume Soseki e Kawakami Hiromi, è inoltre autrice. Il suo ultimo romanzo, pubblicato quest’anno, è Mia amata Yuriko (Einaudi 2016), preceduto da Leggero il passo sui tatami (Einaudi 2010, appena ristampato) e Nel Giappone delle donne (Einaudi, 2004).

Un caffè con... Fabio Stassi



Caffè o tè?
Tè, con molto zucchero. Ma sarebbe meglio un mate.

Che libro sta leggendo?
Andarsene di Rodrigo Hasbùn: come sentire Chet Baker che suona. E Il punto cieco di Javier Cercas.

C’è un libro in particolare che le piace rileggere o regalare?
Mi piace regalare La lingua salvata di Elias Canetti. È il mio libro del comodino.

Carta o ebook?
Carta.

Ha un luogo del cuore?
Sì, Castellammare del Golfo, in Sicilia. È la Kalamet in cui ho ambientato alcune storie. E poi le Dolomiti.

Dove scrive di preferenza?
In treno, sempre. Sono un pendolare, e lavoro da 21 anni in un vagone ferroviario, la mattina presto e il tardo pomeriggio, per un totale di quattro ore al giorno. È la mia piccola e quotidiana dedizione alla scrittura.

Nel suo ultimo titolo La lettrice scomparsa (Sellerio, 2016) la protagonista consiglia buone letture per lenire malanni. E lei ha anche curato la raccolta Curarsi con i libri (Sellerio, 2013); chiederle cos’è per lei la lettura suona ridondante, ma non resisto...
La definizione più bella l'ho trovata da poco in un romanzo postumo di Roberto Bolaño. Un libro è un labirinto è un deserto. E la cosa più importante del mondo è leggere e viaggiare, senza fermarsi mai, forse è la stessa cosa. E la vera poesia vive tra l'abisso e la sventura, dove passa la strada dei gesti gratuiti, e l'eleganza degli occhi. Perché il principale insegnamento della letteratura è il coraggio. E leggere non è più comodo che scrivere. Ma leggendo si impara a dubitare e a ricordare. E la memoria è l'amore. Questo diceva Bolaño. Leggere, per fortuna, vuol dire anche cambiare continuamente residenza e generalità.

Nel suo romanzo Come un respiro interrotto (Sellerio, 2015) si intrecciano vita e vibrazioni di voce e note; e la sua attività di autore so che ha abbracciato anche il mondo della canzone. Ci racconta di questo connubio?

Ho sempre amato la musica, in particolare quella brasiliana. Ho suonato molto, da ragazzo, ho conosciuto musicisti, cantanti, percussionisti. In famiglia ci portiamo dietro un violino da generazioni. La mia sfida è quella di riuscire a scrivere in levare, non in battere, facendo leva sugli accenti deboli, dando così alla frase come un movimento irregolare. Esiste una parola in spagnolo, che una volta ho sentito usare per descrivere lo stile di Juan Carlos Onetti, "cadenzioso". Ecco, mi piacerebbe che le pagine che scrivo suonassero con una loro cadenza riconoscibile, che si sentisse quello che in musica si chiama il tocco e che differenzia ogni musicista dall'altro.

L’ultimo ballo di Charlot (Sellerio, 2012) è il suo titolo più tradotto all’estero (oltre che pluripremiato); e con lei che è tra l’altro di origini arbëreshë mi piace concludere con una sua parola su libri e superamento dei confini.
Sì, sono di origini arbereshe. Ma non soltanto. Mia nonna era di Buenos Aires e mio nonno di Tunisi. Per questo mi sento un lettore e, se mai imparerò, anche uno scrittore apolide. Sono i libri la mia cittadinanza, il mio territorio, che è poi il territorio del possibile. Ogni libro è uno sconfinamento, lo è ogni biblioteca. Un altro luogo, dove l'unica identità che conta è quella di esseri umani. Davvero il razzismo è la cosa più stupida del mondo.


Fabio Stassi (Roma, 1962) vive a Viterbo e lavora a Roma presso la Biblioteca di Studi Orientali dell’Università La Sapienza. Collabora con quotidiani e riviste e ha appena pubblicato La lettrice scomparsa (Sellerio, 2016), titolo preceduto da numerosi altri: Il libro dei personaggi letterari. Da Lolita a Montalbano (Minimum Fax, 2015), Fumisteria (Sellerio, 2015, già Premio Vittorini per il miglior esordio nel 2006 edito da GBM), Come un respiro interrotto (Sellerio, 2014), L’ultimo ballo di Charlot (Sellerio 2012, tradotto in diciannove lingue, Premio Selezione Campiello 2013, Premio Sciascia Racalmare, Premio Caffè Corretto Città di Cave, Premio Alassio), La rivincita di Capablanca (Minimum Fax, 2008), E’ finito il nostro carnevale (Minimum Fax, 2007). Ha inoltre curato l’edizione italiana di Curarsi con i libri. Rimedi letterari per ogni malanno (Sellerio, 2013) ed è autore dei testi della graphic novel La leggenda di Zumbi l’immortale (Sinnos, 2015). Appassionato di musica, ha scritto testi per la cantante romana Pilar con cui ha anche collaborato per la realizzazione del primo disco Femminile singolare (2007). 


Un caffè con... Marisa Bulgheroni

Per cominciare, tè o caffè?
Tè con latte, senza zucchero.
 

Che libro sta leggendo?
Emy e Isabelle di Elizabeth Strout, che mi affascina per il passo narrativo apparentemente lento e monotono e d’improvviso accelerato; sotto la superficie si accumulano sorprese, il presente è sconvolto dal dirompente passato.
 

C’è un libro in particolare che le piace rileggere, o regalare?
Il Grande Gatsby di Francis Scott Fitzgerald che rileggo e regalo perché è il libro che vorrei aver scritto io.
 

Ha un luogo del cuore?
Il mio luogo del cuore è ‘la Francesca’ in Liguria: un incantato frammento di paesaggio tra mare e collina dove i pini sono più verdi, i gabbiani più bianchi e gli spettacolari tramonti più fiammeggianti.
 

Nell’introduzione del suo recente Chiamatemi Ismaele (Il Saggiatore, 2013) lei scrive: “Viaggiare nella memoria è navigare... come il melvilliano Ismaele, consapevole che non c’è conoscenza senza avventura”. Si può dire che la letteratura americana sia stata per lei un’inesauribile avventura?
Forse sì, perché mi sono mossa nei miei studi tra il presente e il passato dell’America, tra i romanzieri anni 50 e le narrativa delle origini, e poi di nuovo i postmoderni, nel tentativo di tracciare le linee di una mappa dell’immaginazione americana ancora lontana dall’essere compiuta.
 

Nel suo testo parla inoltre del suo amore da ragazzina per Piccole donne e spiega che “nella storia apparentemente sentimentale della famiglia March era possibile percepire oscuramente quella forza del dissenso democratico”...
Il “dissenso democratico” segna ancora le vicende della letteratura americana: una grande narratrice nera, Toni Morrison, ha descritto, per forti immagini, la storia della schiavitù, le sue stigmate, gli orrori e la terribile sapienza che ne è derivata a chi l’ha patita e l’ha lasciata in eredità al proprio popolo.
 

Lei ha lavorato a lungo intorno alla poetica di Emily Dickinson, sia traducendone le poesie che curando il Meridiano Mondadori dedicato alla poetessa, oltre a pubblicare la lunga biografia Nei sobborghi di un segreto. Cosa l’ha attratta nei versi della Dickinson?
Mi incantò una poesia sui terrori dell’attesa letta nel 1949, in cui “la cadenza di un passo incombente, l’aprirsi di una porta” (poesia n. 1760, ndr) declamano un destino.
 

Dei tanti incontri letterari della sua vita ce n’è uno a cui è rimasta particolarmente legata?
L’incontro con Carson McCullers, che fu un autentico incontro senza parole.
 

Vista la sua attività anche in qualità di docente universitaria, c’è un romanzo che si sente di consigliare ai giovani di oggi, da tenere sempre a portata di mano?
Il giovane Holden, di Salinger: un libro che aiuta a scoprire le varianti e insieme le costanti per la giovane età.
 

Infine, vuole provare a dirci cos’è per lei la lettura?
E’ un viaggiare in altri mondi, allontanandoci e riavvicinandoci al nostro.


Marisa Bulgheroni, nata a Como, ha esordito scrivendo ritratti e storie di viaggio per Comunità e per Il Mondo, collaborando poi a Paese Sera, l’Unità, Linea d’ombra, Lo Straniero. Docente di letteratura americana in varie università, ha fatto conoscere in Italia la narrativa del dopoguerra (Il nuovo romanzo americano, Schwarz 1960, e I beats, Lerici 1962). Autrice di numerosi saggi sui miti e le immagini del femminile, ha curato il Meridiano Tutte le poesie di Emily Dickinson (Mondadori 1997), di cui ha narrato la vita nel volume Nei sobborghi di un segreto (Mondadori 2001). Nel 1996 l’esordio come narratrice con i racconti di Apprendista del sogno (Donzelli), uno dei quali è stato pubblicato nel Meridiano Racconti italiani del Novecento, a cura di Enzo Siciliano. Nel 2007 ha pubblicato il romanzo Un saluto attraverso le stelle (Mondadori). Per il Saggiatore ha pubblicato Chiamatemi Ismaele. Racconto della mia America (2013).


Un caffè con... Vincenzo Trione


Per cominciare, tè o caffè?
Caffè, zuccherato, due o tre al giorno.

Cosa sta leggendo?
L’ultimo libro di Tiziano Scarpa, Il Brevetto del geco.

C’è un libro che le piace in particolare rileggere o regalare?
Rileggere, ce ne sono diversi. Probabilmente tra i contemporanei quello che riprendo di più è L’immortalità di Milan Kundera.

Carta o e-book?
Assolutamente carta.

Ha un luogo del cuore?
Marechiaro, a Napoli.

La sua voluminosa indagine Effetto Città (Bompiani, 2014) si addentra nei meandri storico-culturali ma soprattutto di suggestione della metropoli; ci vuole parlare di questo suo viaggio?
E’ un'ossessione che mi portavo dietro da più di dieci anni in cui ho sfruttato ogni occasione, di convegno o saggio, o intervento per provare a raccontare le tante facce della città. Poi strada facendo mi sono accorto che il libro si era fatto da sé e aveva assunto la forma di città. Il libro è infatti a suo modo una città, con un’ossatura rigorosa dal punto di vista dell’articolazione, un po’ New York, e un sistema quasi matematico all’interno del quale si aprono squarci, passaggi...

La metropoli contemporanea è aspirazione e ispirazione; traccerebbe una mappa (anche giocosa) di un modello?
Se devo pensare a una parola quando dico metropoli, scelgo molteplicità. Se penso all’effetto, allora da un lato caleidoscopio e dall’altro rumore. La città vive di questo, una grande città è impensabile senza tutto ciò, ma allo stesso tempo conserva anche un ordine sotterraneo.

Crede che Cultura e Media abbiano sperimentato tutte le possibilità attuali di collaborazione? In Italia i media si uniformano spesso all’audience per esigenze commerciali; la sperimentazione è condannata al confino?
No, sono fortemente convinto che tra media e arte, e cultura ci debba essere uno scambio fortissimo, non nell’ottica di una banalizzazione né di una sciocca ricerca del grosso numero, ma i media possono essere uno strumento straordinario di divulgazione e conoscenza del patrimonio artistico e culturale. Si può arrivare dappertutto attraverso i media, il patrimonio può essere conosciuto come mai è stato possibile prima, si possono valorizzare i luoghi, le opere. Ma non bisogna dimenticare che la rete dà accesso a una conoscenza immediata, superficiale e, come direbbe Benjamin, distratta. Ci vuole poi l’esperienza diretta, non mediata, per vedere, vivere e approfondire.

Data la vicinanza alle nuove generazioni che le consente l’attività accademica, crede sia viva la consapevolezza del bello e del contagio interiore che può portare a ogni singola esperienza?
No, credo che i modi di conoscenza dei ragazzi oggi siano radicalmente mutati rispetto alla mia generazione (ho 43 anni). Nel giro degli ultimi dieci anni i modi di apprendere e relazionarsi con la cultura e con l’arte si sono profondamente modificati, e direi che il bello non entra neanche nel lessico dei ragazzi di oggi, almeno non il bello come lo abbiamo pensato per secoli. Per i giovani è più viva l’idea dello choc, di qualcosa che ti deve colpire, della connessione e della velocità. Non c’è più il culto dell’equilibrio, della perfezione; più il colpo d’occhio che cattura.

Per concludere, vuole dirci cos’è per lei la lettura?
E’ la cosa che amo in assoluto di più, forse anche più che vedere mostre, opere d’arte o film. E' l’esperienza più privata, necessaria e indispensabile, una sorta di giacimento a cui attingo continuamente. E quando penso alla lettura penso soprattutto alla narrativa.


Vincenzo Trione è professore ordinario di Arte e media presso la IULM-Libera Università di Lingue e Comunicazione di Milano. È Preside della Facoltà di Arti, turismo e mercati. Collabora quotidiani e riviste, è stato Commissario della XIV edizione della Quadriennale di Roma (2003) e Direttore generale di Valencia 09-Confines. Passajes de las artes contemporaneas. E' stato nominato curatore del Padiglione Italia della 56^ Biennale di Venezia - arti visive (2015). Dirige il Dipartimento di ricerca del Museo d’arte contemporanea Madre di Napoli. Nel 2014 è stato nominato nel comitato scientifico dell'Enciclopedia Italiana Treccani. E' inoltre curatore di mostre tenutesi in musei italiani e stranieri, e autore di numerosi saggi su avanguardie e protagonisti dell’arte del Novecento. Il suo libro Effetto città. Arte cinema modernità (Bompiani, 2014) ha conquistato il Premio Roma e il Premio-giuria Viareggio.

 

Un caffè con... Antonella Cilento

(foto di Giliola Chisté)
Caffè o tè?
Senza alcun dubbio tè. Bancha, se sto pasteggiando o a casa, caldo d’inverno, freddo d’estate. Con l’anice stellato o la cannella, al meglio. Se sono in giro, va bene del tè nero o del tè verde o anche tè comune, basta che non sia proprio pessimo… In altri tempi avrei del tutto escluso il caffè: è una delle stimmate dei napoletani come me e in un vecchio libro, che s’intitolava Non è il paradiso, la protagonista escludeva assolutamente caffè e pizza dalla sua alimentazione, perché rappresentavano un’identificazione obbligata. Un tempo il caffè mi dava seri problemi, ora ogni tanto lo prendo, ma dev’essere buono. Caffè Passalacqua. O Caffè Delizia, una piccola torrefazione di Cuma, che distribuisce solo nei Campi Flegrei e in alcuni bar napoletani, pochi e selezionati. Tostano il caffè a legno, niente vapori, niente chimica. Un altro sapore. Stiamo pur sempre parlando di riti e dunque di abitudini sacre!
 

Cosa sta leggendo?
Il culto delle immagini di Hans Belting, Facce, una storia del volto dello stesso autore, un saggio de Il Mulino sull’antropofagia nel Medio Evo, Tumbas di Cees Noteboom, Il tesoretto dell’amico di casa renano di Johann Peter Hebel e ho da poco attaccato Michel Faber, Il libro delle cose nuove e strane. Il professor Belting, che è uno dei massimi storici dell’arte al mondo, è da poco passato da Napoli e ho avuto la fortuna d’intervistarlo. Mi ha raccontato cose magnifiche dei suoi primi viaggi negli anni Cinquanta a Napoli, l’impressione fortissima di uscire dal Museo Archeologico e incontrare una processione di animali, nel giorno dell’Epifania. Erano gli animali dello zoo che andavano lungo via Foria e via Toledo verso Piazza del Plebiscito, per il presepe vivente. Una città che davvero così non esiste più! E che di certo, nel lontano dopoguerra, somigliava ancora a quella che era nei secoli passati, persino in quelli lontanissimi del tardo antico, di cui il professor Belting è uno dei massimi esperti, avendo scritto per primo sulle basiliche di Cimitile. Sto scrivendo di secoli lontani, in questo periodo, e l’incontro voluto dal caso benevolo mi ha veramente rallegrato.  Il libro di Noteboom è prezioso, non solo per la sua qualità d’autore, indiscussa, ma per il fatto di raccogliere notazioni sulle tombe di tutti i più grandi scrittori e di avere in copertina la foto della tomba di Cortàzar. Già questo me lo avrebbe fatto acquistare a scatola chiusa. Hebel è un classico che mi mancava: rileggevo Benjamin e l’ho trovato citato. E poi rileggevo Calvino e riecco Hebel. Insomma, sto colmando la lacuna. E Faber mi piace, mi sono piaciuti gli altri libri, speriamo che questo sia all’altezza.
 

C’è  un libro in particolare che le piace rileggere? O regalare?
Rileggo diversi libri per farmi felice e, se sono ancora in commercio, spesso li regalo: Anna Maria Ortese, Il mare non bagna NapoliArtemisia o i racconti di Anna Banti, Althènopis di Fabrizia Ramondino. Stevenson, Hoffmann, Bulgakov sono forme scritte della felicità. Come certi film che anche se sai a memoria ti riaggiustano la giornata. 


Carta o e-book?
Carta, ovviamente. Leggo solo su carta. Il libro va annusato, va scarabocchiato, va deformato e ammappuciato, parola napoletana non traducibile ma che credo anche solo dal suono renda l’idea. Una volta andai in casa di un collega maniaco dell’ordine e che sottolineava i libri con il righello: ebbi conferma che non era della mia specie. I miei libri sono consumati e in disordine. Porto rispetto, ma non tanto, delle enciclopedie. Anche lì si trovano sghippi, freghi, rastrellate di evidenziatore. Quel che leggo è mangiato, fa parte di me, non può stare in un file. Anche quando scrivo stampo di continuo e correggo su carta. E scrivo sempre e solo prime stesure a mano. Ho centinaia di quaderni.
 

Ha un luogo del cuore?
I Campi Flegrei che citavo prima tornano in quasi tutti i miei libri: il Castello di Baia è un posto speciale. Era in un romanzo che non ho mai pubblicato ma fu segnalato al premio Calvino, è dentro La paura della lince, in molti miei racconti, come anche Cuma e i suoi scavi, l’ho messo anche in Lisario o il piacere infinito delle donne, così il castello si è fatto un giro allo Strega. Scherzi a parte, l’acropoli di Cuma, dove improvvisamente il mare è quello di Enea e la civiltà intorno è invisibile, con il bosco davanti la spiaggia, il Castello di Baia, spagnolo e antico sul mare, le terme romane di baia, la Piscina Mirabilis, che è il più grande acquedotto romano del Mediterraneo, una cattedrale sotterranea vera e propria, e tutte le zone circostanti, dal lago d’Averno a Bacoli, sono i luoghi che amo di più al mondo.
 

Nel suo recente romanzo La Madonna dei Mandarini (NNEditore, 2015) ha scelto un’ ambientazione nel mondo del volontariato; una realtà  complessa da raccontare?
Una realtà tabù, in Italia, che nessuno vuole raccontare. C’è stato prima solo Luca Rastello, che purtroppo ci ha lasciato,  con I buoni, romanzo che parlava del volontariato come affare internazionale. A me interessava invece svelare certi retroscena del volontariato italiano: la carità, che era la virtù scelta per la collana di NN, Viceversa, si è trasformata nei nostri anni in solidarietà e terzo settore. Tutte cose molto belle, a chiacchiere, ma che nei fatti nascondono mancanze progettuali del Paese. Chi oggi si impiega nel volontariato – lo dice già il verbo: impiegarsi – è in realtà quasi sempre qualcuno che, giovane o giovanissimo, non ha altre prospettive di lavoro. Siamo tutti volontari, dai cinquanta in giù, sintomo vivente di un Paese che trasforma il dare aiuto volontario a chi ha bisogno in una professione che però è perennemente sottopagata. E priva di formazione. Io parlo nel romanzo del volontariato cattolico, ma non è diversa di molto la situazione in quello laico. I protagonisti della storia si occupano di disabili e ragazze madri senza nessuna competenza, senza formazione, senza studio. Sono loro per primi i bisognosi, i menomati. Dunque, una realtà davvero complessa da raccontare, sì: poiché qui si narra della nostra fame di bellezza svenduta per la cosmetica di superficie in cui viviamo, del dramma del lavoro, dell’abbandono dello studio, delle coscienze di chi possiede e possiede sempre di più che possono essere lavate con poco, con i soldi. E di un altro problema che l’Italia non affronta mai: chi ha in famiglia qualunque tipo di disabilità, fisica o mentale, dopo il ciclo scolastico obbligatorio è solo.
 

Da cosa prende spunto il titolo?
Da una bellissima poesia di Ferdinando Russo, straordinario poeta dialettale, giornalista e scrittore della fine dell’Ottocento colpevolmente dimenticato: sedeva alla stessa scrivania di Matilde Serao, era un genio dell’ironia. Nella poesia si narra di un angioletto che ha sbagliato ed è finito in carcere, San Pietro non vuole che gli si porti né acqua né pane ma la Madonna, di nascosto, la notte, gli porta i mandarini. La recita la nonna di uno dei protagonisti, Statine. Questa poesia era, come molte di Ferdinando Russo, imparata a memoria nelle scuole napoletane, oggi quasi tutti la ignorano. E’ un ricordo caro per me, poiché nostro padre recitava come un terrorista le poesie sboccate di Russo, specie Idillio ‘e mmerda, la storia di un matrimonio fra due cacate, quella di una stiratrice e quella di un pompiere, per far dispetto a nostra madre che voleva, come tutti i genitori negli anni Settanta, che imparassimo un perfetto italiano senza inflessioni… Ridevamo come matte, io e mia sorella.
 

NNEditore è una nuova realtà  editoriale nata e affermatasi in Italia in un momento non certo felice per i mercati; una scelta, la sua, non casuale, immagino...?
Quando i ragazzi di NN mi hanno chiesto di partecipare, eravamo a Pordenone Legge l’anno scorso, ho accettato volentieri, per la libertà tematica che Viceversa mi offriva e per l’entusiasmo che avevo visto in loro. Non è la prima volta che pubblico con editori nuovi o di piccole dimensioni, le sfide mi piacciono. Certo, stanno affrontando l’avvio in un autentico tsunami, che prima o poi doveva pur venire. La mancanza di un progetto che non sia di mera natura economica sta portando i nodi al pettine nell’editoria italiana.
 

Attraverso Lalineascritta lei è impegnata sin dagli anni 90 nell’insegnamento della scrittura creativa. Vuole parlarci brevemente del metodo che ha sperimentato e applicato in questi anni? Si può, dunque, insegnare a scrivere?
Sì, si può e si è sempre insegnato a scrivere sin dall’antichità: era argomento della retorica antica l’apprendimento e la trasmissione di tutte le tecniche, gli strumenti, i trucchi che servivano e servono per costruire le storie o per comporre poesia, per scrivere teatro e, oggi, cinema o tv. Certo, non si può insegnare la ferita originaria che porta alcuni di noi a usare l’espressività per creare bellezza ma si può allenare lo sguardo a vedere ciò che di solito s’ignora, a osservare se stessi come materia per i propri personaggi, a considerarsi un mezzo e non un fine dell’arte. Il mio lavoro è maieutico, consiste nel lavorare prima sull’emozione, sulla percezione, sulla sensorialità e poi sulla memoria, sul punto di vista, sulla struttura dell’onda narrativa, sulle riscritture e sull’editing. E’ un percorso che dura tre anni ma ho in laboratorio anche partecipanti che seguono da sette o otto anni. E anche, grazie ai corsi in web conference, in un formato unico in Italia, allievi che seguono da paesi lontanissimi.
 

Per concludere, vuole provare a dirci cos’è per lei la lettura?
Una droga. Si tratta di una dipendenza contratta in tenera età per la quale non c’è antiveleno o rimedio. Quando nelle scuole i professori mi chiedono come far a far leggere i ragazzi chiedo sempre quanto e perché leggono loro. Di solito, pochissimo e male. La questione è che leggere è una trasgressione, non si può istituzionalizzare: bisogna prendere la malattia e sperare di non guarirne mai più. Io sono malata cronica e grave di libri: solo così si può trasmettere una passione.


 

Un caffè con... Carla Vasio

Caffè o tè?
Tè, possibilmente verde. Se poi è in una tazza di ceramica raku, che meraviglia!

Cosa sta leggendo?
Il Pittore di ventagli di Hubert Haddad, stampato da Ponte alle Grazie. L’ho scelto per l’ambientazione giapponese, visto che ho vissuto a lungo in Giappone. Ma sono delusa da questa edizione dove manca la precisazione della lingua originale da cui il testo è stato tradotto, e anche le notizie biografiche sull’autore sono scarne. Trovo che sia una mancanza di rispetto verso il lettore. Ho scoperto poi che si tratta di un autore di origine tunisina che ha scritto molti libri ed è conosciutissimo.

C’è un libro che le piace rileggere, o regalare?
Ho regalato alle mie amiche molto sensibili Lo zen e l’arte di disporre i fiori di Herrigel Gusty.

Carta o e-book?
Leggo su carta. Non solo; se non fosse troppo faticoso scriverei a penna, invece che al computer, perché la familiarità con le parole è più intima, ci si sta insieme più a lungo.

Ha un luogo del cuore?
Il Giappone, ovviamente, visto che come ho detto prima ci ho vissuto. Per una quindicina d’anni sono andata avanti e indietro ed è un paese dove sono stata molto felice. Amo inoltre l’Adriatico; vivo a Roma ma sono veneziana. Prediligo sempre il mare.

Il suo ultimo Piccoli impedimenti alla felicità (Nottetempo, 2015) è un collage di brevi racconti dove protagoniste paiono essere le suggestioni, come istantanee. Come ha costruito l’impalcatura di questo suo lavoro?
Ho cercato situazioni assolutamente normali e modeste in cui si insinua un punto di crisi, che interviene a capovolgere la situazione e in genere la drammatizza.

In una intervista a Repubblica firmata da Antonio Gnoli ha affermato: “Via via che il tempo ci passa addosso occorre spogliarsi di ciò che siamo stati”. Anche quando, come lei, si è vissuto così addentro alla Cultura e all’arte?
Credo che quando un autore scrive un libro debba poi staccarsi del tutto da questa esperienza, altrimenti non può intraprenderne un’altra. Con questo non intendo l’abbandono nel senso di evoluzione, piuttosto di un proprio stile che via via migliora e richiede una migliore assimilazione. E’ come per le foglie, quelle secche devono cadere per far sì che ne crescano di nuove.

C’è qualcosa che oggi le manca dell’esperienza del Gruppo63?
Quello che mi manca è una vera condivisione, la ricerca comune. Adesso tutto ciò non esiste, ognuno fa i propri tentativi, alcuni riusciti e altri no. Mentre allora si affrontavano problematiche e difficoltà comuni, la nostra esperienza è stata una capriola, il che significa che si rischia anche il capitombolo, è vero, ma eravamo sempre attenti a essere in posizione di battaglia. E’ stata forza vitale che ci ha permesso di cambiare i rapporti con la scrittura, ma anche la pittura e la musica.

Nella contemporaneità mediatica, pur essendoci una possibilità enorme di circolarità dell’informazione pare intimidita l’ipotesi di una sperimentazione collettiva, diciamo così, come è stata la stagione del Gruppo63; cosa ne pensa?
Sì, trovo ci sia una mancanza di attivismo e di consonanza. Intendo, l’avere gli stessi suoni nella testa, un condividere una cultura in trasformazione. Credo che oggi cultura, trasformazione e condivisione non si incontrino affatto. Anche in questo senso mi piace lasciarmi alle spalle le cose vecchie, non per smettere di combattere, ma bisogna farlo con un altro carattere.

Per concludere, vuole provare a dirci cosa è per lei la Lettura?
Un buon nutrimento. E’ proprio una cosa che si mangia e serve per uscire di casa, prendere il tram, comprarsi un panino etc., E’ una tale ricchezza di altri pensieri, e di pensieri di altri, che nutre la propria quotidianità. E per uno scrittore, naturalmente, è anche la ginnastica di lavoro.


 

Carla Vasio, scrittrice e poetessa, fece parte del Gruppo63 (movimento letterario di neoavanguardia che negli anni 60 si mosse sui binari dello sperimentalismo linguistico). Ha gestito la Libreria dell’Oca a Roma dal 1967 al 1972. Tra i suoi titoli: L’orizzonte (Feltrinelli, 1966), Romanzo storico (in forma di unico grande foglio ideato con Enzo Mari, Milano Libri, 1974), Come la Luna dietro le nuvole (Einaudi, 1996), Laguna (Einaudi, 1998), Vita privata di una cultura (Nottetempo, 2013) e Piccoli impedimenti alla felicità (Nottetempo, 2015).





Caffè o tè?
Caffè lunghissimo in tazza su una barca a vela. Questo nel mondo dei sogni (mi è capitato di farlo talmente tanto tempo fa che è quasi un sogno). Nella realtà, un caffè ristretto al bar seduto a un tavolino all'aperto con un giornale e un po’ di tempo davanti.

Cosa sta leggendo?
Pessoa, Saramago e Peixoto. Sto partendo in vacanza per il Portogallo e mi piace leggere i romanzi dei luoghi e delle città che sto per visitare. Mi piace passeggiare per vie che ho già sentito citare da personaggi di racconti e romanzi, trovo che sia una compagnia in più.

C’è un libro in particolare che le piace rileggere, o regalare?
Camus (Lo straniero e La peste). Non li regalo però, sono libri che appartengono a me. E’ un anno che presento invece nelle scuole Qualcuno con cui correre di David Grossman. Mi hanno chiesto di parlare agli adolescenti di un romanzo e ho scelto quello. Ci sono personaggi fantastici, una storia che tira dentro. E’ un racconto pieno di energia, anche dolorosa, ma vitale, trascinante. E’ una corsa quella raccontata da Grossman e una corsa è anche la lettura. In fondo, lì dentro, c’è tutto quanto mi piace in un buon libro.

Carta o ebook?
Carta. Non demonizzo l'ebook, l'ho provato e la fruizione non è stata affatto male. Dell'ebook, a parte la perdita del gusto tattile per l'oggetto libro, non mi piacciono due cose. La prima è che, avendo lo stesso format, lo stesso supporto, tutti i romanzi mi sembrano simili una volta letti, è come se faticassi a isolarne la struttura. La seconda è che se leggi su ebook non si sa cosa stai leggendo. Può essere bello invece ricordare che libro aveva la scorsa estate sul comodino una compagna, un figlio, un padre, o semplicemente scoprire sul treno un vecchio signore attempato che legge Palahaniuk, o una ragazzina punk che legge Emily Bronte.

Ha un luogo del cuore?
I miei luoghi sono Pavia, Milano, Otranto e Sicilia. Luoghi della mia vita, luoghi di famiglia. Venezia, Parigi e l’Olanda appartengono invece solo a me, sono posti dove sto bene, sono affascinato da loro e li trovo accoglienti, lì ci sono vie e piazze dove sto bene.

E una biblioteca amata?
Ne ho visitate tante, ne ho trovate di straordinarie in Puglia e Piemonte.  Ne scelgo una vicina, in Lombardia: Mede (PV). Un vecchio palazzotto bellissimo. Una bibliotecaria intelligente e curiosa, che sa cosa sono i libri e sa cos’è uno spazio aperto dove fare incontrare persone e fare girare le idee.



Nel suo ultimo romanzo Qualcosa c’inventeremo due fratelli adolescenti vivono da soli in una Milano contemporanea; senza svelare alcunché, come si è calato così profondamente nel mondo delle sensazioni di una stagione tanto a ponte tra infanzia e scoperta di sé?
Non posso negare che è un periodo della mia vita in cui per vicende autobiografiche sono circondato dagli adolescenti. E poi ci tenevo molto a dare la voce ai ragazzi e ci ho lavorato davvero tanto. Non trovo che siano rappresentati nel libri come meriterebbero. La nuova generazione è molto criticata e giudicata, più difficilmente è raccontata con voglia di esplorare davvero il loro mondo. E’ raro che sentiamo la loro voce, rarissimo che sentiamo la voce di ragazzi in gamba, al più emergono storie di disagio e fallimento senza possibilità di riscatto.

Leggendo il suo romanzo mi sono trovata a ‘sentire’ con forza e apprezzare pagine dove temi giganti quali il dolore (ma anche l’amore!) vengono raccontati puri e senza una parola di troppo; come cura il suo stile narrativo?
Riscrivo e cancello tanto. Trovare la lingua e la voce giusta  è forse la cosa che richiede più tempo perché venga fuori con naturalezza dai protagonisti della storia. Non sopporto gli psicologismi e le didascalie insistite sui sentimenti. I personaggi devono vivere. Spesso si definisce questo atteggiamento come “cinematografico” ma è riduttivo, che le atmosfere e i caratteri dei personaggi emergano da gesti, azioni, tic è anche profondamente letterario.

Lei partecipa anche a diversi incontri con le scuole; cosa racconta ai giovani dell’approccio ai libri? Come è stato il suo incontro con la lettura quando era ragazzino?
Ai ragazzi bisogna proporre e loro devono trovare la strada che gli è propria perché non esistono ricette preconfezionate. La proposta degli adulti deve essere generosa, aggiornata ed entusiasta, bisogna raccontare a loro che cosa ci ha conquistato delle storie (adesso, non vent’anni fa) che riteniamo vicine a loro. Questo lavoro va rinnovato continuamente. Poi succede quello che succede. Ho proposto graphic novel attualissime senza “bucare” la loro attenzione e invece li ho coinvolti con Grossman che temevo più ostico. Quanto a me, da ragazzino amavo le storie di navi e pirati, e qualcosa mi è rimasta addosso perché, ancora oggi, pochi romanzi mi fanno immergere in maniera totale come L’isola del tesoro.

E per concludere, vuole provare a dirci cos’è per lei la lettura?
E’ tante cose diverse, non sempre uguali: piacere, conflitto, conoscenza; ma è sempre la scoperta di un nuovo mondo con i suoi abitanti, le sue regole e le sue storie. Per questo l’idea della lettura come un viaggio è spesso la più seducente.

Giorgio Scianna, come si legge sul sito di Einaudi, è nato nel 1964 a Pavia, dove vive. Per Einaudi ha pubblicato i romanzi Fai di te la notte (2007, vincitore del Premio Comisso), Diciotto secondi prima dell'alba (2010) e Qualcosa c'inventeremo (2014). Ha una rubrica su «Linus». Nel 2011 ha pubblicato per «io.scrivo» il saggio Narrativa italiana oggi: istantanee e confini (RCS - Corriere della Sera). È autore del testo teatrale La palestra, che ha debuttato nel 2011 all'Inequilibrio Festival di Castiglioncello.



Entriamo per una volta nelle stanze del lavoro del traduttore, una figura 'ponte' imprescindibile per ogni lettore che non possa leggere in lingua originale. E a cui ogni lettore soddisfatto, crediamo, rivolge personale gratitudine. E ci sono lettori che, lo sappiamo, hanno i traduttori preferiti degli autori preferiti... 


Per cominciare, tè o caffè?
Mmm… devo proprio scegliere? Mi piacciono entrambi; direi caffè di mattina, tè nel tardo pomeriggio. In Islanda sempre caffè lungo, e comunque tutto senza zucchero.

Cosa sta leggendo?
Questa è una domanda imbarazzante: mi tocca fare una distinzione tra leggere per lavoro e leggere per piacere. In genere, soprattutto dopo le Fiere del Libro di Francoforte e di Londra, mi vedo recapitare due, tre, quattro libri islandesi da valutare per farne schede di lettura e ultimamente ho infilato una serie di romanzi talmente brutti che preferisco non citarli nemmeno. Alla lettura per puro piacere non ho molto tempo da dedicare: in questo momento sto leggendo Il Miniaturista di Jessie Burton, che trovo sempre più efficace dopo un inizio che non mi convinceva.

C’è un libro in particolare che le piace rileggere o regalare?
Mi piace regalare libri islandesi, magari quelli che ho tradotto io, perché sono quelli che conosco meglio; credo che Paradiso e inferno di Jón Kalman Stefánsson sia il romanzo che ho regalato più spesso. Da ragazzina rileggevo spesso i libri, credo di aver letto I Buddenbrook di Thomas Mann almeno cinque volte. Adesso non ne ho più il tempo, ma se potessi rileggerei Possessione di Antonia Byatt all’infinito, senza stancarmene mai.

Carta o ebook?
Carta, senza alcun dubbio, benché ormai i libri che leggo per lavoro siano sempre in .pdf.

Ha un luogo del cuore?
Beh, la risposta è scontata: l’Islanda, ovviamente. E in particolare la costa di Strandir. Natura incontaminata, aree poco popolate, strutture che funzionano, un concetto di tempo meno frenetico. Qualche riserva sul clima, ma non si può avere tutto!

Nel suo lavoro di traduttrice dalla lingua islandese ha ‘regalato’ ai lettori italiani opere di autori molto diversi, dai gialli di Indriðason alla realtà anni ‘90 di Helgason fino alla prosa intrisa di poesia di Stefánsson. Ci svela come da traduttrice riesce a calarsi in codici tanto diversi e riuscire a rimanere fedele alle tonalità di ogni autore?
Trovo che il fascino del mio mestiere stia proprio in questo, nel calarsi di volta in volta in atmosfere, timbri, voci completamente diversi. Tradurre sempre lo stesso genere letterario mi intristirebbe molto, o mi annoierebbe nel migliore dei casi. Invece quello che mi interessa di più è proprio tirare fuori altre personalità, anche completamente diverse dalla mia, e farle risultare comunque credibili. È un mestiere camaleontico, molto simile a quello dell’attore di teatro. Si opera sul linguaggio a livello profondo, perché ogni volta che lavoro a un libro mi trovo a dover “parlare” come qualcun altro, a identificarmi con un’altra voce senza però perdere la mia identità di mediatore. Gli ingredienti principali sono rispetto e umiltà. A volte riesce bene, a volte meno – in questi casi ne risulta una traduzione piatta seppure priva di errori interpretativi, un romanzo piacevole ma senza ‘vita’; ma sono solo i lettori a giudicare.

Cosa l’ha conquistata della letteratura islandese, e di quel paese, tanto da dedicarcisi così a fondo?
Sono passati quasi trent’anni dalla prima volta che ho letto una saga medievale islandese, mi ricordo che fu come se mi avessero aperto davanti uno scrigno pieno di meraviglie, come se mi avessero rivelato il tassello mancante di un’ipotetica storia del romanzo europeo, e da allora ho un debole per questo genere letterario, in particolare per le cosiddette “saghe famigliari”. La letteratura islandese moderna è arrivata dopo, durante i miei studi in Islanda, quando ho scoperto tanti nuovi autori – alcuni del tutto trascurabili, altri davvero interessanti e con qualcosa da dire, che valeva la pena far conoscere al pubblico italiano. E poi la poesia, e il ruolo che ha sempre avuto nella cultura islandese: è un peccato che la frequentiamo così poco.

Come affronta un nuovo libro da tradurre? Qual è il suo primo approccio di lettura?
In genere quando firmo un contratto di traduzione è per un libro che ho già letto. Nella prima lettura, ovvero la valutazione per l’editore, cerco di dimenticarmi della “me traduttrice” e di pensare come una semplice lettrice, anche se mi risulta inevitabile guardare certe stringhe di testo con l’occhio di chi poi le dovrà trasporre. Quando affronto la traduzione mi sono già resa conto del tono che dovrò usare; è raro che mi metta a tradurre un romanzo senza averlo letto prima. E torno più volte sulle cose che ho scritto, a ogni rilettura mi verrebbe da cambiare qualcosa.

La prima cosa che consiglia di fare a chi arriva in Islanda?
Beh… familiarizzare con la letteratura! In Islanda si va per ammirare la natura e per apprezzarne la letteratura, l’unica arte che questo popolo abbia praticato da sempre. E poi un bagno in una pozza naturale, preferibilmente non l’inflazionata Laguna Blu, o comunque in una piscina all’aperto: a Reykjavík consiglio le vasche calde della vecchia Laugarhöll, sui tetti della città.

Per concludere, vuole provare a dirci cosa è per lei la lettura?
L’altra sera mia figlia e io stavamo leggendo tutte e due, sedute sul divano; lei Il giro del mondo in ottanta giorni di Jules Verne e io Il Miniaturista. A un certo punto mi ha detto: “Ma pensa, siamo nella stessa stanza, eppure io sono in Inghilterra alla fine dell’Ottocento e tu sei in Olanda nel Seicento”. Ecco, mi pare che questo esprima perfettamente la meraviglia della lettura.

Silvia Cosimini è nata a Montecatini e vive a Mantova. Traduttrice di gran parte dei romanzi islandesi pubblicati in Italia, si è laureata in Filologia Germanica all’Università di Firenze per poi perfezionarsi in Lingua e Cultura Islandese all’Università di Reykjavik nel 1996. Il suo più recente lavoro è I pesci non hanno gambe di Jón Kalman Stefánsson, pubblicato dalla casa editrice Iperborea (2015). Tra i tanti libri che ha tradotto dall’islandese figurano autori quali Halldór Laxness, Arnaldur Indriðason, Kristín Marja Baldursdóttir e Thor Vilhjálmsson.



 
Per cominciare, tè o caffè?
Caffè. Senza zucchero, appena appena lungo.

Cosa sta leggendo?
Da animali a dèi - Breve storia dell'umanità, di Yuval Noah Harari.

C’è un libro in particolare che le piace rileggere o regalare?
Ho regalato un numero infinito di copie di Donne dagli occhi grandi di Angeles Mastretta. Per un'amica cieca, ne ho fatto perfino una lettura ad alta voce al registratore.

Carta o ebook?
Carta, carta!

Ha un luogo del cuore?
Ne ho diversi: le colline del Monte Peglia, in Umbria, la scala Bovolo a Venezia, il ghiacciaio del Perito Moreno, la sala con il cartone di Leonardo con la Madonna e Sant'Anna alla National di Londra. Quando sono tornata in quei luoghi, una o tante volte, non ho mai mancato di emozionarmi e sorprendentemente sempre nello stesso modo, o quasi. E quando un'amica o un amico vanno da quelle diverse parti, chiedo sempre che me li salutino.

Il suo ultimo romanzo Via Ripetta 155 (autobiografico), appena pubblicato da Giunti, si apre nel 1968 con la ricerca di una casa per sé, a Roma, quando ragazza decise di lasciare la sua famiglia d’origine. Una casa che avesse “una propria «voce», qualcosa che mi chiamasse fra le sue mura”, e che doveva essere in centro. Stanze metafora, come a voler abitare la Storia?
Abitare la Storia, negli anni fra il 1968 e il 1977, era più che una metafora: dentro la Storia ci stavamo con ogni fibra del nostro corpo, e non era soltanto un'illusione. Che poi molte di quelle speranze e di quelle utopie siano finite male è un'altra questione, che però ho cercato di tenere fuori dal libro, evitando di guardare a quei fatti con gli occhi di oggi, del dopo. Anche se molte spie di come sarebbero andate le cose erano già presenti, e qualcuna ho cercato di disseminarne qua e là, sul piano personale come sul piano collettivo.

“Il futuro era un cantiere aperto, molte e grandi cose da fare. Senza timore di infortuni”, scrive. Sono gli anni del Maggio francese, ma anche del franchismo in Spagna, dei colpi di stato in America Latina, e del terrorismo in Italia. Tra le sue righe traspare una forte fiducia nel domani, a braccetto con la spinta a mettersi in gioco in prima persona. Un binomio, allora, indiscutibile?
Direi di sì, almeno per la generazione che ha partecipato consapevolmente ai sommovimenti di quella fase. Che però ha cambiato la vita a tutti: perché ciò che si è prodotto a partire dal 1968 (e anche un po' prima) è un grande rivolgimento innanzitutto culturale e di costume. E il terrorismo è arrivato sostanzialmente dopo, come una chiusura di orizzonti violenta e, per i più, subita.

Una generazione di giovani quella del 68 che è divenuta quasi un’icona, con tutti i limiti di una tale etichetta. Ma che forse si fa rimpiangere per tensione ideologica e coinvolgimento diretto. La politica oggi pare essere cosa ‘lontana’ per gran parte dei ragazzi; come si potrebbe recuperare la spinta che porta a partecipare al governo della vita comune?

Domanda da un milione di dollari... Un buon terreno, secondo me non coltivato abbastanza, è quello del volontariato. Perché se ti metti in gioco in una mensa della Caritas, o lavori con i disabili, o lotti contro le discariche abusive, lo sguardo immediatamente dal singolo problema si allarga a qualcosa di più grande, di molto meno circoscritto. Si allarga al mondo: e questa è la politica, nella migliore accezione del termine. Un modo di stare dentro il mondo e i suoi problemi ponendoti direttamente, direi fisicamente, dentro il contrasto all'ingiustizia, che è poi la molla fondamentale per fare politica. E la voglia c'è, non solo da parte di pensionati ma anche di giovani: ne ho avuto esperienza, si tratta soltanto di offrire loro occasioni praticabili.

“Continuo a scrivere noi perché nessuno si pensava da solo”; Cosa ha significato nella sua formazione tanta comunione? Come guarda oggi a quel periodo?
Intanto ha significato un grande, grandissimo arricchimento di saperi. E poi ha dato corpo all'antico detto ebraico, che raramente si cita nella sua completezza: "Chi sono io? Se non sarò per me, chi mai sarò per me? Ma se sarò solo per me, chi mai sarò? E se non ora, quando?". Un tratto che malgrado le diverse esperienze continua, almeno spero, a connotarmi. Anche se di quel periodo, con gli occhi di oggi, vedo le illusioni, gli errori, le leggerezze: cercando però di dare a Cesare quel che è di Cesare, per esempio non schiacciando il '68 sugli anni di piombo, come spesso accade in molte rievocazioni di quel periodo.

Per concludere, vuole provare a dirci che cos’è per lei la lettura?
Un grande rifugio ma non di chiusura, un altro dei modi per sentirmi dentro il mondo.


Clara Sereni è nata a Roma nel 1946 e vive a Perugia. È una delle più importanti scrittrici italiane contemporanee. Da anni impegnata nel mondo del volontariato, è stata per oltre un decennio presidente della Fondazione “La Città del Sole” – Onlus, che costruisce progetti di vita per persone con disabilità psichica e mentale. Ha pubblicato: Sigma Epsilon (1974), Casalinghitudine (1987), Manicomio primavera (1989), Il gioco dei regni (1993), Eppure (1995), Taccuino di un’ultimista (1998), Passami il sale (2002), Le Merendanze (2004) e Il lupo mercante (2007), Una storia chiusa (2012). Ha curato anche le raccolte di testimonianze intorno al tema della disabilità e della diversità: Mi riguarda (1994), Si può! (1996) e Amore caro (2009). Dirige per l’editore Ali&no la collana “Le farfalle”.




Tè o caffè?
Caffè! E magari accompagnato da una sigaretta, ahimè.

Cosa sta leggendo?
La ricompensa di una madre di Edith Wharton, un’autrice che amo molto.

C’è un libro in particolare che le piace rileggere o regalare?
Tutti i romanzi di Jane Austen e delle sorelle Brontë. Ma il romanzo che regalo più spesso è Jakob von Gunten di Robert Walser.

Carta o ebook?
Carta.

Ha un luogo del cuore?
La mia vecchia casa con giardino, un po’ fuori Bologna. Dove ho abitato fino a sei anni fa.

Nel suo nuovo romanzo Mare d'inverno mette al centro un’amicizia tra donne che si ritrovano sullo sfondo di una riviera spenta e fuori stagione per riallacciare i fili del sostegno, di fronte ad amori alla deriva. Il booktrailer annuncia “il ritratto di tre donne di oggi come ce ne sono tante”; come sono le donne di oggi?
Ho la fortuna di avere amiche fantastiche con cui condivido serate al cinema, a teatro o a un concerto, e soprattutto pizzerie e tante chiacchiere. Attraverso di loro, e me stessa, ho raccolto gli spunti che mi sono serviti per questo romanzo, anche da vacanze fatte insieme. Racconto da sempre le donne, le loro contraddizioni, le loro inquietudini, la loro fantasia. Credo che le donne di oggi stiano scontando un regresso culturale che ha devitalizzato molte conquiste del passato. Rifuggo da sempre dal ghetto in cui si vuole confinare la narrativa ‘al femminile’, perché credo che non siamo  fatte solo di sfumature grigie, di shopping o di sentimentalismi zuccherosi. Amo le donne intelligenti, piene di interessi, di passione. E ne vedo tante. Vorrei solo che molti uomini non scambiassero per aggressività un bisogno legittimo di parità e condivisione.
    
Il 25 novembre si celebra la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza sulle donne; tema purtroppo di costante e drammatica attualità. Nella sua attività di attrice di teatro e cinema, musicista, sceneggiatrice e scrittrice ha messo a fuoco la figura femminile nella nostra società grazie a diverse chiavi di lettura; pensando soprattutto ai giovani di oggi, paese di domani, come pensa si nutra il seme della (definitiva?) consapevolezza?
Ho dedicato molte pagine e molte conferenze al tema della violenza contro le donne. Credo sia importante ripartire dalla scuola, lavorare sulla forma mentis dei ragazzi, così offuscata da decenni di volgarità e superficialità mediatica. I ragazzi hanno bisogno di esempi e assorbono la bellezza se gliela si mostra. Hanno fame di sogni in un mondo che non gliene concede. Siamo noi, gli adulti, a dover trasmettere loro l’amore per la profondità, per il pensiero, per l’arte, e dobbiamo stimolare il loro spirito critico. Perché un paese che non rispetta la cultura è un paese che mette a rischio la propria anima.

Tra i suoi lavori teatrali più rappresentati e anche tradotti ‘From Medea’ si addentra nell’abisso delle madri infanticide; cosa l’ha mossa sulle tracce di questo dramma?
Ero inorridita da trasmissioni (il caso Franzoni) dove opinionisti a gettone puntavano il dito e giudicavano senza soffermarsi mai su quel pozzo profondo che è l’animo umano. Mi era intollerabile che non si parlasse mai, sui giornali o alla tv, della depressione pre o post partum. Ho raccolto testimonianze e sono entrata in empatia con queste donne che ho definito delle “colpevoli innocenti”. E’ stata un’esperienza unica. Sia durante le rappresentazioni teatrali che nelle presentazioni del film Maternity Blues, che è stato realizzato nel 2012, ho parlato con tante donne di ciò che è la vera maternità: faticosa, reale, fuori da stereotipi di perfezione.   

Ha in progetto una nuova avventura per il personaggio della sua investigatrice Giorgia Cantini, protagonista dei suoi diversi titoli noir (tra cui Quo vadis, baby? Portato sul grande schermo dal regista Gabriele Salvatores nel 2008)?
Sì, il quinto romanzo con protagonista Giorgia Cantini è quasi pronto e credo che verrà pubblicato prima dell’estate.

Per concludere in leggerezza, vuole provare a dirci cosa è per lei la lettura?
E’ la cosa che mi rende più felice. Davvero. Leggere è il modo più intenso e efficace che ho trovato per comprendere la mia vita entrando in altre.


Grazia Verasani (Bologna, 1964) ha pubblicato numerosi romanzi tra cui Quo vadis, baby?, dal quale Gabriele Salvatores ha girato l’omonimo film nel 2005 e prodotto la serie tv Sky diretta da Guido Chiesa, e i noir Velocemente da nessuna parte, Di tutti e di nessuno e Cosa sai della notte, con protagonista l’investigatrice privata Giorgia Cantini. È anche musicista e sceneggiatrice, ha collaborato con riviste e quotidiani e pubblicato racconti su varie antologie. Ha scritto opere teatrali come From Medea-Maternity Blues, rappresentata sia in Italia che all’estero, diventata un film pluripremiato per la regia di Fabrizio Cattani. E il monologo Vincerò sulla vita e la carriera di Luciano Pavarotti, interpretato tra gli altri da Michele Placido. I suoi romanzi sono tradotti in vari paesi tra cui Francia, Germania, Russia. Nel 2013 è uscita la raccolta di racconti musicali Accordi minori



 
Tè o caffè?
Caffè alla mattina, a occhi chiusi senza parlare. Tè alle cinque, of course.

Cosa sta leggendo?
In questo momento La melodia di Vienna di Ernst Lothar, edito da e/o.

C’è un libro in particolare che le piace rileggere o regalare?
Regalo a tutti Il Ballo di Irene Némirovsky, magari in occasione di un invito a cena ma non solo.

Legge su carta o anche gli e-book?
Solo su carta!

Ha un luogo del cuore?
Sì, Cortona (AR), è tutta preziosissima, un miracolo, una città perfetta.

E una biblioteca amata?
La Biblioteca Angelica a Roma, proprio alle spalle di corso Vittorio, è tutta d’epoca, bellissima. Entrarci è come stare fuori dal mondo. E’ un’esperienza di per sé.

Dove e quando scrive di preferenza?
Sempre alla mia scrivania, che sta nella stanza più appartata della casa.


Nel suo ultimo romanzo Il Braccialetto (appena pubblicato da e/o) è centrale l’amicizia di due adolescenti in una Roma occupata dai nazisti, nei giorni tragici della razzia degli ebrei; ci racconta di questa sua scelta di puntare sui ragazzi?
Il punto di partenza è stato per me una scena da La disubbidienza di Alberto Moravia, con quel ragazzo che resta disilluso, pur ribelle e insofferente.

Come crede che si possa tenere il più possibile viva la memoria storica, soprattutto nei confronti dei giovani, man mano che gli anni passano e inevitabilmente scompaiono i testimoni diretti della storia?
Senza dubbio attraverso la trasposizione creativa, ne sono assolutamente convinta. Che si tratti di letteratura, cinema o teatro, tutte espressioni capaci di creare un rapporto emotivo con il lettore o spettatore e così stimolare un’identificazione che penetra nell’animo molto più di un libro di storia. Pensiamo ad esempio a grandissimi testimoni come è stato Primo Levi; è il suo libro che più di tutto è rimasto, divenuto un testo ormai universale continuamente letto, studiato, ricordato. Insomma, la trasposizione creativa è una forma diretta, capace di impadronirsi dell’anima delle persone e condurle a una partecipazione profonda.

Per concludere, vuole provare a dirci cos’è per lei la lettura?
Dico evasione, ma non intendo in senso futile. Leggere è entrare in altri mondi e partire da lì per capire il nostro e noi stessi.


Lia Levi, di famiglia piemontese, vive a Roma dove ha diretto per trent’anni il mensile ebraico Shalom. Nel 2012 ha ricevuto il Premio Pardes per la Letteratura Ebraica. Tra i suoi tanti altri romanzi pubblicati oltre al recentissimo Il Braccialetto (e/o, Settembre 2014): Una bambina e basta (e/o 1997, Premio Elsa Morante Opera Prima), Quasi un’estate (e/o 1995), L’albergo della Magnolia (e/o 2004, Premio Moravia), Tutti i giorni di una vita (e/o 2003), Il mondo è cominciato da un pezzo (e/o 2005), L’amore mio non può (e/o 2010), La sposa gentile (e/o 2011, Premio Alghero Donna e Premio Via Po), La notte dell’oblio (e/o 2013), Il matrimonio delle gemelle (Lozzi collana Remo 2012). Ha scritto inoltre numerosi titoli per bambini e ragazzi.




(foto di Rino Bianchi)

Per cominciare, tè o caffè?
Nonostante sia napoletana, il caffè non mi piace. Preferisco il tè, ma mai la mattina. O il caffè americano.

Cosa sta leggendo?
Un bellissimo libro di Domenico Scarpa, Storie avventurose di libri necessari edito da Gaffi. E' una panoramica molto particolare sull'ultimo secolo di letteratura italiana. E poi Nadja di André Breton, edito da Einaudi (è una coincidenza che la prefazione sia proprio di Domenico Scarpa).

C’è un libro che le piace in particolare rileggere, regalare, portare sempre con sé?
I libri di Alice Munro. Li regalo a tutti, li rileggo ancora e ancora, in viaggio con me porto ora una raccolta ora un'altra. E' come l'aspirina: se la sua scrittura mi accompagna, mi sento più al sicuro.

Dove e quando scrive di preferenza?
Mi piacerebbe molto fare come alcuni che scrivono al bar, circondati dalla folla. Però io non ci riesco proprio. Di solito scrivo la mattina, a casa nello studio o in cucina. Oppure in biblioteca, ma solo quando sono alla fine di un libro.

Ha un luogo del cuore?
Un paesino che si chiama Forno. Si trova sulle Dolomiti trentine, in Val di Fiemme. Ci vado da sempre, appena posso scappo lì.

E una biblioteca amata?
La Biblioteca Nazionale di Roma, perché vado a scrivere lì e perché ci sono le tartarughe.



Nel suo ultimo romanzo Poche parole moltissime cose c’è una nonna che scompare e una bambina caparbia all’inseguimento di un mistero più grande di lei; come ha intessuto questo arazzo dei sentimenti?
Tessere è il verbo più adatto, perché a un certo punto ho dovuto cucire maglia per maglia tutta la trama che avevo creato. E' stato un lavoro minuzioso ma anche appagante, perché il romanzo ti da la possibilità di entrare a piedi nudi in un mondo intero e ripercorrere tutte le orme che i personaggi lasciano sulle pagine. La narrativa è bella proprio per questo: incappi in un nodo e lo devi sciogliere, inciampi in un altro e lo sleghi; questo continuo susseguirsi di porte da aprire e di cose scoperte - che è esattamente ciò che ci riserva la vita reale - alla fine crea il tessuto stesso della storia che vuoi raccontare.

Le relazioni di famiglia, di sangue e acquisite, condizionano inevitabilmente i nostri giorni, nel bene ma anche nel male. Riuscire a ‘slegarsi’ è un desiderio che a volte si affaccia ma che pare comunque impossibile da realizzare senza causare sofferenza. Un tema in cui le interessava in particolare addentrarsi? (“Una madre si stanca a dare sempre il buon esempio” afferma Olga, la nonna, nel suo romanzo).
Più che raccontare la difficoltà di un abbandono, o la scelta di slegarsi da un affetto, mi interessava porre lo sguardo su ciò che rimane quando qualcuno va via; l'intenzione era di mettere alla prova il rapporto (inteso come un'entità di valore e senso sociale molto potente, nel bene e nel male) quando le fondamenta vacillano, quando qualcuno ci soffia sopra per vedere se quell'unione resiste oppure no. Ecco, la resistenza nelle relazioni è il nodo che volevo raccontare - e che forse racconto anche in altri libri. La fuga dei due anziani è collaterale, è una scusa: il libro si sofferma soprattutto su chi subisce quella scelta.

Nelle sue pagine anche la casa e gli oggetti che la abitano paiono avere un ruolo da coprotagonisti, come se una volta abbandonati dalla vita che li ha scelti si scuotessero per contribuire a rilasciarne l’essenza e acuire la mancanza; è d’accordo?
Sì. A un certo punto gli oggetti - le cose - prendono quasi il sopravvento sulle persone, quasi a supplire le persone e gli affetti che non hanno saputo trattenere. E' il rapporto che abbiamo oggi con gli oggetti; con il possesso degli oggetti, soprattutto. Come se il fatto di possedere qualcosa ci dia senso anche se siamo soli.

Per finire, vuole provare a dirci in poche parole cos’è per lei la lettura?
In poche parole non mi viene, perché la lettura riassume una serie di atti e di effetti che rendono una persona diversa da come sarebbe se non leggesse. Però posso dire che potrebbe salvarci, se lo volessimo.


Rossella Milone è nata nel 1979, vive e lavora a Roma. Ha pubblicato due raccolte di racconti, Prendetevi cura delle bambine (Avagliano 2006, menzione al Premio Calvino) e La memoria dei vivi (Einaudi 2008), un Contromano per Laterza, Nella pancia, sulla schiena, tra le mani (2011), oltre a numerosi racconti in antologie. Scrive per quotidiani e riviste letterarie. Poche parole, moltissime cose (Einaudi 2013) è il suo primo romanzo.







Per cominciare, caffè o tè?
Caffè lungo con un po’ di latte!

Cosa sta leggendo?
Tre camere a Manhattan di Georges Simenon, edizioni Adelphi

C’è un libro in particolare che le piace regalare o rileggere?
Recentemente ho regalato molte volte Viaggi e viaggetti di Sandro Veronesi. Un altro must che regalo spesso è Kitchen di Banana Yoshimoto. Difficilmente rileggo un libro già letto, anche se mi è piaciuto molto: ho sempre voglia di nuove avventure.

Carta o ebook?
Carta tutta la vita.

Ha un luogo del cuore?
Miyajima, in Giappone. Ci sono stata in viaggio di nozze. Un luogo magico, giorni magici.

Dove/quando scrive di preferenza?
Mi piace scrivere la mattina molto presto, nel mio studio. Quando possibile, adoro scrivere in treno.


Il personaggio di Alice Allevi, la specializzanda in medicina legale al centro dei suoi romanzi (Le ossa della principessa è l'ultimo titolo, pubblicato quest'anno), si muove tra le pagine e le indagini con un mix di ironia e autocritica, timore di non essere sempre all’altezza ma anche occhi smaliziati (e di denuncia) sul sistema imperante che regola carriere e relazioni negli ospedali. Ci racconta come ha scelto questo taglio e come sgorga la ‘voce’ di Alice?
Non posso dire di aver “scelto” un taglio preciso per le mie storie. Alice è nata in maniera molto spontanea e tutt’oggi la sua voce sgorga dalle mie dita sulla tastiera senza alcun controllo. Probabilmente spesso la sua voce è anche la mia nonostante non la consideri un personaggio autobiografico.

L’ambiente delle sue storie lo conosce a fondo visto che lei è medico legale nella vita; come riesce a scindere lo scenario reale da quello in cui si immerge quando scrive? Le capita ogni tanto qualche ‘confusione’ curiosa? 
L’ambiente professionale di Alice è del tutto inventato; peraltro io ho finito la specializzazione e non frequento più l’Istituto. I rischi di confusione sono minimi!

Cosa pensa dei social network in termini di strumento di promozione dei libri e della lettura?
Attualmente mi sembrano molto più efficaci e pervasivi dei media tradizionali. Se un libro spopola tra una certa casta di bloggers o su twitter, ai fini della promozione è probabilmente più utile di una recensione su un quotidiano blasonato.

Per finire, vuole provare a dirci in poche parole cosa è per lei la lettura?
Farò mie le bellissime parole di Sartre: "I libri sono stati i miei uccelli e i miei nidi, i miei animali domestici, la mia stalla e la mia campagna; la libreria era il mondo chiuso in uno specchio; di uno specchio aveva la profondità infinita, la varietà, l’imprevedibilità”.
 

Alessia Gazzola è nata a Messina nel 1982, dove vive. Medico chirurgo specialista in medicina legale, ha esordito nella narrativa nel 2011 con il romanzo L’allieva (Longanesi) in cui esordisce il suo personaggio protagonista Alice Allevi, giovane specializzanda in medicina legale.  Seguono Un segreto non è per sempre (Longanesi, 2012), Sindrome da cuore in sospeso (Longanesi, 2012) e Le ossa della principessa (Longanesi, 2014).


Caffè o tè?
Tanto caffè. Il tè mi piace moltissimo ma richiede tempo, è una cerimonia, significa sedersi, aspettare che si raffreddi e intanto mangiare un biscottino, chiacchierare. Ma nella vita frenetica di ogni giorno è difficile trovare un tale spazio, quindi caffè, anche se mi piace meno.

Cosa sta leggendo?
Non è più come prima, elogio del perdono nella vita amorosa di Massimo Recalcati. E’ interessante vedere come la coppia possa vivere, e sopravvivere, e fare proprio quel dolore che poteva segnarne la fine trasformandolo in un nuovo inizio. Leggo sempre diverse cose contemporaneamente, ora ho cominciato anche Gone Girl di Gillian Flynn, in inglese, Chiara d’Assisi di Dacia Maraini e La lenta nevicata dei giorni di Elena Loewenthal.

C’è un libro che le piace rileggere o portare sempre con sé nei suoi viaggi?
Di recente ho riletto Il male oscuro di Giuseppe Berto, e poi Pavese, ma non ho un titolo in particolare che riprendo. Ogni tanto mi viene la curiosità, avrei voglia di rileggere i classici ma il tempo a disposizione è quel che è.

Carta o ebook?
Carta, assolutamente. Mi è capitato di leggere un testo su ebook ma non mi ha lasciato alcuna soddisfazione.

Ha un luogo del cuore?  
Il mare. Lo sogno. Forse perché sono nata in una città sul mare, forse perché esprime libertà e perché è vasto, non ha confini.

Giallo, nero, bianco; nel suo nuovo romanzo Tevere questi tre colori scandiscono i capitoli e gli spazi temporali sulle tracce di una donna scomparsa a Roma negli anni Settanta. Da dove è partita?
Alla base di questo romanzo c’è una storia di cui sono venuta a conoscenza quando ero una ragazza, quindi in contemporanea con l’accadere dei fatti. Mi aveva molto colpito, mi ero chiesta: se mia madre se ne andasse io cosa farei? Poi sono passati tanti anni, è successo che mi sono messa a scrivere ed è uscito il mio primo romanzo, Ghibli. Quando è stato il momento del secondo libro questa storia era lì dentro di me che aspettava di essere raccontata.

Il giallo del mistero, il nero per la storia che si riannoda ai giorni della guerra, il fascismo e la lotta partigiana, e il bianco che ammanta un limbo di giorni sofferenti. Un libro da cui emerge una figura di donna e insieme la donna, il suo ruolo nella società e nella famiglia. E pagine che puntano l’indice sul baratro che la quotidianità, e non solo i grandi eventi, può spalancare nell’animo. Come si è addentrata in questi diversi livelli narrativi e come ha plasmato la figura della protagonista?
Ho trovato una voce. Ho cominciato a lavorare a questo libro facendo molte ricerche, sono andata fisicamente nei luoghi della vicenda, ho visitato archivi, anche di diari, in alcuni casi non era possibile fare fotocopie e così ho copiato a mano pagine e pagine della quotidianità degli anni di guerra. Ho fatto poi ricerche anche sull’elettroshock, incontrato medici e visitato ospedali psichiatrici. Poi mi sono messa a scrivere. E’ una storia che da una parte mi attraeva, dall’altra mi spaventava. Mi chiedevo, sarò in grado di raccontare tanto dolore? Mi sono detta che forse proprio basandomi su documenti d’archivio e tuffandomi nella violenza della guerra potevo trovare questa voce. E così, lentamente, l’ho cercata. Ma alla fine invece che tra tutti quei documenti quella voce l'ho trovata dentro di me. 
E’ un libro che mi ha richiesto anni, anche perché mi ci sono potuta dedicare solo d’estate, durante le mie vacanze, una scrittura come quella che cerco non si può creare in un’oretta ritagliata di sera dopo una giornata di lavoro. Una volta finito ho dovuto cercare l’editore e anche questo non è stato facile perché di fronte a pagine intrise di depressione, giorni di guerra e sofferenza si spaventavano. La depressione è una cosa di cui non si parla ancora a sufficienza rispetto a quanto richiederebbe la sua diffusione reale, ed è invece un malessere che nel momento in cui viene raccontato con una voce vera, come quella che ho cercato di creare nel mio libro, colpisce il profondo delle persone. E quando questo accade con i libri sappiamo bene che poi le reazioni dei lettori sono forti. Oggi sono ripagata dalle belle parole che continuo a ricevere dai lettori e sono grata alla mia testardaggine nel voler continuare a cercare e raccontare questa storia.

Lei che per professione è giornalista e ha firmato inchieste che l’hanno portata anche in paesi segnati da crisi profonde, dove pensa possa germinare nei giovani italiani di oggi il seme della fiducia e della voglia di mettersi in gioco in prima persona?
Quello che posso dire è che nella mia esperienza è stato fondamentale vivere negli Stati Uniti e respirare quell’aria di ottimismo, da nuova frontiera, che ha plasmato quel paese nel passato ma continua ad essere alla base anche dei giorni d’oggi. Quando sognavo di fare la scrittrice ricordo che leggevo ogni lunedì l’articolo di fondo che il New York Times pubblicava in apertura della sezione cultura, era firmata ogni volta da un autore divero che raccontava come era arrivato finalmente a fare lo scrittore a dispetto di qualsiasi difficoltà, dei rifiuti ricevuti etc. Questa loro prova di caparbietà e di ottimismo mi ha dato la forza di credere in me stessa. Allora dico che il seme della fiducia germina dentro di sé quando non ci si fa sconfiggere dalle resistenze, dai rifiuti. Bisogna trovare e sentire la propria voce che ti dice: devi farlo. E procedere, anche se ci vorrà chissà quanto tempo ed energia. Ma chi crede in quello che ha dentro, riesce.

Cosa pensa delle ‘quote rosa’?
Penso che siano necessarie perché il maschilismo di questo paese è ancora talmente pervasivo e profondo che riesce a corrodere persino la self-esteem delle donne, che a volte non si rendono conto per prime di quanto certi complimenti siano comunque maschilisti. E siccome gli uomini sono al potere e fanno cordata tra uomini non c’è altro modo per la donna, per conquistare più posizioni di potere, che le quote rosa. Poi quando ci saranno più donne ai vertici queste chiameranno altre donne e la catena funzionerà, ma per ora...

Per finire, vuole provare a dirci cos’è per lei la lettura?  
La lettura è gioia, è viaggio, fuori e dentro di sé.


Luciana Capretti è nata a Tripoli (Libia) e vive a Roma. Giornalista Rai, è stata corrispondente da New York per oltre vent’anni. Ha realizzato reportage che hanno conquistato premi internazionale e l’hanno portata in Uganda, Moldova, Armenia, Vietnam, Cambogia, Guatemala e Canada. Il suo primo romanzo, Ghibli (Rizzoli 2004), finalista ai premi Gaeta e Sanremo e vincitore del Rapallo Opera Prima, ripercorre le vicende degli italiani emigrati in Libia e costretti a scappare e abbandonare tutto con l’avvento del regime del colonnello Gheddafi. Tevere è il suo secondo romanzo (Marsilio, 2013). Luciana Capretti lavora al Tg2 Rai.


  
Per cominciare, tè o caffè?
Visto che sono napoletano la risposta vien da sé: un bel caffè ristretto...

Cosa sta leggendo?
In questo momento un libro che mi è appena arrivato con una bella dedica dal professor Adriano Prosperi, Delitto e perdono-La pena di morte nell’orizzonte mentale dell’Europa cristiana XIV-XVIII secolo (Einaudi). L’ho appena cominciato. Conosco e stimo molto Prosperi e della sua opera mi è stato di grande ispirazione il suo monumentale libro Tribunali della coscienza quando ero impegnato nella stesura del mio La fabbrica dell’obbedienza.

C’è un libro che le piace rileggere?
in linea di massima non sono portato al ritorno a titoli già letti, salvo che mi capiti di essere immerso in un tema particolare o una situazione che mi ricorda magari un classico, ecco allora sì, corro a prendere quel libro per ravvivare e verificare.

Carta o e-book?
Carta, carta.

Ha un luogo del cuore?
Direi che i titoli dei miei libri lo denunciano: Napoli.

E una biblioteca particolarmente amata?
La mia. Ho molti libri che mi attorniano. Ma le do anche una risposta diciamo più rotonda, perché trovo che le biblioteche siano posti straordinari proprio come luoghi di per sé e intendo anche i legni, l’estetica, l’istituzione...



Ci racconta di Adele, la protagonista del suo nuovo romanzo Il sorriso di don Giovanni, che sogna di volare ad ali aperte come un libro spalancato che cade dall’alto di una libreria, lettrice accanita sin da ragazzina?
E’ una figura che ha radici nella mia esperienza di direzione della Fondazione del Premio Napoli, compito che mi fu assegnato se non sbaglio nel 2002 e che presi molto a cuore. In questo ambito furono organizzati dei Comitati di lettura in tutta la città composti da lettori forti. Così per me il lettore accanito
si è materializzato ai miei occhi, è divenuto una figura precisa e mi ha acceso molta curiosità. Scoprii che erano prevalentemente donne e molto spesso i libri erano stati decisivi nelle loro vite, c’erano casi di interferenze davvero forti tra lettura ed esistenza. Da allora questa curiosità profonda nei riguardi di questo ambiente mi è rimasta dentro, e insieme l’idea di raccontare un giorno una lettrice accanita.

La passione per la lettura ha portato ad Adele ragazzina il soprannome di Adele-Sapienza. Crede che permanga tuttora soprattutto tra i più giovani questo sguardo sui compagni lettori come individui un poco bislacchi?
Tra i giovani capita spesso che una passione venga incollata addosso, diventi una canzonatura, ma benevola. L’Italia è un paese dove si legge pochissimo come si sa, ma i pochi lettori sono dei divoratori di libri.
 

Vorrei farle una domanda anche intorno a quello che lei ha definito un suo libro-sfogo e frutto di rielaborazione ed ampliamento di conferenze da lei tenute all’università di Middlebury (Vermont, Usa) nel 2009. La fabbrica dell’obbedienza (sottotitolo: Il lato oscuro e complice degli italiani) ha un incipit così: “Italiani, per favore, non urlate così”. E continua “così diffusa appare la corruzione, diffusa e interiorizzata tanto da essere considerata da molti quasi un dono di natura da ostentare”...
Il nostro è un paese dove non si votano più i partiti, le ideologie, bensì i personaggi, nomi che rappresentano se stessi. L’Italia è un paese corrotto e secondo me tutto deriva dal fatto che sia stato espropriato il senso di responsabilità.

Per concludere, La sua protagonista Adele afferma nel suo nuovo romanzo: “Il fatto è che io i libri li vivevo dal di dentro (adesso non è più così: la maturità rende molto più distaccati)”. E’ d’accordo con questo rapporto tra età e lettura?
Ma sì, credo che quando si è giovani si sia più esuberanti e disponibili a infiammarsi e vivere le cose con partecipazione, e forse quando si raggiunge una certa età, pur vitale e lucida, il tempo porta un certo distacco.
 

Ermanno Rea è nato a Napoli nel 1927. Scrittore e giornalista, è appena uscito in libreria il suo nuovo romanzo Il sorriso di don Giovanni (Feltrinelli, 2014). Lo precedono il libro fotografico 1960-Io reporter (Feltrinelli 2012) e i titoli La comunista. Due storie napoletane (Giunti editore, 2012), La fabbrica dell’obbedienza (Feltrinelli 2011), Napoli Ferrovia (Rizzoli 2007), La dismissione (Rizzoli 2002, Feltrinelli 2014), Fuochi fiammanti a un’hora di notte (Rizzoli 1998, premio Campiello 1999, BUR 2002), Mistero napoletano (Einaudi 1995, premio Viareggio 1996), L’ultima lezione. La solitudine di Federico Caffè scomparso e mai più ritrovato (1992, 2008), Il Po si racconta. Uomini donne paesi e città di una Padania sconosciuta (Il Saggiatore 1990). 

  
Per cominciare, tè o caffè?Caffè, senza zucchero. Ho amato molto il tè, fortissimo e con il latte, ma adesso amo molto anche il caffè.

Cosa sta leggendo?
Il club degli incorregibili ottimisti, di Jean-Michel Guenassia.

C’è un libro che le piace rileggere?
Guerra e Pace di Tolstoj.

Carta o e-book?
Carta. Per me esistono solo i libri che stringi fra le mani con le pagine che è come se appartenessero alle tue dita. Non riesco a concepire altro modo di leggere. Ho provato al mare, con quelle tavolette dove le frasi sembrano allinearsi come le aste sui quaderni quando facevo la prima elementare.

Ha un luogo del cuore?
Sì, Sils Maria, in Engadina (Svizzera).

E una biblioteca particolarmente amata?Quella bellissima a Sils Baselgia, sempre in Engadina. 


Dopo diversi romanzi e pagine di ritratti il suo ultimo lavoro appena pubblicato da Chiarelettere è un’immersione nella storia contemporanea del nostro paese. Dove ha radici questo suo Gli anni fra cane e lupo? Ci racconta anche della scelta di questo titolo? Cercando di capire che cosa aveva provocato il radicale cambiamento della vita e della politica italiana dopo l'avvento di Berlusconi. Il titolo è nato da un antico detto: "l'ora fra cane e lupo" che indica il momento quando, finito l'incanto notturno, non è ancora l'alba. Quel breve tempo dove ogni cosa appare già nitida, ma piatta e senza colore. Angosciante.

Nella videointervista disponibile sul sito del suo editore lei afferma: “cominciando a raccontare per loro (i giovani, ndr.) l’ho imparata io, perché sono partita da un presupposto e ho capito poi che era completamente diversa la storia che abbiamo vissuto”. Come scrivere le ha aperto le porte di una nuova consapevolezza?
Volevo raccontare con mio figlio, lui dal suo punto di vista, io dal mio , gli anni che avevamo alle spalle. Ma poi abbiamo capito tutti e due che era impossibile, e mentre lui ha ripreso a scrivere per conto suo (in realtà si occupa di cinema), io ormai ero entrata nella giungla. E non potevo che cercare la strada per uscirne.

E’ un tema fondamentale quello della memoria storica, vitale per la sopravvivenza di paesi e civiltà; come pensa si possa stimolare le giovani generazioni a guardarsi anche indietro con occhi vigili?
La memoria storica è il nostro patrimonio. Un patrimonio indispensabile alla nostra crescita e al nostro vivere. Farlo capire ai giovani è però molto difficile. Si può tentare, e il mio libro è un tentativo. Ho cercato infatti di scriverlo nel modo più essenziale possibile, e vorrei metterlo nello zaino che portano sulle spalle. Certo, se penso a quando sono stata giovane io, non avevo nessuna voglia di girarmi indietro, e invece una gran voglia di vedere cosa avevo davanti (ma poi per capire cosa avevo davanti, ho dovuto  girarmi indietro...).

Per concludere, vuole provare a dirci che cos’è per lei la lettura?
La cosa più meravigliosa del mondo: ti prende e ti trascina, ti porta ovunque, avanti e indietro nel tempo, nel fantastico e nel reale. Ti può far piangere o ridere, o anche sbuffare di noia: ma allora il libro lo  pianti lì, e ne prendi subito un altro.

Rosetta Loy è nata a Roma nel 1931. Scrittrice e traduttrice, esordisce nel 1974 con il romanzo La bicicletta con cui conquista il Premio Viareggio Opera Prima. Seguiranno La porta dell’acqua (Einaudi 1976), L’estate di Letuchè (Rizzoli 1982), All’insaputa della notte (Garzanti 1984), Le strade di polvere (Einaudi 1987 e 2007, premio Campiello, premio Viareggio, premio Rapallo e altri), Sogni d’inverno (Mondadori 1992), Cioccolata da Hanselmann (Rizzoli 1995), Ahi, Paloma (Einaudi 2000), Nero è l’albero dei ricordi, azzurra l’aria (2005, premio Bagutta), La prima mano (Rizzoli 2009). Come si sottolinea nella biografia dell’autrice pubblicata sul sito di Chiarelettere, un posto a sé nella sua produzione letteraria ce l’ha il libro a metà tra il saggio e la narrativa La parola ebreo (Einaudi 1997), la storia di una famiglia romana nel periodo delle leggi razziali, che ha vinto i premi Fregene e Rapallo-Carige. Rosetta Loy ha inoltre tradotto per la collana ‘Scrittori tradotti da scrittori’ di Einaudi, Dominique di Fromentin e La principessa di Clèves di Madame de La Fayette. Le sue opere sono tradotte in tutte le lingue principali. 




Tè o caffè?
Tutti e due. Caffè tutti i giorni tanto, tè quando faccio una pausa nella giornata, con una figlia, una cugina, un libro...

Cosa sta leggendo?
La crepa di Claudia Pineiro.

C’è un libro in particolare che le piace rileggere di tanto in tanto?
Rileggo periodicamente Dickens, tutti i suoi libri, a rotazione. E non finisco mai di meravigliarmi di quanto fosse un genio.

Carta o e-book?
Tutti e due. Sul kindle leggo i libri che servono a un puro intrattenimento momentaneo, ad esempio gialli, romanzi scemi, o libri che magari devo leggere per lavoro e di cui non me ne importa niente. Poi è comodo in viaggio, addio sacche di libroni. Di carta, i libri che voglio conservare e rileggere.

Ha un luogo del cuore?
Tutto ciò che sta tra Ventimiglia (esclusa) e Mentone (compresa).

Dove scrive di preferenza?

A casa, al mio tavolo, sempre ingombro e disordinato. Oppure in cucina, perché così intanto sorveglio le pentole. Posso scrivere anche in albergo, se quella è la mia camera. Non posso farlo in luoghi pubblici, precari o di transizione. Per me scrivere è un’attività molto casalinga.

C’è una biblioteca che le piace o ricorda in particolare?
A me piacciono tutte le biblioteche, sono uno dei posti al mondo che preferisco. Ricordo quella di via Cittadella, la Civica (a Torino, ndr), la cui sezione ragazzi ho frequentato tantissimo da bambina e ragazzina. Mi facevo lunghi percorsi in tram per andare a cambiare i libri. Poi la “Geisser” (sempre a Torino, ndr.), dove portavo le mie figlie da piccole, lungo il fiume, per cui già andarci è un piacere. E quella di Nichelino (TO), dove ho fatto una presentazione, che è veramente speciale, entusiasmante.

Pensa che la chiave dell’ironia, in narrativa, consenta di aprire con leggerezza porte dell’anima magari anche pesanti?
L’ironia è una cosa che appena la nomini, o ci discetti sopra, cessa di esistere, perciò a questa domanda non rispondo.
Nel suo nuovo romanzo Ragazze mancine la vicenda prende il via da un autogrill e dall’incontro rocambolesco tra due donne; cosa l’ha ispirata?
Intanto una antica e solida passione per gli autogrill, che mi piacciono quasi quanto le biblioteche: quando sono in autostrada, anche per percorsi abbastanza brevi, mi fermo sempre per un caffè e un giretto. Comprerei tutto, ma mi tengo. Quindi ho sempre pensato che prima o poi avrei coinvolto un autogrill nelle mie storie. E in particolare, quello di Novara, con questa insolita caratteristica di permettere il passaggio da una direzione all’altra. E perché mai uno dovrebbe voler cambiare direzione autostradale all’improvviso? Per scappare! E da lì poi è nata la storia.

Insieme all’ultimo sorso di caffè, una domanda relativa al suo precedente libro Romanzo rosa con riferimenti d’ambientazione in una scuola di scrittura creativa; crede a queste officine della parola scritta?
Credo in che senso? Credo che insegnino a scrivere? Sì, a patto che uno sappia già farlo. Se sai scrivere, ti insegnano a farlo meglio, se non sai scrivere, non possono fare niente per te. E credo che aiutino a pubblicare? Sì, penso di sì, non tutti gli allievi ma molti.

Stefania Bertola è nata e vive a Torino. Scrittrice, traduttrice, sceneggiatrice e autrice radiofonica, prima del nuovo romanzo Ragazze mancine (Einaudi 2013) ha pubblicato Romanzo rosa (Einaudi, 2012), Il miracolo di George Harrison (Einaudi, 2010), La soavissima discordia dell’amore (Salani, 2009), A neve ferma (Salani, 2006; Tea, 2008), Biscotti e sospetti (Salani, 2004; Tea, 2006), Aspirapolvere di stelle (Salani, 2002; Tea, 2004 e 2006), Ne parliamo a cena (Salani, 1999; Tea, 2005), Se mi lasci fa male (Sperling & Kupfer, 1997; Salani, 2007; Tea, 2009) e Luna di Luxor (Longanesi, 1989).





Tè o caffè?
Caffè macchiato, ma sempre senza zucchero.


Cosa sta leggendo?
La trilogia della città di K della Kristof e insieme rileggendo I fratelli Karamazov di Dostoevskij. Ma ho appena finito anche La fuga di Tolstoij di Alberto Cavallari.

In parte ha già risposto, ma ci sono libri che le piace rileggere?
Da qualche anno preferisco rileggere, soprattutto i classici. Non è snobismo, bensì piacere di capire come sono cambiato ritornando alle orme dei primi passi.

Carta o e-book?
Carta, non leggo nemmeno i miei libri in e-book, questione di abitudine. Poi magari col tempo cederò e farò come per il pc, che rifiutavo e poi … non ne posso fare più a meno. Ma è diverso, carta ed e-reader riusciranno a convivere, ne sono certo.

Ha un luogo del cuore?
Molti. Prima di tutti Bocca di Magra, nei cui pressi sono nato, in Liguria, vicino ad Ameglia dove ho una casa. Poi Bagnoregio, Orvieto, Pienza, Bagni Vignoni, San Galgano, luoghi della Toscana che adoro. Ma anche le Marche mi stanno nel cuore, e certi angoli del Salento. Lucca e Siena. E adoro la mia città, Ferrara, meno i suoi abitanti.

E una biblioteca amata?
Quella di casa Leopardi, a Recanati. Vi ho portato i miei studenti di quarta superiore quando insegnavo, per leggere loro “A Silvia” e altri Canti. Una magia, un’atmosfera intatta... Ma anche la biblioteca di Pascoli a Castelvecchio di Barga mi aveva incantato.
 

La sua produzione narrativa è corposa e tradotta in tutto il mondo. Ora è appena uscito un suo libro di poesie. Ci vuole parlare brevemente del suo rapporto con la parola scritta?
Uno strumento per curarmi, un’ottima terapia per non impazzire, per far tornare conti che nella vita non mi tornavano. E non mi tornano. Un esempio: come fa la gente in Italia a votare Berlusconi? Ecco allora il romanzo a cui sto lavorando dove un idealista si fa infiammare dall’esempio di alcuni grandi tirannicidi della Storia e prepara un grande attentato…
La parola è il mio letto, ci sto così bene, ma uno si vizia, poi, crede che la realtà sia come nel suo letto di parole, e invece… Ecco allora il mio ultimo romanzo pubblicato da Barbera D’amore non esistono peccati, dove il protagonista Mercuzio preferisce il mondo di carta a quello della carne. O l’Erede, scritto dieci anni fa, che anticipava il passaggio tra i due papi...

I suoi testi sono spesso intrisi di storia, e le sue conferenze un’esplorazione tra miti e classici. Cosa potremmo prendere a esempio da ‘ieri’ per rinvigorire di sapere un ‘oggi’ (italiano) che appare così impoverito?
Difficile imitare e copiare, ogni momento storico è unico e irripetibile. Invidio l’età risorgimentale, infiammata da un nemico chiaro che era lo straniero, gli austriaci per fare un esempio. Oggi il nemico è dissimulato, forse più interiore che esterno. Mi piace molto Julien Sorel, il protagonista de Il Rosso e il Nero, perché sognava l’epica di Napoleone, aveva un mito in testa. Ma oggi chi possiamo mitizzare? Chi può farci da Maestro e modello? Sono andati via tutti, da Gandhi a Martin Luther King. Forse questo Papa Francesco ogni tanto suscita un’aura mitica, ma è pur sempre un papa, come presto ha fatto capire con le tradizionali chiusure in tema di famiglia, intesa come composta solo di uomo e donna. E’ stato più alto Dario Fo quando ha commentato in proposito “Dove c’è amore lì c’è la famiglia”.

Il suo prossimo libro uscirà all’inizio del 2014, ci può anticipare qualcosa?Ne ho due già pronti, di uno preferisco non dire ancora nulla se non che è incentrato sulla sessualità. Dell’altro ho già parlato, è la storia di un tirannicida e di un tiranno, due facce della stessa erma, con forti riferimenti alla orrenda stagione storica che stiamo attraversando.

C’è un libro che le piace regalare e magari consiglierebbe soprattutto ai giovani di oggi?
Diversi. Il soccombente di Bernard, per il messaggio forte sull’importanza di coltivare le proprie ossessioni giovanili come rampa di lancio per il futuro. Ma anche Memorie di Adriano della Yourcenar, per il gusto di specchiarsi nel passato e vedere che i mali sono spesso gli stessi, che non siamo capitati nella peggiore delle epoche possibili. Poi i libri di poesia della Szymborska, Le elegie di Duino di Rilke. Le prime, immediate, catturano di pancia. Le seconde sono ginnastica del pensiero, nutrono il cervello, fanno crescere.
Di recente ho scoperto poi uno splendido romanzo di Marta Sanz, Black, black, black, un giallo incastonato in uno strano rapporto di coppia fra una ex moglie e l’ex marito gay, investigatore privato, lo consiglierei a tutti.
A un giovane, infine, consiglierei di sicuro Cent’anni di solitudine di Marquez per immunizzarsi contro il capitalismo, e Il Maestro e Margherita di Bulgakov per immunizzarsi contro qualsiasi nostalgia del comunismo. Siamo nudi, in mezzo, senza più fedi.

Roberto Pazzi è nato ad Ameglia (SP) nel 1946 e vive a Ferrara. Vive a Ferrara.
Laureato in Lettere classiche all’Università di Bologna, tiene conferenze in tutto il mondo e corsi presso università e scuole. Anche storico, la sua imponente opera narrativa e poetica è tradotta in ventisei lingue tra cui, oltre alle europee, brasiliano, giapponese, arabo, polacco e coreano.
Tra i suoi principali successi, il romanzo Cercando l’imperatore con cui esordisce nella narrativa nel 1985, più volte ristampato e che ha conquistato diversi riconoscimenti letterari tra cui il Premio Bergamo e il Premio Hemingway. Seguono La principessa e il drago (Garzanti 1986, finalista al premio Strega e Premio Piombino), La malattia del tempo (Marietti 1987, Garzanti 1991), Vangelo di Giuda (Garzanti 1989, superpremio Grinzane Cavour 1990), La stanza sull'acqua (Garzanti 1991, finalista premio Napoli, appena ristampato da Bompiani nel 2012), Le città del dottor Malaguti (Garzanti 1993, premio Castiglioncello, premio Catanzaro), Incerti di viaggio (Longanesi 1996, premio Selezione Campiello, superpremio Penne-Mosca 1996), Domani sarò re (Longanesi 1997), La città volante (Baldini & Castoldi 1999, finalista al Premio Strega, in ristampa presso Frassinelli), Conclave (Frassinelli 2001, ristampato da Barbera nel 2012, premio Scanno, premio Comisso, Superpremio Flaiano, premio Stresa, premio Zerilli Marimò della New York University, premio Rapolano Terme, finalista premio Viareggio), L'erede (Frassinelli 2002, finalista premio Viareggio, premio Maria Cristina), Il signore degli occhi (Frassinelli 2004), L'ombra del padre (Frassinelli 2005, premio Elsa Morante Isola di Procida), Qualcuno mi insegue (Frassinelli 2007), Le forbici di Solingen (Corbo 2007), Dopo primavera (Frassinelli, 2008), Mi spiacerà morire per non vederti più (Corbo 2010) e il recente D'amore non esistono peccati (Barbera 2012).
Numerose, inoltre, le sue opere in versi. Oltre alla recente Felicità di perdersi (Barbera 2013), si citano L'esperienza anteriore (I dispari, 1973), Versi occidentali (Rebellato 1976), Il re, le parole (Lacaita, 1980), Calma di vento (Garzanti, premio internazionale Eugenio Montale 1987), Il filo delle bugie (Corbo, 1994), La gravità dei corpi (Palomar, 1998, premio Frascati, premio Calliope, premio Marineo) e Talismani (Marietti 2003).






Per cominciare, tè o caffè?
Caffè macchiato, freddo visto il clima.

Cosa sta leggendo?
Sto leggendo un romanzo di uno scrittore cileno nato nel 1975, Alejandro Zambra. Il titolo è Modi di tornare a casa. Lo sfondo sono gli anni di Pinochet, ma è un romanzo molto intimo. Sto rileggendo poi Sostiene Pereira di Tabucchi: erano molti anni che non lo riprendevo per intero, e l'occasione di una nuova veste del tascabile Feltrinelli mi ha offerto l'occasione.
 

Carta o e-book?
Ancora soprattutto carta. E-book o file .pdf soprattutto per letture di documentazione o più veloci.

Ha un luogo del cuore?
Ce ne sono tanti. Il rischio è, come per Leopardi, che ogni luogo – dopo un po' - diventi per me "il luogo natio". Amo molto alcuni angoli di Roma, la città in cui sono nato. In certe stagioni – primavera, inizio dell'autunno -, in giornate di sole ventilate mi danno un grande benessere.

Una biblioteca particolarmente amata?
Quella che custodisce i libri di uno scrittore, Enzo Siciliano. E' all'interno di Casa delle Letterature, a Roma, in una piccola piazza non distante da largo Argentina: piazza dell'Orologio. 




Nel suo ultimo romanzo Mandami tanta vita, anche finalista al Premio Strega 2013, ha scelto di ricamare le pagine intorno alla figura dell’intellettuale antifascista Piero Gobetti. Ci racconta di questa sua scelta?
Mi piaceva questa figura che tutti abbiamo più o meno sentito nominare per la sua estrema e – come è stata definita - "prodigiosa" giovinezza. Gobetti è morto a venticinque anni non ancora compiuti, ma la sua esistenza è così ricca che pare lunga almeno il triplo.

Anche in passato i suoi libri hanno ripreso i fili della memoria di personaggi vissuti, come è stato il caso di Come un’isola, legato alla figura della scrittrice Lalla Romano...
Ho sempre cercato in un "vissuto" reale un sovrappiù di autenticità. Maneggio con difficoltà, direi con imbarazzo l'invenzione, la finzione pura. È un mio limite, prima o poi forse lo supererò.

Autore, finalista a diversi premi letterari, ma anche editorialista e spesso moderatore di incontri in cui il libro è protagonista; cosa pensa dei meccanismi della promozione del libro oggi? Quali nuove strade si possono trovare per conquistare i lettori (anche nuovi)?
Il punto è proprio questo: cercare nuove strade. Bisogna inventarle. Un trentenne amante della letteratura ne ha inventata una sua: ha preso un furgone, l'ha riempito di libri, e si è messo a girare la Sicilia facendo tappa soprattutto in paesi privi di librerie. Il suo viaggio si chiama "Pianissimo" e l'ha raccontato in questo sito: www.pianissimolibrisullastrada.it

Cosa non può mancare nella sua valigia per l’estate?
Libri! Spesso anche molti in più del necessario…

Infine, c’è un libro in particolare che le piace regalare?
Libri che abbiano entusiasmato me, o che mi pare possano accordarsi alla sensibilità della persona a cui li regalo. Non sempre l'incontro è facile. Di recente mi è capitato di regalare Il senso di una fine di Barnes, La trama del matrimonio di Eugenides, Geografia commossa dell'Italia interna di Arminio.

Paolo Di Paolo è nato a Roma nel 1983. Prolifico autore di articoli e critiche per quotidiani e riviste letterarie, ha anche curato testi teatrali. Come scrittore ha esordito nel 2004 con i racconti Nuovi cieli, nuove carte (Empirìa, 2004, finalista Premio Italo Calvino per l'inedito 2003) a cui sono seguiti i titoli Un piccolo grande Novecento, libro intervista con Antonio Debenedetti (Manni, 2005), Ho sognato una stazione. Gli affetti, i valori, le passioni, con Dacia Maraini (Laterza, 2005),  Risalire il vento, con Raffaele La Capria (Liaison, 2008), Queste voci queste stanze, con Elio Pecora (Empirìa, 2008), Ogni viaggio è un romanzo (conversazioni con scrittori, Laterza, 2007). E ancora: Raccontami la notte in cui sono nato (Perrone 2008), Questa lontananza così vicina (Perrone, 2009), Dove siamo stati felici. La passione per i libri (Filema). Ha inoltre curato un'antologia degli scritti di Indro Montanelli, La mia eredità sono io. Pagine da un secolo (Rizzoli Bur, 2008), un'antologia dei racconti di Antonio Debenedetti, E nessuno si accorse che mancava una stella (Rizzoli Bur, 2010), Viaggi e altri viaggi di Antonio Tabucchi (Feltrinelli, 2010). Nel 2011 è uscito Dove eravate tutti (Feltrinelli, vincitore Premio Mondello, Superpremio Vittorini e finalista Premio Zocca Giovani). Mandami tanta vita (Feltrinelli, 2013) è stato finalista al Premio Strega di quest’anno.




Per cominciare, tè o caffè?
Caffè, lungo e fatto in casa, grazie.

Cosa sta leggendo (carta o e-book?)?
Non ho e-reader, ma leggo molto anche sul computer. Quando ad esempio mi viene in mente un classico mi piace cercarlo e mettermi a leggerlo, o rileggerlo, subito. Di recente ho letto il racconto di Kafka Il digiunatore che non avevo mai letto, mentre su carta ho letto La lucina di Antonio Moresco, un libro forte e perturbante.

Ha un luogo del cuore?
Ne ho vari, ma uno più del cuore degli altri è a Lerici, una casa tra mare e cielo che si raggiunge a piedi dal paese, in un borgo di case di pescatori all’ombra del paterno castello pisano del 1200. Lì ho passato l’infanzia, piena di cugini, zii, prozii, nonni, tra una piazzetta per giocare e un mare di scoglio, avventuroso, le isole Palmaria e Tino che si raggiungevano con gozzi di legno lentissimi, cesti per il pic-nic, lenze per pescare, incontrando le navi mercantili, o quelle militari che facevano misteriose esercitazioni. Non c’è stato un anno della mia vita, nemmeno quelli più ribelli, in cui non ci abbia passato un po’ di tempo. A seconda dell’età cambiava la stagione e la sua lunghezza, ci andavo a studiare, a scrivere, a far ‘pascolare’ mio figlio…

E una biblioteca che ama?
La Braidense di Milano, a Brera, con le stanze fresche e lignee, i grandi mappamondi, i libri antichi. Anche se ci si va solo per verificare una nota bibliografica ci si sente subito un grande studioso di un tempo.

Il suo ultimo libro Promettimi di non morire nasce da un carteggio che lei ha ritrovato dopo la scomparsa di sua madre Silvana Mauri con la poetessa americana Carol Gaiser. Un’amicizia nata ai tempi in cui Carol era una studentessa in visita in Italia grazie a una borsa di studio e durata poi per tutta la vita. Un legame di cui Carol sottolinea: sei la persona che mi da sempre l’esperanza di andare avanti con questa vita che a volte somiglia a un bosco oscuro... E’ stata per lei una scoperta?
Sapevo che tra i moltissimi rapporti di amicizia di mia madre esisteva anche una Carol di New York, ma non la conoscevo. Mia madre accennava ogni tanto alle sue lettere che la divertivano e la interessavano, perché era come entrare nelle case di quegli americani di cui si sa meno. Ma non le avevo mai viste veramente. E mia madre stessa ha rivisto l’amica trent’anni dopo i giorni romani di gioventù di Carol, in occasione della permanenza di mio fratello a New York per motivi di studio.

La musica jazz, scrittori da Moravia a Pasolini, figure come Camilla Cederna o Jack Kerouac, e poi la poesia, le aspettative, la povertà, gli amori e la paura compongono un collage in cui pulsano le emozioni, di una Carol aggrappata al ricordo dei suoi giorni italiani di gioventù come a un salvagente. Grata all’amica. Tra le sue pagine non compaiono le risposte di sua madre alle lettere; ci dice di questa scelta narrativa ‘per voce sola’?
E’ dettata da varie ragioni. La prima è che le lettere di mia madre non si sono trovate a parte un paio, forse per via dei traslochi e del disordine di Carol. Ma poi, quando sono andata a trovarla a New York, ho capito che mia madre preferiva il telefono; era insicura del suo inglese scritto, e poiché scriveva molto bene, si sentiva tarpata… Facendo poi di necessità virtù ho capito che preferivo non averle trovate. Quella che emerge via via nel libro è sì la storia di una grande amicizia che resiste a tutto, ma è soprattutto la storia americana di Carol, il romanzo che ha scritto involontariamente mentre raccontava a mia madre la parabola della sua vita. Una vita concava, che si riempie e si compone di frammenti, ricordi, abitudini, giornate da inventare, amicizie casuali coi vicini, libri in prestito dalla biblioteca del quartiere da divorare uno dopo l’altro. Mi sono appassionata a quest’America raffinata e povera, intellettuale ed emarginata che emergeva dai racconti di Carol. L’altra faccia del sogno americano, l’esistenza isolata e difficile di chi non ce l’ha fatta, ma non rinuncia ad amare la vita e ad inseguire l’illusione della felicità, della realizzazione di sé, dei propri talenti, schiacciati dall’impietosa competizione della società americana. La difficoltà di vivere di Carol non le impedisce di avere storie d’amore con alcuni importanti scrittori americani, di frequentare il Village Vanguard (tempio del jazz), di scrivere poesie e cercare di pubblicarle su buone riviste, di aspettare l’amore, che finalmente arriva a 64 anni nelle sembianze di un afroamericano che le dà per la prima volta l’occasione di una lunga convivenza, sia pure turbolenta.

Anche suo padre, Ottiero Ottieri, è stato uomo di spicco per la vita culturale italiana; e di sua madre lei scrive proprio in questo libro: La vita di mia madre era stata affollata come la piazza di un’insurrezione. Ci regala una cartolina dell’atmosfera di casa ai tempi della sua infanzia?
Era una casa molto aperta e libera, poco convenzionale e poco borghese. Chi entrava in casa da visitatore di un pomeriggio, amico d’infanzia, collaboratore editoriale, lavoratore domestico, o compagno di scuola, lo faceva portando con sé tutta la propria vita, i problemi e le aspirazioni. Mio padre e mia madre avevano il dono di saper suscitare una fiducia immediata, di far sì che le persone si affidassero a loro. C’erano sì scrittori, editori, poeti, ma anche persone di mondi e di età molto diverse tra loro accomunati dall’attrazione per l’intelligenza, l’empatia e anche la conoscenza della sofferenza psichica di cui mio padre ha molto scritto, e che per mia madre (e inevitabilmente per me e mio fratello) era pane quotidiano. In questa piazza affollata le persone sentivano di poter essere capite, sempre.

Tema che le è caro, al centro dei suoi libri precedenti e collaborazioni giornalistiche, è quello dell’immigrazione e dell’integrazione. Crede che la lettura, i libri, i luoghi dei libri possano dare nell’Italia di oggi un contributo all’affermarsi di una coscienza condivisa?
L’Italia di oggi non è diversa dagli altri paesi, ovunque è in atto un cambiamento profondo dell’uso del tempo, la tecnologia diverte in tutti i sensi, anche in quello etimologico di dirottare dai libri, che richiedono forse un’attenzione meno passiva. Può darsi che l’e-book faccia leggere di più, o crei un altro tipo di lettori, ma ora è difficile prevederlo. In un tempo in cui il futuro è sempre più di corto respiro, i giochi, gli sfoghi, il chiacchierare, i messaggi brevi e brevissimi sono senz’altro più adatti dei libri.
Che i libri siano importanti per costruire una coscienza condivisa è indubbio. L’intento di Quando sei nato non puoi più nasconderti era proprio quello di raccontare le storie e le ragioni degli immigrati in modo che per il lettore fosse istintivo mettersi nei loro panni. Se tu fossi in un paese in guerra, con la famiglia sterminata alle spalle, senza futuro, non cercheresti una via di fuga ad ogni costo? O anche solo se vivi in un villaggio di quattro capanne e sei esuberante, curioso, e così via… Più si conoscono persone e luoghi, meno se ne ha paura.

Perché, secondo lei, la cultura continua ad essere nel nostro Paese un fanalino di coda dell’agenda politica?
Siamo una società cresciuta troppo in fretta, a suon di busse e polenta - come diceva Gadda a proposito di Milano, paragonandola a una goffa ragazzona -. Abbiamo raggiunto il benessere nel dopoguerra senza accompagnarlo e sostenerlo con l’educazione. Oggi la cultura non è più un’aspirazione di nessuno, sbaragliata dalla ricchezza, dalla visibilità, dall’edonismo. Ma chi ama leggere sa che se ne può trarre un grande e vero divertimento e piacere. Il difficile è persuadere chi ancora lo ignora.

Infine, c’è un libro che le piace regalare?
Ce ne sono tanti, a seconda del momento e di quello che sto leggendo io, ma mi piace regalare libri che io stessa riscopro man mano. Me ne viene in mente uno riletto da poco che regalerò alla prima occasione, Viaggio in Russia di Joseph Roth. Magnifico, specie per chi pensa che il reportage narrativo lo abbia inventato il pur bravissimo Kapuscinski.


Maria Pace Ottieri, giornalista e scrittrice, vive a Milano dove collabora a varie testate tra cui il quotidiano L’Unità. Da molti anni segue le vicende dell’immigrazione in Italia.
Suoi libri pubblicati: Amore Nero, (Mondadori 1984, Premio Viareggio Opera prima), Stranieri (Rizzoli, 1997), Quando sei nato non puoi più nasconderti (Nottetempo 2003, Premio Lo Straniero 2003 e da cui il Regista Marco Tullio Giordana ha tratto il film premiato con il Nastro d’Argento nel 2005), Abbandonami (Nottetempo, Premio Grinzane Cavour 2005 per la narrativa italiana), Ricchi tra i poveri (Longanesi, 2006), Raggiungere l’ultimo uomo (Einaudi, 2008), Chiusi dentro (Nottetempo, 2011) e Promettimi di non morire (Nottetempo, 2013).


 
Per cominciare, tè o caffè?

Tè. Lo so, non se l'aspettava. Se possibile quello forte, affumicato: il Lapsang.
 


Cosa sta leggendo?

The Snake di Stig Dagerman in inglese. Purtroppo è ancora inedito in Italiano. 
 


Carta o e-book?
Carta. Sottolineo molto. Desidero lasciare traccia di me.
 

Nella sua biografia si definisce scrittore nomade; ci racconta di questa sua scelta? Dove la troviamo oggi per questo caffè?

Oggi sono in Sardegna. Presto a Vienna e Berlino. Scrive Heidegger che "Vivere è incontrarsi col mondo". Io ci credo. Credo che incontrarsi col mondo e confrontarsi con molte diverse società non possa che arricchire l'animo.
 


Conserva nel cuore un luogo in particolare?
Visby, in Svezia. Patrimonio Unesco dell'Umanità. Grande amore della mia vita.
 


Da un orfanotrofio ungherese a Londra, sulle tracce di un’emancipazione al profumo di caffè; nel suo ultimo romanzo La piramide del caffè non mancano un libraio di quelli che chiunque vorrebbe incontrare e una scrittrice premio Nobel, entrambi determinanti per la sorte del protagonista Imi. Un po’ come sottolineare che l’incontro con i libri non può che essere – sempre - vitale?  

Chi si occupa di libri raramente è una brutta persona. Non trova?
 


Quale il seme dell’ispirazione che le ha suggerito una catena di caffetterie quale appiglio per i sogni di Imi?

La fantasia. La maggiore fonte possibile di ispirazione in assoluto. 

 

Il personaggio della scrittrice difende con determinazione il proprio rifiuto a esporsi e assoggettarsi a certi meccanismi di promozione dell’industria del libro. Si riconosce anche lei in questa posizione? Pensa si possano trovare nuove strade senza che gli autori siano costretti a stare sotto i riflettori?

Io limito la promozione dei miei libri a una decina di appuntamenti mirati e altrettanti passaggi radio e tv. Sono contrario ai presenzialismi. Trovo che si possa essere scrittori senza ridursi a fare i piazzisti.



Quando è in viaggio le capita di visitare le biblioteche?

Si, spesso. Quella di Praga mi ha lasciato senza fiato.
 


C’è un libro che le piace avere sempre con sé? 

Quello che sto scrivendo. Foglietti, appunti. Lo porto nel cuore. Sempre.

Come si legge nella lunga biografia pubblicata sul suo sito a cui si rimanda per approfondimenti, Nicola Lecca è nato a Cagliari nel 1976) e ha vissuto a lungo a Reykjavík, Visby, Barcellona, Venezia, Londra, Vienna e Innsbruck.
La sua raccolta di racconti Concerti senza Orchestra (Marsilio 1999) è stata finalista al premio Strega e tra i riconoscimenti ricevuti figurano il premio Hemingway per la letteratura, conquistato all’età di ventisette anni, il Prix du Premier Roman, il premio della società lucchese dei lettori, il premio Settembrini, il premio Joyce Lussu, il premio dell’Accademia del Ceppo, il premio Basilicata e il premio Rhegium Julii per l’opera prima.
Tra i suoi titoli: Ritratto Notturno (Marsilio 2000), Ho visto Tutto (Marsilio 2003) Hotel Borg (Mondadori 2006), Ghiacciofuoco (Marsilio 2007, di cui è autore insieme a Laura Pariani) e Il corpo odiato (Mondadori 2009).
Le sue opere sono tradotte e distribuite in quindici Paesi europei.
Grande utilizzatore dei social network, Nicola Lecca è tra l’altro presente su: Twitter, 
Pinterest, FacebookAnobii





(foto di Nicola Ughi)

Per cominciare, tè o caffè?
Dipende. La mattina, caffè. Indispensabile. Il tè arriva il pomeriggio, se fa molto freddo. O se sto male; mi dà sempre la sensazione di stare male, il tè...

Cosa sta leggendo?

Ora sto leggendo Il cucchiaino scomparso, un bell'Adelphi sulla storia della tavola periodica. Fra l'altro ne dovrei parlare a Mantova, al prossimo Festival della Letteratura (a settembre, ndr).

Carta o ebook?
Libro di carta. L'ebook è più laborioso, si perde più tempo ad aspettare che si voltino le pagine, ed è molto più facile da dimenticare in treno. Ed io sono un distratto patologico.

Quando e dove scrive di preferenza?
Mi piace scrivere di mattina; di pomeriggio non funziono benissimo. Sul dove, sono piuttosto duttile: mansarda, giardino, treno, ecc. Alcune recensioni le ho scritte in spiaggia. Poi ho dovuto buttare via il portatile causa sabbia, e lì ho smesso.

Ha un luogo del cuore?
Non particolarmente. Forse il viale delle Piagge, a Pisa: un viale alberato di due chilometri, un'oasi di verde in centro città con tanto di segnale WiFi. È un posto versatile, pieno di podisti, nonni con nipoti, studenti, ecc. Ci passo parecchio tempo.

Ci racconta come ha dato vita al gruppo di anziani avventori del BarLume che animano i suoi gialli guidati dal ‘barrista’ Massimo; cosa le ha suggerito di affidare alla loro comunità la veste di ‘investigatore’? Ed è vero che il recente titolo La carta più alta è anche l’ultimo che li vedrà protagonisti?
La risposta è difficile. Ero rintanato nel dipartimento di chimica dove stavo portando a termine la mia tesi di laurea; un posto brutto, scuro e graveolente. In cima alla mia lista di desideri c'era quello di essere da un'altra parte. Allora, non potendo fuggire col corpo, l'ho fatto col cervello. E ho pensato "dove mi piacerebbe stare?". Facile: al bar, con i miei amici, a giocare a carte e a raccontare scemenze. Ma in orario lavorativo al bar ci vanno solo i vecchietti. E così...
Quanto al termine della serie, devo ammettere che era mia intenzione terminarla; il casino è che continuano a venirmi in mente trame coi vecchietti, per cui prima o poi...

Si gioca molto a carte nei suoi romanzi, e i dialoghi non disdegnano cadenze dialettali; forse anche una scelta per preservare la memoria di una vita di provincia di ‘ieri’?
Le carte sono un riflesso del gioco: non si impara mai così tanto come quando si gioca, e giocare è una attività fondamentale. Conosco molte persone che danno il meglio di sé quando non prendono sul serio quello che fanno. Me compreso. Sul dialetto, è questione di verosimiglianza: lei ce lo vede un vecchietto al bar che dice 'oh, disdetta! Hai scartato una carta non molto opportuna ai fini di vincere'? Il vecchietto al bar prima bestemmia, poi offende il compagno, poi fa un altro errore a sua volta. E via altri moccoli.
Devo però ammettere il rimpianto per alcuni aspetti della vita di una volta, primo fra tutti la tangibilità dei rapporti. Un discorso di persona è fatto di gesti, sguardi, odori: tutte cose involontarie o al limite dell'involontario, che nei discorsi virtuali si perdono.

Le indagini sulla lettura in Italia non fanno che sottolineare numeri al ribasso; crede che l’ironia possa essere una chiave per conquistare nuovi lettori, magari tra i più giovani?
Credo che in realtà sia la curiosità ad essere in ribasso. E sicuramente l'ironia è essenziale per riattivarla.

Alla parola biblioteca cosa associa d’istinto?
Biblioteca? Silenzio.

C’è un libro che le piace regalare?
Che bella domanda! Quando ho un amico che aspetta un figlio gli regalo Full of life, di John Fante. Ma il libro che ho regalato di più credo sia La versione di Barney di Mordecai Richler.



Marco Malvaldi è nato nel 1974 a Pisa. Chimico, è oggi scrittore a tempo pieno dopo il crescente successo dei suoi libri pubblicati in Italia da Sellerio. Dopo l’esordio con La briscola in cinque (2007), la sua micro comunità di provincia che ruota intorno al BarLume e ai suoi anziani frequentatori ha contagiato un sempre crescente numero di appassionati lettori. Tra i suoi titoli più popolari, oltre al già citato: Il gioco delle tre carte (2008), Il re dei giochi (2010), Odore di chiuso (2011; ambientato, questo, a fine Ottocento), La carta più alta (2012) e
Milioni di milioni (2012).





(foto di Lotta Valente, 2012)


Per cominciare, tè o caffè?
Caffè fino alle quattro di pomeriggio, tè dopo le cinque.

Cosa sta leggendo?
Amianto di Alberto Prunetti, L’uomo di Primrose Lane di James Renner. In rilettura: Non lasciarmi di Kazuo Ishiguro.

Carta o e-book?
Tutte e due, ma in modo diverso. Leggere su carta continua a coinvolgermi di più e a dare un ritmo diverso alla lettura stessa (saltare, tornare indietro, rileggere), mentre su eReader tendo a proseguire senza deviazioni fino alla fine, anche più velocemente, ma con la sensazione di perdermi qualcosa. Magari mi abituerò. Comunque in viaggio l’eReader è insostituibile.

Ha un luogo del cuore?
Sì, il paese di mio padre, nelle Marche; si chiama Serravalle di Chienti,  trecento abitanti, montagne, laghi, e un tavolo dove scrivere guardando il cielo.

Nei suoi libri (tra cui Ancora dalla parte delle bambine e Non è un paese per vecchie) e nel suo blog la tematica del ruolo della donna è sempre in primo piano. A che Paese crede si affaccino le giovani d’oggi? Sono consapevoli delle battaglie civili che hanno combattuto le loro mamme e nonne?
E’ una domanda complessa. Credo che la consapevolezza sia aumentata, negli ultimi tempi, ma credo anche che non si riesca ancora a trovare una coesione negli intenti. Le giovani, questo è sicuro, si affacciano a un paese sbandato e rabbioso, dove il senso di comunità è quasi svanito. Ognuno si batte per sé, mentre ci sono battaglie che esigono un “noi”. Ma ho fiducia nella generazione delle e dei ventenni: sembrano più inclini a unirsi, e a non correre dietro alle sirene della facile visibilità.

Il 20 febbraio esce il libreria il suo nuovo libro Di mamma ce n’è più d’una che, con un titolo che gioca con un caposaldo della tradizione italiana. Nelle pagine la maternità viene paragonata alla Città Proibita, il palazzo imperiale delle dinastie cinesi. Ci vuole accennare qualcosa di questo suo lavoro?
L’icona del materno è la più potente, quella meno discussa, quella con cui è più difficile misurarsi. Perché si fonda su un tabù, che è proprio quello della Città Proibita, il palazzo da dove l’imperatore non poteva uscire: l’uomo più potente della Cina era dunque un prigioniero. Anche la maternità se vissuta come potere diventa una prigione: a questo potere, infatti, difficilmente si è disposte a rinunciare, anche perché per millenni è stato l’unico che le donne avevano. Ma vi si rimane incatenate, e la maternità sembra tornare a essere un ruolo destinale anziché una libera scelta. Per me, nessun potere è buono: e se si riuscirà a condividere la genitorialità fino in fondo non potranno che venirne vantaggi per le donne, gli uomini e i loro figli. Detto questo, il libro ha gli stessi intenti dei due precedenti dedicati all’infanzia e alla vecchiaia: non fornisce soluzioni né consigli, ma prova a definire un quadro all’interno del quale ci si possa formare una consapevolezza e dunque scegliere. Confinare la discussione sul materno a natura versus cultura, madri iper-accudenti contro madri acrobate, significa perdere di vista i problemi. In primis, quelli dei diritti di cui le madri ancora non possono godere: diritto a non essere licenziate, a trovare lavoro, a usufruire di asili nido, tempo pieno scolastico, diritto alla salute, e dunque scegliere se essere madri o no, e scegliere come partorire e dove.

La sua voce risuona tutti i pomeriggi dai microfoni di Radio3 Rai; alle 15 in punto quando scatta l’ora di Fahrenheit i libri e le idee reclamano il proprio spazio, sostenuti da anni da ascoltatori fedelissimi e attenti. Un programma che credo si possa dire scateni una sorta di senso di appartenenza, e che resiste in tempi in cui sembrano imperare immagine, fretta e superficie. Che effetto le fa trovarsi tutti i giorni a braccetto con capacità di ascolto, confronto, suggestioni, immaginazione...?
Mentre sono in conduzione Fahrenheit non lascia spazio ad altro: e non solo per mera questione di impegno temporale e mentale, ma perché, come dicevi, allo scoccare delle 15 è un’intera comunità che si attiva. E’ un’esperienza impagabile, ed è l’opposto necessario della solitudine della scrittura, che pure è cosa a cui non rinuncio.

Pensa che l’aumento del numero di lettori forti in un Paese possa avere ripercussioni anche nella vita politica (visto che siamo alle porte di nuove elezioni)? ‘I libri al Governo’: che ne dice, potrebbe funzionare come slogan politico?
Potrebbe, ma non sarebbe sufficiente. E non perché ci siano libri e libri, testi che lasciano qualcosa e altri che scivolano via come acqua fresca, ma perché la consapevolezza di essere comunità sociale passa attraverso molti fattori, la scuola in primo luogo. Bisogna ricostruire dalle fondamenta questo paese, ridare a ognuno empatia, senso di responsabilità, desiderio di condivisione. I libri sono una parte di questo lavoro, ma da soli non bastano.

C’è una biblioteca che le è particolarmente cara?
Sì, quella intitolata a mio padre nel paese delle Marche di cui parlavo.

Infine, un libro che le fa piacere consigliare, o le piace regalare?
Ce ne sono tantissimi. Non mi stanco di consigliare al lettore giovane e anche a quello allenatissimo la saga della Torre nera di Stephen King. Come regalo, scelgo un libro di poesie di Franco Fortini: a partire dall’ultimo, Composita solvantur, e andando indietro nel tempo.


Loredana Lipperini è nata e vive a Roma, è giornalista, conduttrice radiofonica, scrittrice e autrice di programmi per la televisione. Scrive da anni per le pagine culturali de La Repubblica ed è fra i conduttori di Fahrenheit, in onda tutti i pomeriggi su Radio3 Rai. Ha collaborato in passato con riviste e quotidiani quali Sipario, Pianotime, Il Giornale della Musica, L'Unità, Il Secolo XIX e L'Espresso. Per la televisione ha condotto Confini su RaiTre e una rubrica fissa de L'altra edicola per RaiDue. Come autrice ha firmato tra l’altro la sigla finale della prima edizione di Pinocchio di Gad Lerner, su RaiUno, e le due serie del programma di scienza per ragazzi Hit Science (RaiTre). Tra i suoi libri: Di mamma ce n’è più d’una (Feltrinelli, 2013), Non è un paese per vecchie (Feltrinelli, 2010), Ancora dalla parte delle bambine (Feltrinelli, 2007), La notte dei blogger (Einaudi, 2004), Mozart in rock (Sansoni, 1990/ Il Saggiatore, 2006) e Invito all’ascolto di J. S. Bach (Mursia, 1984).



Per cominciare, tè o caffè?
Più caffè che tè, con zucchero.

Cosa sta leggendo?
Il cucchiaino scomparso, di Sam Kean. E Il Sé sinaptico, di Joseph LeDoux.

Carta o ebook?
Che significa ebook?

Quando e dove scrive di preferenza?
Vorrei farlo di mattina, ma sono a scuola. Perciò quasi sempre di pomeriggio, mai di notte, alla mia scrivania.

Ha un luogo del cuore?
Le sorgenti del fiume Sile.

Dopo diversi romanzi nati sulle ali della fantasia, il suo recente Se ti abbraccio non aver paura è invece legato a una storia vera, che le è stata raccontata. Ci vuole dire qualcosa di questo incontro?
Si sono incontrate due persone che non si conoscevano, due padri: uno che aveva avuto la ‘balzana’ idea di fare un viaggio avventuroso con un figlio autistico e uno che scriveva romanzi. Uno ha affidato la sua storia all’altro che ha cercato di narrarla con rispetto ed energia. Perché conteneva una bellissima esperienza.

Ha avuto più difficoltà a disegnare questi personaggi sapendo di dover aderire a una realtà?
Confrontarmi con una storia vera, piena di vincoli e che ostacola il libero lavoro dell’immaginazione, è stato difficile. Di solito i personaggi compaiono dal buio, sono ricomposizioni di immagini vere naturalmente, ma in questo romanzo non solo esistevano, mi parlavano, obiettavano, stavano seduti davanti a me. Inconsueto…

Lei che è un appassionato di orticoltura trova che vi sia un’affinità tra la cura della terra e la ‘coltivazione’ delle storie e dei personaggi?
Credo che per certi scrittori radicare i piedi nella terra e svuotare la testa tra zucche e cipolle, sia l’unico modo per far fluire le storie.
Scrittura ed orticoltura danno buoni raccolti in funzione della cura che ci mettiamo. Naturalmente in entrambe ci vuole un po’ di ‘pollice’…

Alla parola biblioteca cosa associa d’istinto?
Una comunità intellettuale che funziona.

C’è un libro che le piace regalare?
Giardini, di Robert Pogue-Harrison.


Fulvio Ervas è nato nel 1955 e vive nei pressi di Treviso con la famiglia “e un numero crescente di animali domestici”, si legge sul sito della sua casa editrice da anni, Marcos y Marcos. Laureato in Scienze agrarie, è insegnante di Scienze naturali e il mondo della scuola compare nel suo Follia docente (2009). Ha pubblicato inoltre La lotteria (Premio Calvino 2001), insieme alla sorella Luisa, così come Commesse di Treviso (2006) e Succulente (2007). A cui seguono i titoli interpretati dal personaggio del commissario Stucky: Pinguini arrosto (2008), Buffalo Bill a Venezia (2009), Finché c’è prosecco c’è speranza (2010) e L’amore è idrosolubile (2011).
Dal suo Se ti abbraccio non aver paura (appena eletto Libro dell’anno 2012 dalla trasmissione radiofonica Fahrenheit , quotidiano di libri e cultura di Radio3 Rai), è in fase di realizzazione il film. E Marcos y Marcos ha pubblicato ora anche l’audiolibro, con la voce di Massimo Villa.




Per cominciare, tè o caffè?
Caffè, amaro, e solo la mattina. Niente nel pomeriggio, purtroppo non posso di più, quindi orzo.
 
Cosa sta leggendo?
Leggo più cose contemporaneamente. In ordine sparso, in questo periodo: Pino Roveredo, i racconti Mandami a dire; Poesie su Dio di Anne Sexton; ho appena finito Amorino di Isabella Santacroce, davvero un capolavoro. MaliNati di Angela Bubba, una giovanissima scrittrice impegnata e di talento; Eugenio Borgna, Di armonia risuona e di follia. E rileggo continuamente Agota Kristof e Cormac McCarthy, sento il bisogno di tornare sempre alle loro parole.

Carta o e-book?
Carta, ho bisogno del contatto fisico con il libro, la carta, i suoi odori, sottolineare le parole, anche la polvere. Per me è così.
 
Quando e dove scrive di preferenza?
Non ho un mio luogo purtroppo, di giorno vivo con fogli volanti che mi porto ovunque, la notte riporto sul computer, in salone, e al mattino ristampo su carta. Rubo momenti al mio lavoro, alla famiglia e al resto, sento di non avere un luogo mio.

Ha un luogo del cuore?
Ogni tanto mi rifugio in macchina, a pensare e scrivere, a leggere. Poi ci sono le piazze di Roma, alcune piene di quiete, accoglienti. Una in particolare mi è cara, silenziosa, raccolta, piena di alberi belli che guarderei per ore, corro lì se sto male.

Nel suo romanzo L’amore imperfetto ha scelto di scandagliare l’attesa, la delusione, la ricostruzione, la speranza; pensa che siano ‘ingredienti’ che somigliano allo scrivere? 
Non saprei, l’unico aspetto necessario per me nella scrittura è la verità.
 
Lei che è anche una professionista del doppiaggio ci racconta il suo rapporto con le parole? Le sue; quelle di altri da interpretare...
Ad un certo punto della mia vita ho avuto bisogno di dire parole mie. La scrittura mi ha riportata a me stessa. Il doppiaggio è un bellissimo lavoro, ma a volte è spiazzante e faticoso calarsi sempre in parti diverse. Comunque la tecnica aiuta a filtrare le emozioni. Purtroppo i copioni che arrivano in sala ultimamente sono sempre più sciatti, e questo è un peccato. Così porto sempre una borsa con me, con i miei libri, forse per non essere contaminata da cose che non mi piacciono. Per il cinema è diverso, c’è tempo per la cura del testo. A volte, quando mi capita di doppiare un bel film mi incanto a leggere i dialoghi dei miei registi preferiti, li riporto sui miei fogli in segreto, li studio.

Pensa che un maggiore coinvolgimento di donne nella politica, nell’economia  e nel sistema-Paese Italia di oggi aiuterebbe a una svolta, anche culturale?
Ci sono persone oneste e il contrario, purtroppo. Le donne, mi sembra ovvio, hanno ancora poco spazio per sperimentarsi. Sarebbe necessario comunque allontanarci dal modello attuale della politica per esempio, non ricalcarlo, non mi piacciono i modi, il linguaggio urlato, sia maschili che femminili. Il ricambio comunque è sempre vitale.

C’è una biblioteca amata nella sua vita?
Ricordo la biblioteca del mio quartiere, la prima che ho visitato, poi quella Nazionale. Ma mi intimoriscono, lo confesso.
 
Infine, c’è un libro che ama e che le piace regalare?
Ieri di Agota Kristof, E adesso? di Brigitte Giraud e Il senso della lotta di Michel Houllebecq sono gli ultimi libri che ho regalato, ma non vorrei imporre sempre i miei gusti.

 
Irene Di Caccamo lavora e vive a Roma con suo figlio Pietro e suo marito Massimiliano. È cresciuta tra carte e pellicole. Ha studiato cinema, diplomandosi come operatore, poi si è trasferita a New York dove ha fatto la fotografa. Da anni lavora come doppiatrice e dialoghista. Collabora con diverse riviste e blog tra cui Effetto notte, dove scrive regolarmente di cinema. Si dedica con passione alla sceneggiatura; tra i suoi ultimi lavori Camille, sulla vita della scultrice Camille Claudel, ed È stato così, tratto da un breve romanzo di Natalia Ginzburg. Con L’amore imperfetto (Nutrimenti, 2011), suo primo romanzo, ha vinto nella sezione Esordienti della XXVIII edizione del Premio letterario Rapallo-Carige per la Donna scrittrice 2012.     


Tè o caffè?
Caffè, con latte e zucchero; ma anche un buon tè ogni tanto!
 

Cosa sta leggendo?
In questi giorni romanzi medievali per un libro scolastico a cui sto lavorando, e L'Idiota di Dostoevskij. Poi naturalmente molti dattiloscritti, soprattutto stranieri, in vista della fiera del libro di Francoforte. Se allargo lo sguardo, negli ultimi mesi ho letto molti autori sardi, per aggiornarmi un po': Fois, Niffoi, Murgia...
 

Cosa rilegge e rilegge?
Jane Austen, sempre. E tra i poeti, Baudelaire. Più vicini a noi, Gadda ed Elsa Morante: amo gli estremi opposti, come vede, il razionalismo cristallino e il pathos...
 

Carta o ebook?
Carta, ma senza preclusioni.

Ha un luogo del cuore?
Moltissimi, idealmente uno per ogni città dove sono stato; a Venezia, per esempio, la chiesa di San Zaccaria: ci passo almeno mezz'ora guardando la pala di Giovanni Bellini, di solito non c'è nessuno! A Segrate, la via Papa Giovanni verso il fondo: ci passavo quasi tutti i giorni da bambino passeggiando con mia madre e i miei fratelli, e mi sembra che sia rimasta quasi intatta.

Quando lavora a una traduzione ha uno schema, una metodologia che le piace seguire?
Di solito leggo qualche pagina, le prime, le ultime, salto qua e là, per capire che tipo di libro ho davanti. Poi vado in ordine come un bravo impiegato, badando soprattutto alla correttezza; alla fine faccio una revisione, ascoltando la musica della lingua, cercando di rendere in italiano ‘vero’ e non in traduzionese. E’ un metodo molto banale, come vede.

Domanda d’obbligo: come riesce a immergersi nel ‘tono di voce’ dell’autore che sta traducendo?
Mah, questo è un po' un mistero anche per i traduttori. E’ vero che ci sono autori con cui uno si sente più in sintonia rispetto ad altri, ma la mia impressone è che se un autore è buono in originale, cioè ha una voce forte, riconoscibile, personale, basta seguirlo, senza inventarsi niente. Se si traduce Hemingway o Salinger, basta essere fedeli e la voce dell'autore salta fuori con tutta la sua forza.

Come ci si sente a compimento di una traduzione, per esempio L’Estranea di Patrick McGrath su cui ha di recente lavorato (pubblicata in Italia da Bompiani, ndr.)? Che sensazioni le rimangono?
Di solito il lavoro inizia con un ritmo blando e procede a valanga, per cui gli ultimi giorni si vive in simbiosi col testo e la sensazione principale, alla fine, è quella di una liberazione; un piccolo, piccolissimo parto (immagino). Poi c'è la sensazione che si prova rileggendo le bozze, a distanza di qualche settimana: lì si alternano la soddisfazione per le cose venute bene e qualche arrabbiatura laddove si sentono dissonanze o imperfezioni. Nessuna traduzione è mai perfetta, per cui a un certo momento ci si deve rassegnare, però la tentazione di non mollare il testo è sempre presente. Nel caso di McGrath, che è un autore che ormai seguo da anni, il piacere prevale su ogni altra cosa, perché a ogni libro è come ritrovare un vecchio amico con cui si dialoga senza problemi, di cui si conoscono vezzi e modi di fare. E’ il piacere che nasce da tutti i rapporti consolidati.

Cosa racconterebbe a un giovane per incoraggiarlo a intraprendere la strada del traduttore?
Non so se incoraggerei qualcuno... E’ vero che vedere il proprio nome accanto a quello di uno scrittore importante è una soddisfazione, però il guadagno è poco e la fatica tanta... Mi piacerebbe soprattutto ascoltare, per capire che cosa spinge un giovane a  intraprendere questa carriera. Io ci sono arrivato poco per volta e dedico alla traduzione una parte relativamente piccola del mio tempo, e mi fa piacere che sia così.

E per finire, dopo essersi così calato nelle pagine di un altro, scrive anche in prima persona?
Scrivo molto. In questo momento sono impegnato come accennavo all’inizio su un libro per le scuole medie incentrato sui grandi eroi del Medioevo (Orlando, Beowulf, Tristano, Lancillotto...). Quest'estate ho scritto un romanzo che uscirà spero l'anno prossimo. Ogni anno scrivo almeno tre o quattro libri fra manuali, opere di divulgazione e altro. Diciamo che nel mio caso le due attività sono complementari: mi piace pensare che si arricchiscono a vicenda, che da traduttore imparo certi trucchi del mestiere che poi applico come autore e viceversa.

Alberto Cristofori, nato a Milano nel 1961, diplomato in pianoforte e laureato in Lettere, lavora nell'editoria dalla fine degli anni Ottanta. Ha imparato i trucchi del mestiere nella redazione della rivista Linea d'ombra, ha incominciato a guadagnarsi il pane con alcuni testi scolastici (tra cui un'antologia della Divina Commedia). Attualmente collabora con varie case editrici come lettore, editor, traduttore e autore di testi in proprio. È sposato e ha una figlia che, per la sua gioia, ama molto leggere.
 






Tè o caffè?
Caffè, mezzo cucchiaino di zucchero, in qualsiasi momento della giornata.



Cosa sta leggendo?
Gli occhiali d'oro di Bassani. Superbo, elegante. 


Cosa rilegge e rilegge?
Al più presto rileggerò l'intera Recherche (di Marcel Proust). È il romanzo della mia vita. 

Carta o ebook?
Carta.


Quando e dove scrive di preferenza?
A casa mia, al mattino, al computer. Nulla di romantico, nessuna retorica da ‘scrittore maledetto’ stile pubblicità.

Ha un luogo del cuore?
Corso Traiano, Torino, quartiere Lingotto, Mercati Generali. È la casa della mia infanzia. È la casa dei miei genitori.

Nel suo libro d’esordio Belli e dannati sport e letteratura si incontrano in pagine di forte empatia; ci parla di questa relazione?
Il Toro è stato, è, e sarà parte integrante della mia vita. Il Toro è mio papà, mio fratello, mia mamma, le domeniche di quando ero bambino. Non è una relazione; è una parte di me.

Nei suoi romanzi successivi Va a finire che nevica e Mi manca il  rosso ha scelto ambientazioni contemporanee; qual è il suo punto d’osservazione sulla quotidianità nel lasciarsi ispirare?
Per ora non sono riuscito ad ambientare storie lontane dalla mia vita reale, in futuro chissà. Penso che sia buona cosa descrivere e raccontare ciò che si conosce meglio. Credo anche di avere poca fantasia per cui per ora non me la sono sentita di spostarmi da Torino, Milano e dalla Liguria.

Cosa direbbe a un ventenne di oggi non ancora stregato dai libri per invogliarlo a immergersi nella lettura?
Gli direi che leggere è una delle poche cose che rende la vita degna di essere vissuta. Credo che dopo gli anni della gioventù, in cui ogni ipotesi è praticabile e la vita è uno splendido punto interrogativo, i libri diventino gli amici più affidabili.

C’è un libro che le piace regalare?
Ce ne sono tanti. Così, alla  rinfusa, mi vengono in mente Lo straniero di Abert Camus, La nausea di Jean-Paul Sartre, Il compagno di Cesare Pavese, La noia di Alberto Moravia. Tra i contemporanei qualsiasi romanzo di Emmanuel Carrère. Generalmente non regalo le porcherie che riempiono le classifiche, ma anche qui esistono delle eccezioni; mi vengono in mente Canale Mussolini di Antonio Pennacchi e Ti prendo e ti porto via di Niccolò Ammaniti.

Marco Cassardo è nato a Torino nel 1965 e vive a Milano. Laureato in Giurisprudenza, è giornalista professionista, ha lavorato presso periodici di settore e quotidiani sportivi, e oggi si occupa prevalentemente di ricerche di mercato. Ha esordito nella narrativa con Belli e dannati (Limina, 1998; seconda edizione 2003), divenuto un titolo cult per la tifoseria del Toro e non solo, a cui sono seguiti Va a finire che nevica (Cairo, 2007) e Mi manca il rosso (Cairo, 2009). Continua a frequentare lo stadio, corre la maratona (il suo miglior tempo è 3h51’) e dal 2010 fa parte della Nazionale di calcio scrittori





Tè o caffè?
I russi chiederebbero: sei una teiera (chainik) o una caffettiera (kofeinik)? Sono una caffettiera.

Cosa sta leggendo?
Sempre qualcosa. Quest’anno ho letto un’intera pila di fresca produzione romanzesca.

Carta o e-book?
Non ho ancora provato a leggere un e-book.

Quando e dove scrive di preferenza?
A casa, al mattino.

Ha un luogo del cuore? 
Molti. Posti così si riconoscono in un istante, è una sorta di epifania, ma si può poi anche dimenticarli immediatamente. Sono stata in Irlanda di recente, e l’Irlanda è certo un posto magico che si può annoverare nella categoria.

Nella sua raccolta di saggi Vietato leggere scrive che “Nella storia dell’umanità le donne-streghe (donne istruite) e i libri (fonte di conoscenza e di piacere) sono stati proclamati ogni volta che ce n’era bisogno, opera del Diavolo”. Insomma, una donna-che-legge è sempre pericolosa?
L’industria del libro vive sulle donne, visto che sono le donne le principali consumatrici di questo mercato. Si sa che gli uomini non sono lettori altrettanto forti ed inoltre tendono a non leggere quasi mai autrici donne, bensì si leggono l’un l’altro, così che il loro approccio mentale rimane invariabilmente quello maschile.

Lei che ha insegnato nelle università di diversi Paesi, come crede che si possa aiutare i giovani a non farsi distrarre dal ‘rumore’ del mercato editoriale e riuscire a orientarsi nella Letteratura?
E’ molto complicato. Bisognerebbe inventare una catena completamente nuova di scuole di letteratura capaci di educare giovani lettori su come leggere, capire, apprezzare ed amare le pagine.

Il suo romanzo Il Ministero del dolore si apre con il disagio di un’esule, disorientata anche per le differenze di linguaggio. Quali sono secondo la sua esperienza i pilastri dell’integrazione?
Non è male essere uno ‘straniero’. Italo Calvino disse che si sentiva a casa nei posti in cui gli era permesso essere uno straniero. Questa integrazione europea ha a volte proporzioni isteriche che porta a discriminazioni e mette a disagio.

C’è una biblioteca amata nella sua vita?
Devo dire che amo leggere in posti inusuali

Infine, c’è un libro che ama e che le piace regalare?
Sono molti i libri amati, specialmente i classici. Ma l’industria editoriale ci forza continuamente a pensare che l’unica letteratura che valga la pena leggere sia quella contemporanea, così finisce che ci sentiamo quasi in colpa se non collaboriamo a ‘consumare’ un nuovo romanzo di questo o quell’autore.


Dubravka Ugrešic è nata a Zagabria nel 1949 e vive ad Amsterdam, in Olanda. Scrittrice e saggista croata, ha lasciato il suo Paese nel 1993. Laureata in Letteratura comparata e letteratura russa all’Università di Zagabria, ha lavorato per oltre vent’anni presso l’Istituto di Teoria letteraria dell’Ateneo.
Una volta espatriata, ha pubblicato diversi saggi e romanzi, tenuto lezioni presso Università straniere, anche negli Stati Uniti, e tradotto autori russi.
In Italia sono stati tradotti Baba Jaga ha fatto l’uovo (nottetempo 2011), Il ministero del dolore (Garzanti 2007), Vietato leggere (nottetempo 2005) e Il museo della resa incondizionata (Bompiani 2002).



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Per cominciare, tè o caffè?
Caffè, soprattutto al mattino.

Cosa sta leggendo?
Sono sempre diverse le letture che ho in corso. In questo momento essendo tra i giurati del Premio Strega sto leggendo i libri dei finalisti. Sono inoltre al lavoro su un libro sulla figura di Dino Campana e leggo diverso materiale che lo riguarda, compresi testi di psicanalisi visto che Campana aveva questa formazione. Poi ci sono naturalmente le letture del cuore, come Proust che ho appena iniziato a rileggermi. E ho appena terminato la rilettura di tutto Kipling durante una lunga bronchite che mi ha costretta in casa. Credo che il rileggere non sia solo un ripasso, ma l’occasione di rivivere il testo in un modo nuovo. Perché ogni anno che passa ci insegna qualcosa, anche un certo modo di leggere, e così la rilettura diventa possibilità di godere dei libri in una nuova modalità.

Carta o e-book?
Amo il libro di carta, anche riprenderne in mano di vecchi e ritrovarci piccoli segni di sé, come un segnalibro che ti riporta a un periodo passato della vita. Il libro è qualcosa di molto vissuto.

Quando scrive di preferenza?
Al mattino, mi piace cominciare quando arriva la luce, quindi d’estate anche molto presto. Lavoro intensamente al mattino, magari con una pausa per il caffè o un lavoretto in casa che aiuta a riposare la testa. Al pomeriggio mi dedico alla rilettura, o a un testo completamente diverso.

Un luogo del cuore?
Orta (VB). Mi piacciono i luoghi dove c’è l’acqua, ancor più se ferma. Se penso a luoghi a cui sono affezionata c’è sempre l’acqua presente.

Nel suo recente romanzo La valle delle donne lupo parla di luoghi dell’alto Piemonte che paiono fermi nel tempo. Come è andata alla scoperta di questi posti?
Negli anni 70 ho vissuto un lungo periodo in valle Antigorio (VB), a quell’epoca ero appassionata di musica e canto popolari e conducevo una ricerca sulle figure di donne presenti in queste canzoni, dalle ninnananne ai canti di lavoro. Ho girato per la valle con il mio registratore in cerca di storie, e credo che il libro nasca da lì, dai ricordi di quel mio vagabondare su e giù per quegli alpeggi solitari, frequentati da qualche turista d’estate e che ripiombano nell’abbandono tutti gli altri mesi dell’anno.

Ci racconta di un incontro particolare?
Ricordo una frazione dove erano rimaste a vivere soltanto sei donne, tutte vedove. Ogni sera si riunivano in una casa diversa e così facendo mantenevano più vive le loro abitazioni. Era un modo di stare insieme, ma anche di considerarsi una sorta di famiglia allargata. Lo facevano dopo cena, con un caffè, ciascuna si portava dietro il proprio lavoro a maglia, sferruzzavano e si raccontavano dei fatterelli quotidiani, ma perlopiù di storie di un tempo, ricordi di quando il paese era abitato.

Tra i suoi numerosi titoli pubblicati ricorre l’Argentina, i territori della Patagonia, risuonano le note del tango; come mai?
Ci ho vissuto tanto tempo e una parte del cuore è rimasta là, soprattutto a Buenos Aires o in Patagonia. Fa parte della storia della mia famiglia. Ma l’emigrazione è anche qualcosa che segna anche dolorosamente, senza contare che la storia argentina del 900 è così tragica che chi ci ha vissuto ne porta facilmente conseguenze luttuose. Non sono sempre bei ricordi, dunque, ma ci sono luoghi che si amano pur soffrendo quando ci si ripensa.

Come si troverebbe il personaggio di Dante, al centro del suo romanzo Milano è una selva oscura, vagabondo con i suoi “barlafüs”, nella Milano di oggi?
Il mio libro è ambientato nella Milano del ‘69 che è anche il periodo del il mio ingresso all’università, il momento in cui ho davvero conosciuto la città. Mi piaceva raccontarla così, al tempo della mia scoperta, ma anche delle tensioni sociali e delle bombe. Milano era al centro degli avvenimenti. Era una città viva, la Milano delle latterie, dove la gente parlava molto. Oggi Milano è chiusa, ha perso lo sguardo per l’altro e l’indifferenza dilaga.

Per concludere, c’è una biblioteca amata nella sua vita?
Le biblioteche sono dei luoghi meravigliosi sempre, antiche o moderne che siano. Di recente sono stata a San Gallo e ho visitato quella bellissima del’abbazia (in Svizzera. Il sito è patrimonio Unesco, ndr.). Ho cambiato casa molte volte nella mia vita e di conseguenza sono tante le biblioteche che ho frequentato. Ultimamente sono legata a quella di Omegna (VB). Ho anche donato molti libri, ne ho molti in casa e ce ne sono alcuni da cui non mi separerei, ma gli altri mi fa piacere condividerli, sapere che circolano, anche attraverso le piccole biblioteche sparse nelle valli e che sono collegate a quella di Omegna.



Laura Pariani è nata a Busto Arsizio nel 1951. Ha esordito nel 1993 con la raccolta di racconti Di corno o d'oro (Sellerio, Premio Grinzane Cavour). Ha poi pubblicato, per Sellerio, Il pettine (1995) e La spada e la luna (1996). Presso Rizzoli sono usciti La perfezione degli elastici (e del cinema) (1997, Premio Selezione Campiello), La signora dei porci (1999, Premio Grinzane Cavour), La foto di Orta (2001, Premio Vittorini), Quando Dio ballava il tango (2002), L'uovo di Gertrudina (2003, Premio Selezione Campiello), La straduzione (2004). Ha inoltre pubblicato per Effigie Il paese dei sogni perduti. Anni e storie argentine (2004) e Patagonia blues (2006), per Casagrande Il paese delle vocali (2000) e Tango per una rosa (2005), per Alet I pesci nel letto (2006). Per Einaudi ha pubblicato Dio non ama i bambini (2007), Milano è una selva oscura (2010) e La valle delle donne lupo (2011). E nel 2012 è appena uscito Le montagne di Don Patagonia (Instar).





Per cominciare, tè o caffè?
Al mattino ci vuole un caffè, e dopo il mio viaggio in Colombia che sia 100% arabica! Ma durante la giornata bevo anche tanto tè, nero darjeeling d’inverno e verde d’estate, ho sempre una tazza con me davanti al computer.

Cosa sta leggendo?
1Q84 di Murakami Haruki, ma non leggo mai un solo libro per volta e ho sul tavolino anche Infinite Jest di David F. Wallace, che affronto a pezzettini.

Carta o ebook?
Non ho ancora fatto amicizia con gli e-book, anche perché la scelta di titoli è per ora limitata; quando aumenterà e mi permetterà di accedere a tutti i libri che mi interessano, magari. Per ora, dunque, carta.

Dove scrive di preferenza?
A Egglburg, nella mia casa-sul-lago, una definizione che è un tutt’uno, è il mio rifugio, un idillio bavarese a trenta chilometri da Monaco. Lì scrivo, con un gatto sui piedi e l’altro sul divano a portata di carezza.

E’ il suo luogo del cuore?
Insieme a Casa Kuraj, luogo a cui ho dedicato anche un sito e che si trova nel cuore dell’Appennino, ai confini tra Toscana, Umbria e Marche. E’ una antica casa di pietra dove ho scritto il mio romanzo L’ombra del cerro, una vicenda di partigiani che si svolge proprio tra quei colli. E’ un luogo che mi ha molto ispirata, che quasi nessuno conosce e lontano da tutto.
 
Ci racconta come è nata l’idea di questo viaggio in solitaria in Colombia al centro del suo nuovo Millevite, appena pubblicato da Feltrinelli?
L’idea iniziale era quella di seguire un progetto di Medici Senza Frontiere, come ho già fatto in passato. Ma quando ho detto che volevo viaggiare da sola la cosa è tramontata (era invece previsto un accompagnatore). Inoltre la mia intenzione era di rimanere ben più a lungo di quanto il progetto avrebbe consentito. Ho quindi deciso di fare da me. Volevo scoprire il Paese attraverso le vite e i racconti delle persone, i colombiani ma anche i tanti stranieri che vivono là. Non immaginavo che ne avrei incontrate così tante, e soprattutto una così generosa disponibilità anche nel donarmi documenti, diari... Sono tornata con una chiavetta usb densa di meraviglie.

Qual è secondo lei il rapporto tra viaggio e scrittura?
I miei libri sono sempre dei viaggi. Forse scrivere il libro è il pretesto per il viaggio. A partire da Kuraj, poi Il viaggio del luppolo, ambientato in Baviera. E così anche per La ragazza di Ratisbona per cui mi sono recata davvero a Bruxelles sulle tracce della protagonista. L’unico viaggio nella memoria è Il vicolo verde.

Sul suo sito ha abbinato la scrittura all’attività da manovale; piccone e fatica per entrambe le professioni? 
Sì, perché non faccio solo la scrittrice, le mani me le sporco se necessario, eccome! A volte in modo sin esagerato, come nel caso di questa casa sul lago che ho ereditato ed era ingombra di tutto. Ho aiutato il muratore che mi ha demolito un capanno di cemento; lui portava via i pezzi pesanti e io picconavo e raccoglievo. Sono una manuale, alla scrittura affianco anche la scultura. Alcune mie statue in legno molto alte le ho donate al Comune dove si trova Casa Kuraj e sono state sistemate nella biblioteca del paese.

C’è una biblioteca amata nella sua vita?
Ne frequento una a Ratisbona per comodità, mi fanno arrivare tutti i libri che voglio. E da ragazza studiavo nella vecchia biblioteca statale di Monaco di Baviera.

Vorrei infine sbirciare nella sua valigia per la Colombia; quali sono i libri che le hanno fatto compagnia?
Non me ne sono portata da qui, ma li ho comprati là. Il primo che ho letto è stato molto interessante, Los informantes di Juan Gabriel Vásquez, sui tedeschi che vivevano in Colombia imprigionati durante la guerra. Poi Garcia Marquez e tanti autori colombiani che avrei voluto approfondire di più. Non ho letto tantissimo, comunque, perché tra viaggiare, scrivere e fare interviste...

Silvia Di Natale è nata a Genova nel 1951 e vive tra Regensburg (D) e Sestino (Ar).
Tra i suoi romanzi: Millevite (Feltrinelli 2012), La Ragazza di Ratisbona (Piemme 2009), Il Vicolo Verde (Feltrinelli 2008), L’Ombra del Cerro (Feltrinelli 2005. Premio Grinzane Cavour), Il Giardino del luppolo (Feltrinelli 2004) e Kuraj (Feltrinelli 2000. Premio Bagutta opera prima e Premio Donna Città di Roma).
Studiosa di popolazioni rurali e aggressività infantile, è stata anche presidente del Consiglio degli Stranieri presso il Comune di Regensburg.

 





Tè o caffè?
Caffè, e un po’ lungo perché mi piace che si prolunghi il sapore.

Cosa sta leggendo?
Le bianche braccia della Signora Sorgedhal di Lars Gustafsson, un autore svedese molto interessante. Mi piace, è un lavoro sul senso della memoria attraverso i ricordi di un anziano.

Cosa rilegge e rilegge...?
Mi capita di riconsultare un sacco di cose, ma rileggere per intero è più raro. Ho legami molto forti con alcuni autori come Marcel Proust, o Pier Paolo Pasolini e Carlo Emilio Gadda.

Carta o ebook?
Carta perché per ora non posseggo ancora un e-reader, ma non ho preclusioni in tal senso.

Quando e dove scrive di preferenza?
Al computer, a casa.

Un luogo del cuore?
La mia città, Milano. Mi accorgo che non faccio altro che parlare di lei, anche criticandola. Di natura, comunque, non sono nostalgico, cerco sempre di guardare in avanti.

Nel corso della sua partecipazione agli Incontri d’Autore a Segrate a fine marzo lei ha parlato di “responsabilità etica” dello scrittore e del “graffio” che un testo può riuscire a lasciare nella coscienza del lettore; può ribadire questo suo pensiero?
Credo che esista un patto tra autore e lettore, la promessa da parte di chi scrive di trasportare dentro a una storia senza annoiare. Ma non deve essere intrattenimento fine a se stesso, la vita è una sola e non va persa su pagine vuote. Se dunque riesco oltre che a divertire il lettore anche a lasciargli un graffio nell’anima, che sia un pensiero, un tarlo, un’informazione che prima non aveva, la voglia di capirci di più, anche una possibilità di entrare in contatto con altri mondi a livello empatico, ecco, in questo modo credo di aver assolto al dovere dell’autore. Che deve essere onesto; non esistono parole innocenti, qualunque cosa si scrive comporta un mondo, e quindi anche un’etica.

Pensa che l’aumento dei lettori forti nella società possa incidere sulla qualità della vita di un Paese?
Assolutamente sì, e lo si vede dalle statistiche ma anche nei fatti; i Paesi che hanno un maggiore sviluppo economico sono anche quelli dove è presente un alto numero di lettori forti, basta confrontare ad esempio la Germania con l’Italia. Ma anche le nostre regioni lo dimostrano: la Lombardia registra un 55% di lettori contro il 29% della Calabria, e ricordiamo che in Italia è considerato ‘lettore’ chi legge un libro all’anno...

Nei suoi romanzi ha esplorato diverse ambientazioni; dal noir con al centro l’ispettore Ferraro, come nel suo ultimo I materiali del killer, all’attualità di Nel nome del padre o l’esplorazione urbanistica di Tangenziali. Quale sarà la prossima?
Uscirà a fine maggio la raccolta di racconti Strane storie. Questa volta mi sono voluto divertire esplorando stili diversi, dall’horror alla favola, il grottesco, la fantascienza, l’erotico, il fantasy...

Prima di salutarla vorrei sbirciare nella sua valigia; che titoli porterà con sé nel suo imminente viaggio in Africa?
Sono uno che fa sempre la valigia all’ultimo momento e dato che partirò a giugno non ci ho ancora pensato. Ma di sicuro ci saranno dei libri.

      
Gianni Biondillo è nato nel 1966 a Milano, dove vive. Architetto, ha pubblicato saggi su Figini e Pollini, Giovanni Michelucci, Pier Paolo Pasolini, Carlo Levi ed Elio Vittorini, oltre a romanzi noir tra cui Per cosa si uccide (Guanda, 2004) e I materiali del killer (Guanda, 2011). Suoi anche i titoli Per sempre giovane, Nel nome del padre e Tangenziali. Due viandanti ai bordi della città scritto a quattro mani con Michele Monina. Fa parte della redazione di Nazione Indiana.


Tè o caffè?
Tè verde o rosso (il tè dei Masai) senza zucchero o altro, però nella tazza da latte così ce ne sta tanto!

Cosa sta leggendo?
Le sorelle Soffici di Pierpaolo Vettori. Bellissimo!

Cosa rilegge e rilegge...?

Memorie di Adriano della Yourcenar, lo rileggo una volta in italiano e una volta in francese e ancora non riesco a penetrarlo in tutta la sua profondità. Alcune poesie di Borges, anche.

Carta o ebook?
Carta.

Quando e dove scrive di preferenza?
Al mattino presto, nei pochi ritagli di tempo; la domenica, o quando mi ammalo. Scrivo a letto, sul divano, o seduta su un gradino tutta curva e scomposta.

Un luogo del cuore?
Una panchina del mio paese, Penne (PE), in una strada secondaria dove non passa quasi mai nessuno. È un posto così buono per fantasticare!

Nel suo romanzo Mia Madre è un fiume indaga nella relazione madre-figlia, un’immersione a tratti sin dolorosa; cosa l’ha spinta a scegliere questo tema e anche il tono di voce?
Non scelgo, sono scelta. Questo me l'ha insegnato il mio compagno, siamo scelti per come siamo. E soprattutto il tono della voce narrante io non sono in grado di deciderlo, nasce da dentro. Al massimo posso cercare di guidarlo in una certa direzione, ma senza forzature, altrimenti si spegne.

C’è una biblioteca amata nella sua storia?
Una volta la maestra delle elementari (che ho frequentato in un piccolo borgo pedemontano) mi portò a casa sua e mi mostrò la biblioteca del padre, tutta odorosa di legno e carta, e inchiostri stagionati. Non avevo mai visto tanti libri tutti insieme. Mi è rimasta nel cuore.

Sta lavorando a un nuovo testo?
Sì, ma è meglio che non ne parli perché domani potrei magari cestinarlo e ricominciare daccapo.

Prima di salutarla vorrei sbirciare nella sua borsa; contiene magari un libro che non lascia mai e che le fa compagnia quando è in giro?
In borsa c'è sempre il libro che sto leggendo al momento.

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Donatella di Pietrantonio è nata ad Arsita (Te) e vive a Penne (Pe). Odontoiatra pediatrica, pubblica il suo romanzo d’esordio Mia madre è un fiume nel 2010 (Elliot edizioni) con cui conquista la quinta edizione del Premio Tropea.


Per cominciare, tè o caffè?
Caffè d'orzo in tazza grande. Oppure caffè americano.

Cosa sta leggendo?
Storia di un oblio di Laurent Mauvignier, un gran bel libro. Cinquanta pagine senza mai un capoverso.

Cosa rilegge e rilegge...?
Il filo del rasoio di W. Somerset Maugham, Trilogia della città di K. di Agota Kristof, Cattedrale di Raymond Carver

Carta o ebook?
Carta. Sempre e solo.

Quando e dove scrive di preferenza?
In cucina, a casa mia. Oppure nelle stanze degli hotel.

Un luogo del cuore?
La Provenza. Oppure Lisbona. O Parigi.

Un suono?
La cicala.

Una biblioteca che ama?
C'è n'è una in corso di Porta Vigentina, a Milano, dentro un bel cortile interno: hanno un sacco di film vecchi.

Nei suoi precedenti romanzi Senza coda (Fanucci, 2005), Il buio addosso (Guanda, 2007) e Bianco (Guanda, 2009) si percepisce una sorta di ricerca dell’altro che muove i suoi protagonisti. Cosa si insegue tra le pagine del suo nuovo Il senso dell’elefante?
La ricerca dell'altro, sicuramente. Che in questo caso risponde alla voce: protezione. E legame incondizionato.

Prima di salutarla vorrei sbirciare nella sua valigia, forse c’è un libro che non lascia mai e che le fa compagnia quando è in giro?
No, viaggio sempre più leggero possibile.

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Marco Missiroli, nato a Rimini nel 1981, vive e lavora a Milano. E’ appena uscito in libreria il suo nuovo romanzo Il senso dell’elefante (Guanda 2012) che segue a Bianco (Guanda 2009, Premio Comisso e premio Tondelli), Il buio addosso (Guanda 2007) e Senza coda (Fanucci 2006, Premio Campiello Opera Prima).





Per cominciare, tè o caffè?
Tè e caffè, in momenti diversi e in situazioni diverse. Le mie passioni non sono mai esclusive, quindi anche le mie abitudini tendono a essere polimorfe. Senza un caffè la mattina non mi sveglio bene, ma se il pranzo è giapponese il tè verde si impone, e in una sera d'inverno può andare benissimo anche solo una tazza di acqua calda.

Cosa sta leggendo?
Un classico che non avevo mai letto per intero: Le avventure di Sherlock Holmes.

Cosa rilegge e rilegge...?
Non rileggo quasi mai: consulto. I libri importanti me li ricordo (e quelli che non ricordo per niente non dovevano essere importanti, almeno per me), perciò se li riapro è perché sto cercando un certo passo da ripercorrere o una citazione da controllare.

Carta o ebook?
Tutti e due. Avevo sempre trovato faticoso leggere sullo schermo, ma con gli e-book reader che non hanno lo schermo retroilluminato non c'è più questo problema, si legge benissimo.

Quando e dove scrive di preferenza?
Non importa dove o quando, importa che ci sia il mio computer. Ho sempre usato una tastiera, prima con le macchine da scrivere, poi con la videoscrittura. E non sono capace di scrivere a orari fissi, lo faccio quando ho un'idea.

Un luogo del cuore?
Mi piace molto viaggiare, quindi il mio cuore va dove vado io. Però il luogo dove torno sempre, fisicamente quando posso permettermelo e con lo studio e il lavoro culturale in ogni altro momento, è il Giappone.

Nel suo nuovo romanzo Le ragazze di Pompei (Barbera editore, in libreria dal 9 febbraio 2012) trasporta il lettore in un’antica Pompei ancora effervescente di vita, sulle orme di una nuova figura di donna esuberante, curiosa, consapevole. Caratteristiche forse senza tempo?
Vibia Tirrena assomiglia un po' a una mia amica di gioventù, una napoletana con tanti capelli ricci e tanto entusiasmo di vivere. Ma è ispirata anche alla famosa immagine pompeiana della giovane donna con la tavoletta in mano e lo stilo pensosamente appoggiato alle labbra, la cosiddetta Saffo. Mi sono divertita a far uscire dal quadro quella ragazza. E come noteranno i lettori, le ho dato uno sfondo storicamente documentato al millimetro, ma un linguaggio che è quello di oggi.

C’è una biblioteca amata nella sua storia?
La Biblioteca Ambrosiana di Milano. Ci ho mandato la Bruttina Stagionata a fare una delle sue ricerche storiche.

Pensa che l’attitudine alla lettura di una popolazione possa incidere sulla vita di un Paese?
Penso proprio di sì, ahimè. E dico ahimè ma dovrei dire ahinoi, visto che in Italia si legge così poco. Conoscendo il Giappone posso fare il confronto: lì la tradizione neoconfuciana ha prodotto un popolo di lettori forti e, guarda caso, il Giappone è il paese della cortesia, del rispetto delle regole, del senso di responsabilità e dell'amore per la bellezza.

Prima di salutarla vorrei sbirciare nella sua borsa; contiene magari un libro che non lascia mai e che le fa compagnia quando è in giro?
Tutti i libri fanno compagnia! Basta che siano scritti bene.

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Carmen Covito è nata a Castellammare di Stabia (Na) e ha vissuto a Madrid, Tokyo, Brescia, prima di stabilirsi a MIlano. Laureata in Filosofia, ha lavorato come insegnante di Lettere nelle scuole medie e superiori, copywriter pubblicitaria, sceneggiatrice di fumetti, giornalista culturale, redattrice editoriale specializzata in risvolti di copertina e traduttrice. Si è inoltre occupata di scambi culturali tra Italia e Giappone. Ha esordito nel 1992 con il romanzo di successo La Bruttina Stagionata (Bompiani, Premio Rapallo-Carige Opera Prima ’92 e Premio Bancarella ’93), seguito dai titoli Del Perché i porcospini attraversano la strada (Bompiani 1995), Benvenuti in questo ambiente (Bompiani, 1997), La rossa e il nero (Mondadori, 2002) e il nuovo Le Ragazze di Pompei (Barbera, 2012).
Nel 2007 Ha fondato a Milano l’Associazione culturale Shodo (www.shodo.it) per diffondere la conoscenza della cultura artistica giapponese e in particolare della via della scrittura. Il suo sito è www.carmencovito.com
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Per cominciare, tè o caffè?
Caffè lungo americano, aromatizzato alla vaniglia con una goccia di latte scremato. Che gioia!

Cosa sta leggendo?
L'edizione inglese di Los cuadernos de don Rigoberto di Mario Vargas Llosa, Leopardi di Pietro Citati, A occhi aperti di Martino Marazzi.

Cosa rilegge e rilegge...?
Ciò che m'ispira, mi rende felice e da cui posso rubare a piene mani. Almeno una volta all'anno un'opera del caro Oscar Wilde; una commedia, un saggio, i racconti, qualsiasi cosa. Nel 2011, per esempio, il romanzo e le lettere. E poi ogni estate Il grande Gatsby.

Quando e dove scrive di preferenza?
Nella dolcezza della mattina davanti all'ampia vetrata del mio studio, di fronte alle palme e alle bouganville del villaggetto tropicale dove vivo; o sul letto color ciclamino della mia bambina.

Un luogo del cuore?
Il piccolo campeggio istriano della mia infanzia.

Un suono?
La campanella scolastica che segnava la fine delle ultime due ore del sabato, entrambe dedicate allo studio della matematica. Posso tollerare tutto, ma non la matematica al sabato.

Frequenta o conosce gruppi di lettura in Florida, dove vive?
No, ma frequento piacevoli individui appassionati di libri e altre cose inutili.

Una biblioteca che ama? Qual è la realtà delle biblioteche negli Usa?
Le biblioteche in America non sono i templi sacri che sono in Italia, non è necessario fare abluzioni e confessare i propri peccati per accedervi. Sono caldi e comodi labirinti dove ci si perde con voluttà. Amo la Boca Raton Public Library perché al secondo piano c’è un bookstore di libri usati, anche pregiati, che posso acquistare per un dollaro e poco più, e le bibliotecarie sono volontarie ottantenni allegre come ragazzine.

Nel suo E’ sabato mi hai lasciato e sono bellissimo (Corbo editore, 2010) mette in scena il mondo dei ragazzi negli anni 90, l’estate dell’esame di maturità. Perché ha scelto quest’ambientazione?
Perché è un'età che conosco bene avendola vissuta intensamente e frequentandola ogni giorno grazie ai miei studenti. Così zeppa di contraddizioni, vertigini e abissi dal cui cozzare scoccano e sprizzano scintille di poesia che lo scribacchino, devotamente, cerca di riprodurre.

Prima di salutarla vorrei sbirciare nella sua valigetta, forse c’è un libro che non lascia mai e che le fa compagnia quando è in giro?
Il mio diario. Bisogna sempre avere qualcosa di sensazionale da leggere in treno (dice Gwendolyn nell'Importanza di chiamarsi Ernesto di Oscar Wilde).

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Emanuele Pettener è nato a Mestre (Ve) e vive a Boca Raton, nel sud della Florida (Usa). Ha pubblicato diversi racconti su riviste americane e italiane, oltre a saggi su John Fante e un’‘intervista’ con Oscar Wilde. Nel 2010 ha pubblicato in Italia il suo primo romanzo E’ sabato mi hai lasciato e sono bellissimo (Corbo Editore) ed è al lavoro su nuove pagine.



Per cominciare, tè o caffè?
Caffè, grazie.

Cosa sta leggendo?
Ho appena terminato una storia desolata e potente di Giorgio Falco, La compagnia del corpo (edizioni :duepunti).

Cosa rilegge e rilegge...?
In questi giorni ho riletto per lavoro Fiori italiani di Luigi Meneghello. Ideale per capire cosa significa crescere sotto una dittatura. Poi ognuno ha le sue perversioni, no? La mia è Teofilo Folengo, un poeta maccheronico del Cinquecento al quale torno ogni volta che posso.

Cosa non manca mai sulla sua scrivania?
A parte i ferri del mestiere, una minuscola, malefica, imprendibile moneta di rame.

Un luogo del cuore?
La Valsolda, New York, Lisbona, Salina, la Dordogna, certi angoli milanesi… Hai voglia!

Un  suono?
Notte, una tromba in sordina sugli scogli di Ortigia.

Come far sì che la letteratura riesca, nelle scuole e nelle università, a conquistare le nuove generazioni?
Se cominciassimo con la letteratura dell’Italia unita, invece che con i poeti del Duecento? Se – almeno in certi casi – traducessimo i classici medievali in italiano corrente? Giusto un paio di provocazioni, beninteso. Il problema è molto complesso.

C’è una biblioteca amata nella sua storia?
Ce ne sono troppe. La Braidense (Milano), l’Archiginnasio (Bologna)…

Prima di salutarla vorrei sbirciare nella sua valigetta; contiene magari un libro che non lascia mai e che le fa compagnia quando è in giro?
Qualche libro c’è sempre, ma non è mai lo stesso. Mi sgomenta l’idea di restare bloccato o in coda senza avere qualcosa da leggere.

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Mauro Novelli è Ricercatore di Letteratura italiana contemporanea presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Milano dove tiene il corso di studi in Letteratura italiana Otto-Novecentesca. Ha pubblicato Saggi lirici di Delio Tessa (Led, 2001) e Il verismo in maschera. L’attività poetica di Olindo Guerrini (Il Ponte Vecchio 2004) oltre a curare le Storie di Montalbano di Andrea Camilleri raccolte nei Meridiani Mondadori (2002) e per la stessa collana i due volumi che riuniscono Tutti i romanzi (2006) e i Racconti (2007) di Piero Chiara (2007).
Da diversi anni tiene gli incontri di approfondimento letterario organizzati dall’associazione D Come Donna Onlus e Biblioteca comunale di Segrate (Mi).






Per  cominciare, tè o caffè?
Tè. Forte, bollente. Niente zucchero, latte né limone, solo aroma al bergamotto, punto.



Cosa sta leggendo?
Ho appena terminato Dove nessuno ti troverà di Alicia Giménez Bartlett: una storia che prende allo stomaco, una scrittura impeccabile, nessuna sbavatura.



Cosa rilegge e rilegge...?
Tolstòj, Guerra e Pace. E John Steinbeck, La Valle dell’Eden. Ogni volta è una nuova scoperta, non me ne stanco mai.



Quando e dove scrive di preferenza?
Ho tutta una serie di riti. La mia scrivania, il mio pc, montagne di fogli, dizionari vari, matite che devono esserci anche se non le uso. Al mattino scrivo, nel pomeriggio ‘perfeziono’, di notte mi capita di inventare e allora è tutto un buttar giù frenetico di appunti che l’indomani quasi non riesco a decriptare.



Un luogo del cuore? 
Un rustico a mezza costa nel Ponente ligure, affacciato sul mare: un luogo dove scrivere diventa naturale come respirare.



Un  suono?
Il cinguettio delle ‘ballerine’ al mattino presto, il più melodioso che ci sia. 



Nel suo nuovo romanzo Ultima estate in suol d’amore (Neri Pozza, 2011), ambientato nella Tripoli multietnica del 1969, la lettura è per la giovane Sara rifugio e consolazione. Anche una chiave per riscoprirsi?
Per un’adolescente alla ricerca di sé leggere è scoprirsi, più che riscoprirsi. E in Sara freme il desiderio incontenibile di lanciarsi a capofitto alla scoperta di se stessa, l’amicizia, l’amore, il mondo intero.
 


Che riflessioni le suscitano gli eventi storici che interessano la Libia dei nostri giorni, dalle ribellioni della popolazione alla morte del dittatore Muammar Gheddafi? 
Una commozione profonda. Preoccupazioni per il futuro legate ai problemi interni del paese e alla cecità endemica del mondo occidentale. E una pena infinita.

C’è una biblioteca amata nella sua storia?
La Biblioteca di Studi Liguri di Peagna (frazione di Ceriale, in provincia di Savona, ndr.) un gioiello medioevale incastonato tra le colline. Nei pomeriggi d’inverno i libri si consultano al calore di una stufetta elettrica e vi si fanno scoperte straordinarie, libri incredibili, introvabili altrove.
  

Pensa che l’attitudine alla lettura di una popolazione possa incidere sulla vita di un Paese?
La frenesia con la quale, in ogni tempo e sotto ogni latitudine, i regimi totalitari si sono affannati a distruggere biblioteche su biblioteche la dice lunga a questo proposito.

Prima di salutarla vorrei sbirciare nella sua borsa; contiene magari un libro che non lascia mai e che le fa compagnia quando è in giro?
Proprio un libro no. Ma non mi separo mai da un’agendina Moleskine che mi fa sentire uno scrittore a certificazione accertata, un incrocio tra Ernest Hemingway e Agatha Christie…

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Alma Abate è nata a Tripoli, in Libia. A seguito dell'ascesa al potere del colonnello Muammar Gheddafi si è stabilita a Milano dove ha lavorato come interprete, traduttore, redattore, copywriter, speechwriter e, infine, professionista nell'ambito della comunicazione d'impresa.





Per  cominciare, tè o caffè?
Caffè, ristretto.

Cosa sta leggendo?
Sempre più libri insieme:  Alice Munro, Troppa felicità; Liliana Madeo, Ottavia (biografia della moglie  di Nerone); e Reality di un autore polacco dal nome difficilissimo, Mariusz Szczygiel.

Cosa rilegge e rilegge...?
Calvino, Lezioni americane, perché ci sono passi  illuminanti sulla scrittura, sulle qualità che deve avere e che condivido in pieno, ma che ho bisogno di rileggere per correggermi quando scrivo e invento personaggi.
Rileggo poesia. E' fatta per essere riletta. Di  recente ho ripreso Il Cantico dei cantici tradotto da Ceronetti.

Quando e dove scrive di preferenza?
Dove posso, come posso: su una panchina, a letto, in treno... non ho molta scelta. La scrittura ha bisogno di rispetto e silenzio, di cura. Il mio tipo di vita mi manca a volte di rispetto. E me ne dispiace. Appunto dove e quando posso cose che poi trascrivo a computer.

Un luogo del cuore?
Un giardino a Sabaudia.

Un suono?
Il verso delle tortore,  sempre associato a Sabaudia.

Conosce o frequenta gruppi di lettura?
Sì, da anni. Mi piace il confronto con le  altre donne, siamo tutte donne.

Una biblioteca che ama?
Come bellezza e atmosfera, da visitare, la Casanatense (a Roma, fondata nel 1701 dai padri domenicani del Convento di S. Maria sopra Minerva, ndr.). Come luogo conosciuto nell'infanzia, invece, la biblioteca di certi prozii sacerdoti, al mio paese di nascita. Imponente, bellissima.

Nel suo I libri sono timidi (che tra l’altro è stato  appena tradotto in Spagna) scrive “Leggere e studiare erano un modo per incontrare me stessa, imparare a capire chi ero e chi non ero”. Data anche la  sua lunga esperienza di insegnante di Letteratura, come suggerisce di avvicinare i giovani ai libri?
Proporre la lettura come esperienza di  piacere, senza obblighi. Se si riesce (e spesso si riesce) la  ricaduta didattica viene da sé.

Pensa che l’aumento della  popolazione di lettori possa incidere sulla vita di un Paese?
Enormemente. Un Paese con un numero elevato di lettori ha in linea di massima dei cittadini più colti, portati ad avere dimestichezza con le parole e dunque più capaci di pensare e riflettere su di sé e sul mondo esterno. Dove compare la parola (scritta o letta) arretra l'azione istintuale, spesso aggressiva, rozza, banalmente becera.

Prima di salutarla vorrei sbirciare nella sua borsa, forse c’è un libro che non lascia mai e che le fa compagnia quando è in giro?
No, solo un quaderno, nell'eventualità di una sosta su una  panchina.

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Giulia Alberico è nata a San Vito Chietino (CH) e vive a Roma. A lungo insegnante di Italiano e Storia negli istituti superiori, ha pubblicato Madrigale (Sellerio 1999, premio Arturo Loria 2000), Il gioco della sorte (Sellerio 2002), Il corpo gentile. Conversazione con Massimo Girotti (Sossella 2003), Come Sheherazade (Rizzoli 2004), Il vento caldo del Garbino (Mondadori 2007), I libri sono timidi (Filema 2007, premio Torre Petrosa 2008 e nel 2011 tradotto in spagnolo da Editorial Periférica) e Cuanta pasión! (Mondadori 2009). È inoltre autrice di racconti, pubblicati in diverse antologie, e apparati didattici.

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